Cesare Maffi, ItaliaOggi 19/1/2012, 19 gennaio 2012
C’È UN PRECEDENTE, NOBILE SE LA CAVÒ ALLA CHETICHELLA
«Il comandante deve abbandonare la nave per ultimo, provvedendo in quanto possibile a salvare le carte e i libri di bordo, e gli oggetti di valore affidati alla sua custodia». Così dispone il codice della navigazione, all’art. 303, che disciplina l’ «abbandono della nave in pericolo» . L’abbandono della Costa Concordia da parte del comandante Francesco Schettino parrebbe avvenuto in totale e palese violazione di tale precetto. C’è un precedente che aprì una polemica durata decenni: l’abbandono dei profughi del dirigibile «Italia» da parte del comandante, generale Umberto Nobile, ferito, portato via dall’aviatore svedese Lundborg, verosimilmente per ordini dettati dalle compagnie di assicurazione (il costo della scomparsa di Nobile sarebbe stato per esse ben più rilevante del costo di qualsiasi altro membro della spedizione, diverse essendo le rispettive polizze). Dal giugno del 1928, quando lasciò la Tenda rossa, al luglio del 1978, quando morì, Nobile visse nell’angoscioso ricordo di quel salvataggio (i compagni rimasti sul ghiaccio polare e salvati parecchi giorni dopo) e nel tentativo di scacciare l’immagine di vile che gli veniva appioppata. Nel 1946 Nobile ricevette offerte di candidature alla Costituente. Come chiarì molti anni dopo, fu avvicinato da Pci, Psi e Dc: pur fervente cattolico, scelse i comunisti per maggior fiducia di esito elettorale. Fu eletto nel collegio unico nazionale. Intervenne decine di volte nelle discussioni. Un curioso episodio di allora ricorda l’abbandono della nave. Mentre un gruppo di costituenti aspettava l’arrivo dell’ascensore, Nobile s’intrufolò, entrò subito nella cabina e schiacciò il pulsante, lasciando allibiti i colleghi. Fra questi si trovava quella lingua velenosa del corrosivo Guglielmo Giannini, il padre del qualunquismo. Interprete dei sentimenti dei deputati scontenti per l’essere stati lasciati ad aspettare il ritorno dell’ascensore, Giannini raggiunse Nobile. Subito l’apostrofò con una battuta di quelle che restano nella storia parlamentare (o paraparlamentare): «Eh, eh, caro generale, ma allora è un vizio! Lei è abituato a lasciare la gente a terra»! Nobile, illividito, preferì starsene zitto.