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 2012  gennaio 20 Venerdì calendario

SCONTRO TRA ISTITUZIONI SULLE NOMINE DEI GIUDICI —

Il tira e molla va avanti da anni, sempre uguale: il Consiglio superiore della magistratura nomina qualcuno al vertice di un ufficio giudiziario, fino ai più importanti, i candidati esclusi fanno ricorso e la giustizia amministrativa annulla. Alcune volte il Tar in primo grado, quasi sempre il Consiglio di Stato in appello. Dopodiché il Csm rinomina lo stesso magistrato, motivando la sua decisione secondo le indicazioni ricevute, ma poi il Consiglio di Stato riannulla, e si ricomincia daccapo. I contenziosi vanno avanti all’infinito, con la paradossale conseguenza di proseguire anche dopo che i diretti interessati sono andati in pensione.
Per mettere fine a questa spirale, nel 2011 l’organo di autogoverno dei giudici s’è rivolto alla Corte di cassazione, che riunita al massimo livello ha imposto uno stop all’«eccesso di giurisdizione» dei magistrati amministrativi. I quali però non si sono fermati, e ora hanno prima sospeso e poi annullato la nomina del numero due della stessa Cassazione. S’è aperto così uno scontro istituzionale senza precedenti che lunedì scorso ha spinto il primo presidente della Corte suprema, Ernesto Lupo, a disertare il convegno organizzato al Senato dal presidente del Consiglio di Stato, Pasquale De Lise, nel 180o anniversario della nascita dell’organismo. Lupo era fra i principali relatori ma — irritato per lo schiaffo subito — all’ultimo momento s’è fatto sostituire; e c’è chi dice che, al punto a cui s’è arrivati, è in dubbio la sua partecipazione alla prossima inaugurazione dell’anno giudiziario della giustizia amministrativa.
La vicenda che ha fatto deflagrare lo scontro risale al 2007, quando il Csm scelse come procuratore generale aggiunto della Cassazione il giudice Giovanni Palombarini. Contro quella decisione fecero ricorso alcuni colleghi, e nel 2008 il Consiglio di Stato annullò la nomina. Nel 2009 il Csm la reiterò, gli esclusi si riappellarono al Consiglio di Stato che riannullò. Per la terza volta, nel 2010, il Csm nominò Palombarini ma i giudici amministrativi bocciarono nuovamente quella delibera, cosa che si ripeté una quarta volta anche se ormai i magistrati coinvolti — il prescelto e i ricorrenti — non erano più appartenenti all’ordine giudiziario per raggiunti limiti di età. Pensionati, insomma.
Anche per questo il Csm decise, lo scorso anno, di rivolgersi alla Cassazione che — con una sentenza delle Sezioni Unite guidate dal primo presidente aggiunto Paolo Vittoria — lo scorso 4 ottobre, ha accolto le tesi dell’organo di autogoverno stigmatizzando le interpretazioni del Consiglio di Stato. Il concorso con i candidati ricorrenti, infatti, non era più ripetibile e dunque i giudici amministrativi avevano superato «i limiti entro i quali è consentito l’esercizio della speciale giurisdizione di ottemperanza».
Ma la bocciatura dello sconfinamento subita al più alto livello non ha fermato il Consiglio di Stato, a cui nel frattempo era pervenuto un altro reclamo: quello del giudice Giuseppe Maria Cosentino, che davanti al Csm aveva perso la corsa per la poltrona di numero due della Corte suprema assegnata proprio a Vittoria. Cosentino aveva già presentato un ricorso al Tar, che però era stato rigettato. E che ha fatto il Consiglio di Stato? Prima, con un provvedimento firmato dal presidente della quarta sezione Gaetano Trotta nei giorni tra Natale e Capodanno, ha sospeso l’esecutività della sentenza del Tar che dava torto a Cosentino e poi, martedì scorso, ha accolto l’istanza e annullato la nomina di Paolo Vittoria. Cioè dello stesso giudice che a novembre presiedeva il collegio che aveva dato torto ai giudici amministrativi.
Ultimo particolare di questo incredibile garbuglio tecnico-giuridico dalle inedite ripercussioni istituzionali: la sentenza del Consiglio di Stato soppressa dalla Cassazione per «eccesso di giurisdizione», firmata da Vittoria, era stata emessa da un collegio presieduto dal giudice Trotta, lo stesso che ha prima sospeso e poi annullato la nomina di Vittoria. Chissà a chi toccherà, nel prossimo round, giudicare un verdetto che — al di là dei bizantinismi e delle motivazioni che ancora non si conoscono — suona inevitabilmente come una ritorsione.
Giovanni Bianconi