Paolo Bianchi, Libero 18/1/2012, 18 gennaio 2012
«COLORO PETRONIO DI ROSA ALLA FACCIA DEI CRITICI»
Ci sono le scrittrici da Borsetta, secondo una definizione di Tommaso Labranca. Le “Bor7” si chiamano così perché i loro libri tendono a far capolino dalle Prada e dalle Louis Vuitton di donne giovani e meno giovani, che se le portano dietro per dimostrare qualcosa al mondo. Di scrittrici Bor7 ce ne vengono in mente tre: Isabel Allende, Margaret Mazzantini e Simonetta Agnello Hornby. Per farsi un’idea: sono sentimentali, con radici vagamente arcaiche, ma proiettate nel futuro, trasgressive, ma «con ironia», di spessore sociale come può esserlo una fiction di Raiuno. Presenzialiste e premiatissime. Vanno continuamente a ricevere premi e a farsi vedere in televisione, ma con sorrisi di modestia, e se il successo sfugge un attimo lo recuperano subito con la frenesia di criceti che zampettano su cristalli insaponati.
Carmen Covito, nata a Castellammare di Stabia, vent’anni fa scrisse un libro intitolato La bruttina stagionata che per molti mesi svettò in cima alle Borsette di tutta Italia. Ne fecero anche un film, di Anna Di Francisca con Carla Signoris, Fabrizio Gifuni e Milena Vukotic. Ma Covito non volle essere una scrittrice Borsetta, volle smarcarsi e scrisse altri tre libri completamente diversi: Del perché i porcospini attraversano la strada, Benvenuti in questo ambiente e La rossa e il nero. Libri senza compromessi commerciali. Poi, il silenzio.
E adesso, il ritorno. Con un romanzo, breve ma denso, intitolato Le ragazze di Pompei (Barbera, pp. 144,euro 14). Uscirà in libreria il 2 febbraio. L’abbiamo letto in anteprima e poi, rallegrati, siamo andati a trovare l’autrice per cavarci qualche curiosità.
Casa sua, a Milano in zona Lambrate, è un pezzo di Giappone. Lei stessa si presenta con un frusciante kimono. Ovunque, libri sulla cultura giapponese, stampe e opere di calligrafia. Noi, che conosciamo tutti i pettegolezzi e quasi nulla del mondo reale, sappiamo che ha anche avuto un marito giapponese.
«Confermo», ammette con placidità zen. «Il mio sogno sarebbe vivere in Giappone, ma non me lo posso permettere».
Intanto tira giù le tapparelle per contrastare un pettirosso suicida che dagli alberi del cortile, vedendo se stesso riflesso nei vetri, si attacca da solo e si schianta a capocciate. «Sono animali territoriali», spiega. «Difendono il loro spazio da intrusi anche della stessa specie. Ma scambiano la propria immagine per quella di un rivale e si abbattono come kamikaze contro le finestre».
E non imparano?
«Macché. Imparare non è sempre facile. Guardime. Non riesco a imparare il giapponese. Troppi ideogrammi, troppa roba da mandare a memoria. Lo leggiucchio, lo parlicchio, ma sapere il giapponese è un’altra storia».
Questo libro non c’entra niente con il Giappone, però.
«Infatti. Quello sarà il prossimo».
Lei mi sembra molto zen. È molto spirituale?
«Lo zen non è l’unico elemento della spiritualità giapponese. Diciamo che io sono scintoista e finiamola qui».
Perché Le ragazze di Pompei?
«Perché io sono nata e cresciuta da quelle parti, conosco la zona, e da una vita volevo scrivere di Pompei. Ma non potevo mica riscrivere Gli ultimi giorni di Pompei, così mi son fatta venire un’altra idea. Fingere che sia stato ritrovato un Satyricon di Petronio, ambientato nello stesso periodo, sotto Nerone, nel 63 dopo Cristo, ma al femminile».
Ambizioso. E complicato.
«Sì, ci ho lavorato tantissimo, ho studiato centinaia di testi specifici, per esempio sugli usi e le abitudini quotidiane del tempo. Saggi sociolinguistici. Ho puntato a riprodurre lo stile di Petronio. Ma, così come il suo lavoro, anche il mio è incompleto. Alla fine, ci sono solo frammenti... Ho mescolato stile alto e basso, l’ho scritto immaginando come lo avrebbe scritto Petronio oggi. La protagonista, Vibia Tirrenia, è figlia di un libraio. Suo padre detta le opere ai copisti. Nella protoindustria editoriale romana c’era già il problema del magazzino. Venivano dettate più copie di quelle richieste e alcune rimanevano in giacenza. Come oggi. Se ne lamenta anche Attico, amico di Cicerone, in una lettera a lui indirizzata».
Gli editori piangono da almeno duemila anni, dunque. Lei che ha lavorato a lungo nelle case editrici, ci dice che cosa è cambiato negli ultimi vent’anni?
«È cambiato il mercato, anzitutto. Quello di adesso non mi piace. Non c’è più un’editoria di catalogo. I libri vengono pubblicati in pratica senza una selezione, se non quella orientata dal marketing. Allora ben venga Amazon. Uno si pubblica da solo e poi sta a vedere quel che succede. Del resto, un paio d’anni fa ho partecipato a un’antologia di Sperling&Kupfer, Alle signore piace il nero. Tutte donne. Il libro è andato bene, ma l’editore ha mandato lo stesso le giacenze al macero».
Lei ha sempre guardato in anticipo alla tecnologia. Che cosa pensa di Kindle, il lettore di e-book a inchiostro elettronico, in vendita in questi giorni a soli 99 euro?
«L’unico problema è che per ora è solo in formato proprietario, ma tra poco leggerà tutti i formati. L’accesso ai libri sarà praticamente completo per chiunque lo desideri».
Pirateria?
«Un falso problema. Succederà come con la musica. A un certo prezzo, basso, la gente comprerà lo stesso. Se l’editoria cartacea ha assunto un aspetto mercantile, di usa e getta, quella digitale diventerà utilissima per studiare».
Che cosa c’era a Pompei nel 63 d.C., che c’è ancora oggi?
«C’era la genesi del clientelismo, degli appalti truccati, la mentalità avida, il doppiogiochismo. Tutti i vizi storici degli italiani, grandi approfittatori».
Lei è famosa per essere, forse, l’unica collaboratrice di Aldo Busi a non aver mai litigato con lui. Non è poco. Come ha fatto?
«Busi mi ha lanciata. Il titolo La bruttina stagionata, che mi è rimasto come un’etichetta, l’ha trovato lui. Con me non si può litigare, sono un muro di gomma».
Siete ancora amici?
«Ci siamo persi un po’ di vista. A lui non frega niente del Giappone, a me non piace la tv. Lui è un uomo che reagisce all’ambiente. Tende a difendersi in modo territoriale, come il pettirosso».
Chi sono gli autori italiani da seguire?
«Non lo so, non ne leggo più da anni. O quasi. Moccia non lo leggo di certo. Gianrico Carofiglio mi piace. Ma adesso leggo Amitav Gosh, Il fiume dell’oppio».
Ha qualcosa contro la società letteraria del nostro Paese?
«Sono un cane sciolto, non la frequento».
I premi?
«Ho vinto il Bancarella, quello dei librai. Degli altri non mi interesso».
Il suo libro ha un andamento leggero, quasi da genere chick lit, o “letteratura pollastra”, con passaggi alla Sex and the City. Pensa che piacerà ai critici?
«E chi se ne importa?».
Paolo Bianchi