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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

DAL SORPASSO ANNI 80 AI VENTI DI RECESSIONE

Un primo ministro apparso subito così «inadeguato alla leadership» del Paese, da suggerire, a metà corsa, la scelta di un «Basta» a caratteri cubitali, prologo a un crescendo esploso con «È tutto ragazzi» apparso sull’ultima copertina dedicata all’ex capo del Governo. Se ci si affida solo all’Economist le relazioni anglo-italiane appaiono a dir poco tribolate. In una personalissima tenzone con Silvio Berlusconi, il settimanale gli ha dedicato sei cover, per poi incrociare le lame anche nelle aule giudiziarie. Per quanto autorevole e intonato con l’establishment britannico, l’Economist non è la voce del Governo di Sua Maestà. Eppure ha spesso saputo cogliere con acutezza i segnali di malessere nelle dinamiche anglo-italiane. Per restare ai paralleli e senza insistere su Silvio Berlusconi fu memorabile, ed esagerata, l’idea di una presidenza italiana dell’Unione europea assimilabile - accadde nel 1990 - a un torpedone guidato dai fratelli Marx. Ovvero, una gioiosa discesa senza freni. Eccessi utili per misurare il polso di due nazioni che hanno storici legami e complesse relazioni. Sono state buone, a tratti ottime, quelle fra Tony Blair e Silvio Berlusconi, sul piano personale; promettono di esserlo sul piano politico anche quelle di Mario Monti e David Cameron per l’enfasi comune su passioni condivise, a cominciare dal mercato unico europeo che per Londra è l’unica vera ragion d’essere dell’Unione.
I Paesi hanno dimensioni simili e numeri che si sono accavallati complici anche le fluttuazioni valutarie, pre e post euro. Tutto è cominciato con la crisi degli anni Settanta quando il Fondo monetario soccorse anche Londra prossima ad essere piegata dalla rivolta sindacale. La Manica e mezz’Europa si strinsero d’incanto, all’epoca, unendo le due capitali attorno a un quadro macro fatto di alta inflazione, deficit pubblico e rosso della bilancia commerciale. La divaricazione cominciò con Margaret Thatcher, quando a Londra, di fatto, si arrivò a teorizzare il surplus di bilancio, logica estrema di uno Stato che si faceva azienda, adottando logiche di profitto, ma al tempo stesso smetteva di mimare le imprese avviando un massiccio piano di dismissioni. Tanto non bastò per evitare l’affronto supremo del "sorpasso". La mediterranea Italia fu capace di divenire, o apparire, la quinta economia del mondo. Furono sberleffi e livori e anche questo bastò a spingere Londra verso "l’ubriacatura della spesa" tanto che al tramonto thatcheriano, negli anni Novanta, le due capitali si ritrovarono sul ciglio di deficit stellari dopo aver vissuto insieme il brivido della traumatica uscita dal meccanismo di cambio europeo. Unica significativa differenza già allora: il debito pubblico. Quello britannico era al 40% circa mentre quello italiano già superava il 100% del Pil.
Corsi e ricorsi di una storia nella quale si potevano già scorgere i segni dei mali di oggi. Quella inglese e quella italiana sono economie molto differenti. La prima è radicata sui servizi, e su quelli finanziari in particolare che rappresentano poco meno del 10% del Pil, ed è concentrata sui consumi interni; la seconda è protesa verso la manifattura, sorretta dalla piccola e media impresa e orientata verso l’export. I numeri non sono però troppo diversi. Nel 2011 secondo i dati dell’Economist intelligence unit la Gran Bretagna aveva 62,6 milioni di abitanti contro i 60,3 dell’Italia, un Pil da 2.461 miliardi di dollari contro 2.169 del nostro Paese e un Pil pro capite di 35.429 dollari contro i 31.027 dell’Italia. Diverso il deficit, con Londra che fatica a mantenere il passo della riduzione promessa (oggi è appena sotto al 10% del pil) mentre Roma ha alle viste il pareggio. Molto differente il debito, con Londra all’80% del Pil e Roma al 120%, anche se il debito globale britannico è un multiplo di quello italiano.
La fotografia, secondo i dati illustrati al Convegno di Pontignano organizzato nel settembre scorso dall’Ambasciata britannica a Roma e dal British Council, si discosta ancor di più se si leggono i tassi di crescita. Londra dal 2000 al 2005 ha sempre superato la media Ue, l’Italia mai, arrivando, nel decennio 2001-2010, a stabilire un primato: solo Zimbabwe e Haiti hanno avuto sullo stesso periodo una performance peggiore. Una paralisi che oggi attanaglia anche Londra ripiombata in zona recessione. Eppure, scommettono i mercati, ne uscirà prima, grazie alla flessibilità garantita dalla granitica stabilità politica e dalle riforme avviate, negli anni Ottanta. Gli anni, ironia del caso, dell’italico sorpasso.