Massimo Nava, Corriere della Sera 18/01/2012, 18 gennaio 2012
L’ORO DELL’ELBA SOTTO IL MARE. IL NAUFRAGIO CHE ISPIRO’ DUMAS
Nelle giornate limpide, Elba e Giglio si specchiano l’una nell’altra. Il paesaggio, sfregiato dalla sagoma della Concordia, rievoca drammatici naufragi del passato. Uno, in particolare, è leggendario.
Anche nella notte del 17 giugno 1841, il mare era calmo, come racconta il colonnello napoleonico Cesare de Laugier, conte di Bellecour, al servizio del Granduca di Toscana e autore di un libretto che ricostruisce il naufragio del Polluce, fra Elba e Giglio, tre miglia al largo di Capoliveri. Il Polluce, piroscafo a vapore e ruote, salpato da Napoli e in rotta per Marsiglia, colò a picco con un immenso tesoro, recuperato solo in parte ai giorni nostri, dopo incredibili avventure e imbrogli. Al timone non c’era un comandante incurante dei pericolosi scogli, già allora segnalati dalle carte, ma un uomo coraggioso, Carlo Lazzola, che cercò di evitare l’impatto con il Mongibello, piroscafo del Regno delle due Sicilie, che faceva rotta verso Napoli. A nulla servirono segnalazioni, allarmi in tutte le lingue, manovre azzardate. La prua del Mongibello s’infilò a babordo del Polluce, che s’inabissò in una ventina di minuti con il suo tesoro: migliaia di monete d’oro e d’argento, una favolosa collezione di gioielli, diamanti, smeraldi, rubini; soldi ed effetti personali di nobili passeggeri, fra i quali la contessa russa D’Uxull e la duchessa napoletana Della Rocca. Il mare inghiottì anche una carrozza dorata e uno scrigno, con i capelli di Napoleone.
La fiancata del Polluce, squarciata, imbarcava acqua. I passeggeri lasciarono le cabine per precipitarsi sul ponte. Quelli di seconda classe vennero sbalzati fuori dalle loro cuccette. Alcuni erano feriti.
Il coraggio del comandante («non pensai che alla salvezza dei passegger», raccontò) evitò una tragedia più grande. Ci fu un solo morto. I 90 passeggeri e l’equipaggio furono raccolti dal Mongibello e sbarcati a Marsiglia. Il giornale locale, il Semaphore, diede notizia del naufragio e del tesoro. Si racconta che le cronache avrebbero ispirato Dumas per la storia di Montecristo, ma più intriganti sono le ipotesi legate all’affondamento intenzionale della nave, per fermare il viaggio e mettere le mani sul tesoro, secondo quanto emerse al processo di Livorno, voluto dall’armatore Rubattino, lo stesso che prestò alla spedizione dei Mille i suoi «Lombardo» e «Piemonte». Rubattino ottenne formalmente giustizia, ma non fu mai risarcito.
L’avvocato di Rubattino era un patriota, Domenico Guerrazzi. Si ipotizzò che il tesoro fosse destinato alla Giovine Italia di Mazzini, il quale era esule a Marsiglia. Nella stiva c’era anche un’incredibile varietà di monete da tutto il mondo. Il comandante del Mongibello, Cafiero, sostenne che il Polluce navigava sulla stessa rotta in senso opposto: «Ordinai di fermare le macchine e virare, ma l’urto fu inevitabile». I Rubattino lo accusarono d’incompetenza, oltre al fatto che avrebbe voluto proseguire il viaggio, senza prestare soccorsi. Rubattino si diede anche da fare per il recupero, spendendo molto più del valore della sua nave. Ma fu inutile. Un argano cedette e il Polluce tornò ad inabissarsi a cento metri di profondità.
Negli anni Venti si fecero vari tentativi di recupero, senza successo. Si arriva così all’ultima caccia al tesoro, cominciata nel Duemila. Una vicenda grottesca, un misto molto italiano di truffe, burocrazia e leggerezze, come denuncia Michelangelo Zecchini, ex direttore del dipartimento di archeologia presso l’Unesco e come hanno raccontato due giornalisti elbani, Enrico Cappelletti e Gianluca Mirto, nel libro «L’oro dell’Elba».
Un gruppo (ma meglio sarebbe dire «banda») di ricercatori inglesi riuscì a ottenere le autorizzazioni alle ricerche del Polluce. Dal consolato inglese al ministero dei Beni culturali, fino alle varie sovrintendenze ai monumenti e capitanerie, da Pisa a Firenze, da Livorno a Portoferraio. Tutte autorità ferratissime nello scaricabarile delle responsabilità.
La banda noleggia un rimorchiatore e lavora indisturbata per oltre un mese al largo delle coste elbane. Lo scafo del Polluce viene massacrato, ma una parte del tesoro viene finalmente issata a bordo. In barba a qualsiasi controllo, la banda riesce a portare i preziosi a Londra e ad annunciarne, con fotografie e catalogo, la vendita all’asta. Il tutto spacciato per un fantomatico «tesoro di Santa Lucia», con interviste e foto sui giornali. A coronamento della truffa, la spedizione Polluce viene presentata alle autorità italiane come recupero di un relitto inglese, il Glenlogan, affondato al largo di Stromboli durante la prima guerra mondiale.
L’asta londinese insospettisce Scotland Yard e mette sulle tracce dei trafugatori i carabinieri di Livorno. L’inchiesta e un successivo processo, finito in prescrizione, risalgono al francese Pascal Kainic, noto cacciatore di tesori marini, il quale conservava gelosamente la campana del Polluce. E’ lui ad aver localizzato il relitto e organizzato la spedizione, ma sostiene di essere stato a sua volta raggirato dagli inglesi. Ora vive in Indonesia. Un nuovo recupero, questa volta ufficiale, porta alla luce una piccola parte del tesoro. I reperti sono stati esposti a Genova, in una mostra dedicata a Rubattino. Ma nessuno ancora ha scoperto che cosa sia rimasto negli abissi dell’Elba e nelle case dei trafugatori.
Massimo Nava