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 2012  gennaio 19 Giovedì calendario

ROBERTO CASSOLA, SOCIALISTA CRAXIANO CHE NON FU MAI UN RAGAZZO DEL CORO

Roberto Cassola se ne è andato come ha testardamente voluto: niente commemorazioni, niente discorsi pubblici, niente funerale, solo il nipote e pochissimi amici ammessi ad accompagnarlo in punta di piedi. Non sono stato tra questi, i nostri pessimi caratteri ci avevano, negli ultimi anni, un po’ allontanati. La cosa mi addolora. Ma ricordarlo non è solo un gesto d’amicizia, seppure fuori tempo massimo. Per un giornalista che lo ha conosciuto meglio di tanti altri, mi sembra un dovere.
Fu, Cassola, un socialista spigoloso, intelligente e curioso, tra l’altro inventore, promotore e organizzatore politico, di quell’offensiva a sostegno del made in Italy che dei nostri anni Ottanta, e pure del cosiddetto craxismo, rappresentò un aspetto importante. Ma Cassola, che lungo il decennio fu anche presidente della commissione Industria del Senato, e poi di Finmeccanica, fu un craxiano anticonformista. Così si considerava, così gli piaceva essere considerato, anche sui giornali. E così era: anche volendo, non sarebbe mai riuscito a trasformarsi in un ragazzo del coro.
Ne dette prova quando fu l’unico dirigente socialista a polemizzare pubblicamente in materia di droghe con Bettino Craxi, tornato proibizionista da una visita negli Stati Uniti; e il Corriere, lo scrivo per inciso, fu forse l’unico giornale che non si limitò a dar conto dell’episodio, per l’epoca assolutamente inusuale, ma difese il suo diritto al dissenso. Pagò un prezzo politico non indifferente per quella vicenda, Cassola. Ma quando tutto crollò, non gli passò per la testa di mettere a frutto questa e altre analoghe «benemerenze» come lasciapassare per correre in soccorso ai vincitori di sinistra o di destra, a caccia di una poltrona o di uno strapuntino. Si tenne lontano dai tentativi di rimettere insieme i cocci del Psi. Più in generale, si tenne lontano dalla politica attiva, di cui continuò a ragionare, dicendo sempre cose intelligenti, solo con i pochi interlocutori che stimava. Un po’ per orgoglio. Molto perché aveva chiaro che un tempo era definitivamente scaduto, e i tempi nuovi, cui pure guardava con grande passione intellettuale, non gli appartenevano.
Paolo Franchi