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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

UNICREDIT IN MANO AGLI STRANIERI


Aabar Investments, fondo sovrano di Abu Dhabi, parteciperà massicciamente all’aumento di capitale di Unicredit portando la quota al 6,5%. Considerando il 7,5% circa detenuto da Tripoli si fa presto ad arrivare alle conclusioni: i principali soci della prima banca italiana sono arabi. Per trovare la più alta bandiera tricolore bisogna scendere al terzo posto. Il gradino dove, a fine aumento di capitale, si collocherà Fondazione Cariverona avendo ridotto la partecipazione al 3,5%. Peso eguale per Crt. Più sotto Carimonte al 2,9%. Fine dell’elenco. Per avere traccia delle altre Fondazioni, come Cassamarca o Banco di Sicilia bisogna accontentarsi di percentuali da prefisso telefonico. E’ vero che c’è Mediobanca con il 5,2% circa a tenere alto il presidio nazionale. Ma si tratta di azioni a garanzia dei “cashes” che Alessandro Profumo aveva fatto emettere due anni fa nel tentativo di diluire il peso di un precedente aumento di capitale. Tuttavia il portafoglio detenuto da Mediobanca potrebbe disperdersi quando gli altri soci esercitassero il loro diritto di conversione. E assai probabile che, al termine dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi, la presenza italiana, nel parco dei grandi azionisti di Unicredit risulti inferiore agli stranieri.
Nel calcolo oltre agli arabi bisogna tener presente la partecipazioni di Blackrock (3,1) e Allianz (2%). Non è da escludere che, nei prossimi giorni emergano altre presenze di rilievo. Il rialzo del titolo del 2,8% in una giornata di Borsa dal finale stanco, lascia pensare ad acquisti piuttosto vigorosi. Si è parlato di interventi di fondi cinesi e di Singapore. Fra i candidati solo i russi, per il momento, hanno smentito.
Le Fondazioni, invece, non hanno retto lo sforzo. Per vent’anni hanno garantito la stabilità della principale banca italiana e non ne hanno certo ostacolato lo sviluppo. La speranza di un futuro migliore, però, non si è avverata. Anzi la gestione di Profumo si è mostrata sempre piuttosto insofferente al ruolo degli enti. Gli scontri con Paolo Biasi, presidente di Cariverona, sono stati piuttosto frequenti. Adesso non hanno più energie. Gli errori di Alessandro Profumo le hanno sfibrate. In tre anni, fra aumenti di capitali e mancati dividendi hanno dovuto impegnare risorse per 19 miliardi.
A questo punto sono costrette a ritirarsi lasciando spazio ad energie fresche. Innanzitutto i fondi sovrani arabi che ormai, in Italia, hanno una buona consuetudine. A cominciare dal 1976 quando, fra lo stupore generale, Enrico Cuccia chiamò la finanziaria libica, Lafico a sostenere uno dei tanti momenti difficili della Fiat. Fu un affare d’oro visto che, dieci anni dopo i finanzieri di Tripoli uscirono portandosi a casa 2,6 miliardi di dollari. I collaboratori di Gheddafi ci presero gusto. Non si fecero pregare da Cesare Geronzi acquistando azioni Capitalia a 2 euro. Al momento della fusione con Unicredit valevano otto. Altro successo.
È vero che hanno perso un po’ di soldi nella Juventus, nella Olcese e nella Retelit. Nel complesso, però, gli investitori libici hanno motivo di essere più che soddisfatti delle loro incursioni in Italia. Non è un caso che adesso siano arrivati i finanzieri di Abu Dhabi a sostenere il risanamento.
Ghizzoni ha portato al successo una strategia che Profumo ha inutilmente disegnato per anni. Vale a dire la frantumazione della proprietà su una grande platea di investitori italiani e internazionali. Una maniera indiretta per ridisegnare anche il panorama di tutta la grande finanza italiana. I salotti e i patti di sindacato sembrano finiti in soffitta. Regge, a fatica, quello di Mediobanca visto l’attivismo di Vincent Bollorè. Il parlamentino del Corriere della Sera sembra avere le ore contate. Le perdite registrate in Spagna hanno intaccato il patrimonio e serve un aumento di capitale. Nel frattempo sono entrati in scena nuovi protagonisti che vengono dalle file della finanza rossa. Non solo Unipol che ha acquistato Fondiaria Sai archiviando Salvatore Ligresti. Ma soprattutto la nomine di Sergio Chiamparino alla testa della Fondazione Sanpaolo. Un ex comunista al vertice dell’istituzione che apre il libro soci di Banca Intesa. Episodi per molti versi rivoluzionari. La conferma che, probabilmente, le larghe intese non sono solamente un fatto parlamentare. C’è anche la grande finanza.

Nino Sunseri