Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 19/01/2012, 19 gennaio 2012
ROMNEY, SCANDALO TASSE. VERSA SOLTANTO IL 15% —
«In fondo anch’io sono un disoccupato», aveva scherzato qualche giorno fa, spiegando che sta cercando lavoro alla Casa Bianca. Allora era sembrata solo una battuta infelice di un miliardario che si mostra poco sensibile alle sofferenze dei disoccupati. Una delle tante dichiarazioni fuori luogo di Mitt Romney che non gli hanno tuttavia impedito di essere, e con ampio margine, il battistrada nella corsa alla «nomination» repubblicana.
«La spunta lui se non combina qualche grosso pasticcio», spiegano da giorni gli analisti più accreditati. Ora alcuni di loro si chiedono se il pasticcio non possa essere quello delle tasse: Romney, che ancora non ha reso pubblica la sua dichiarazione dei redditi, incalzato dai giornalisti, ha ammesso che di tributi ne paga pochini: «Probabilmente qualcosa come il 15%» dice. «Sapete, non redditi da lavoro, quasi tutte le mie entrate derivano da vecchi investimenti sui quali si applica l’imposta sui redditi da capitale». Il 15%, appunto. Assai poco, in un Paese nel quale le aliquote fiscali sono più basse che in Europa, ma comunque possono arrivare, per i redditi da lavoro, al 35%. Barack e Michelle Obama, ad esempio, l’anno scorso, hanno pagato il 25,3% su un reddito di 1,8 milioni di dollari in gran parte derivante dai libri pubblicati dal presidente.
Romney, con un patrimonio di centinaia di milioni di dollari, paga, invece, il 15. Legale ma inaccettabile sostengono molti, come il miliardario Warren Buffett, che chiede da anni una modifica delle leggi in base alle quali lui versa, in percentuale, meno tasse della sua segretaria.
Ma i conservatori respingono questa logica sostenendo che l’America non è, come l’Europa, una terra d’invidia sociale: anziché detestare i ricchi, qui si cerca di imitarli. Che l’approccio Usa alla distribuzione del benessere sia diverso è vero, ma ci sono dei limiti e la crisi degli ultimi quattro anni li sta facendo emergere. Ora gli elettori si trovano davanti un disoccupato di lusso che vive di rendita e paga pochissimo: una miscela che potrebbe diventare esplosiva per Romney che già ieri è finito sotto un fuoco di critiche. Quelle dei democratici che lo accusano di vivere lontano dal mondo della gente reale e di essere in conflitto d’interessi quando propone, insieme al suo partito, una politica di bassa tassazione dei ricchi. Una politica che, in tempi di debito pubblico da imbrigliare, rischia di costare cara soprattutto a chi ha meno: più tasse sul lavoro e meno spesa sociale. Ma ad attaccare sono anche i suoi avversari in campo conservatore che accusano l’ex governatore del Massachusetts di non avere il coraggio di proporre una drastica ricetta di taglio ulteriore delle tasse e del perimetro dell’intervento statale.
«Quindici per cento?» ironizza New Gingrich. «È quello che io propongo come flat tax (la tassa "piatta" ad aliquota unica per tutti, ndr). Romney non è d’accordo, dice che è troppo poco, che è irrealistico per l’America. Per lui, invece, il 15% va bene. E allora l’accetti, questa mia proposta: la chiameremo Romney Flat Tax». Ma i grattacapi per il battistrada repubblicano vengono anche dai suoi «supporter»: il governatore del New Jersey, Chris Christie, ad esempio, l’ha perentoriamente invitato a pubblicare subito la sua dichiarazione dei redditi. Un invito brusco che fa emergere un altro scandalo. La Reuters ieri ipotizzava che Romney potrebbe aver realizzato molti dei suoi guadagni all’estero, magari in qualche «paradiso fiscale». La sua finanziaria, Bain Capital, investiva, infatti, in dozzine di fondi, spesso con base all’estero. E, in effetti, dal quartier generale dell’ex governatore confermano che esistono dei soldi alle isole Cayman. Niente di illegale, ma forse una cosa imbarazzante da raccontare agli elettori.
Massimo Gaggi