Marina Cappa, Vanity Fair n.3 25/1/2012, 25 gennaio 2012
Il 24 gennaio sarà la novantaseiesima volta che se lo sentirà ripetere: «Buon compleanno, Arnoldo!»
Il 24 gennaio sarà la novantaseiesima volta che se lo sentirà ripetere: «Buon compleanno, Arnoldo!». Poi, il 28, un «apericaffè» pomeridiano con la sua amata moglie Anna Procaccini, le quattro figlie, i tanti nipoti, gli amici. Chissà come reagirà, lui che ha attraversato la storia dell’Italia ancor prima che del cinema e del teatro. Forse con una pernacchia: ad Arnoldo Foà piace fare linguacce. Intervistarlo non è facile, lui prima lusinga e poi (con simpatia) maltratta, di rispondere non ha più voglia. E lo si può capire: la sua vita l’ha già raccontata tante volte, anche in un libro – Autobiografia di un artista burbero (Sellerio) – dove ripercorre l’infanzia a Firenze, figlio poco amato e ribelle. Un ragazzo che molto presto abbandona la vita in famiglia, parte per Roma, fa la fame, comincia a lavorare e arrivano le leggi razziali (è di origine ebraica), ma lui riesce lo stesso a far teatro sotto mentite spoglie, poi c’è la guerra, scappa a Napoli dove dice la miglior battuta della sua vita – «La guerra è finita» – e quindi torna a Roma, fa cinema con Totò, Blasetti, Orson Welles eccetera, teatro con i più grandi, compreso Visconti, e continua a salire in scena fino a pochissimo tempo fa, declamando versi che molto ama, da Ariosto a Leopardi. Tutti questi anni li ha raccontati anche in Io sono il teatro, un dvd di Cosimo Damiano Damato che è stato presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma e che presto verrà distribuito assieme a un testo di Anna Procaccini: nel documentario l’attore appare nella poltrona del suo studio, mentre fuma l’immancabile pipa e mentre ricorda il proprio passato. Anche adesso Foà è in poltrona, nello studio denso di libri e ricordi fotografici, accanto a un computer che usa per ascoltare la musica. L’unica cosa che manca è la pipa: e forse è questo che un po’ lo rende nervoso. Vicino a lui, Anna: che nel numero delle mogli è la quarta (la prima fu un incontro molto giovanile da cui nacque una figlia oggi scomparsa, la seconda la donna che di figlie gliene diede quattro, la terza è meglio sorvolare: partirono insieme per le Seychelles, poi lui tornò indietro e là lasciò tutto), e con cui il grande attore intrattiene carezze e sguardi di un amore che appare molto vero da entrambe le parti, dove lui si incanta a osservarle il viso, e lei tenta dolcemente di mitigarne l’umore. Perché ha accettato di girare Io sono il teatro: vuole lasciarlo come ricordo a qualcuno? «Mi è piaciuto farlo, ma non perché gli altri lo vedessero». Non le interessa la memoria? «Preferisco non pensarci. Anna dice che faccio cose che non dovrei fare: una pernacchia è da vigliacchi. Ecco, gliela faccio». Come ha conosciuto Anna? «È lei che ha conosciuto me, ha fatto tutto lei». Anna: «Ci siamo incontrati nella libreria di un amico comune». «Le perfezioni che si incontrano». È la sua quarta moglie: lei crede al matrimonio? «Come istituzione non mi importa, ma questo rapporto è così importante per me che volevo farlo». Possono esserci anche ragioni pratiche: quando non si è sposati si possono avere problemi, nel caso per esempio uno dei due stesse male. Anna: «È per questo che ho voluto che ci sposassimo. L’anno scorso, eravamo appena partiti per una crociera, lui è stato male e lo hanno dovuto ricoverare. Il mio terrore era che qualcuno mi potesse dire: “No, lei qui in ospedale non ha diritto a restare”. Ma potrebbe anche succedere a me». «È una donna meravigliosa, affettuosa, colta, bella e intelligente... Le donne in genere non possiedono molta intelligenza». Sono stupide? «Sì, e noiose. Perché mancano di volgarità, e la volgarità è divertente». Lei ha lavorato con Totò: com’era? «Molto intelligente, carino con me». Non ha altri ricordi di lui? «Sto per compiere 96 anni, i ricordi ormai sono un po’ passati». Le capita mai di rivedersi nei film che ha girato? «No, non mi interessa». Come sono le sue giornate: legge? «Poco. Solo cose nuove, e mai lunghe, per non annoiarmi». Ha amici che la vengono a trovare? «Lei». Non me lo merito. «Ah, si rende conto». Le sue figlie recitano? «No... Una sì, Orsetta. Non è proprio un’attrice, fa letture sceniche». Ai nipotini racconta il suo passato? «No». E ad Anna? Anna: «Sì, un sacco di cose. Saranno raccolte nel libro che allegheremo al dvd e che è il racconto della sua vita teatrale, con vecchie foto e documenti». Non vuole raccontare? «Non voglio raccontare più niente». È stanco? «Non ho più niente da dire». Non è possibile. «Lei domandi. Se posso rispondo, se non posso le faccio un sorriso gradevole e la mando affanculo. No, lo dico solo perché è divertente». Ha sempre detto quello che pensava? «Sempre. Ma che ce frega, ma che c’importa?». Invecchiando, diventa più o meno sincero? «Sono quello che sono sempre stato». La sera va a letto presto? «Sì». Legge prima di dormire? «No». C’è qualcosa che vorrebbe ancora fare? «Sì, ma non lo posso dire». Perché? «Perché è sporco». A che cosa pensa al mattino quando si sveglia? «Se devo far pipì o no». Non pensa ad Anna? «No. Anna è troppo importante per pensarci. È la più bella creatura che esiste sulla faccia della terra, amore mio. Il più bell’incontro della mia vita». Di incontri ne ha fatti molti. Nel 2012 compie 50 anni Il processo di Orson Welles, dove lei ha recitato. Che persona era Welles? «Simpatico, molto intelligente». Però – leggendo la sua autobiografia – non sembrava così simpatico: non le aveva detto che considerava incapaci gli attori italiani? «Altro che incapaci, l’Italia ha insegnato il teatro al mondo. È vero, ma io gli ho risposto per le rime». Con gli anni è diventato più burbero? «Lo ero di più prima». Lei ha sempre detto che la sua battuta più bella, l’annuncio che ha fatto dalla radio, è stata la fine della guerra. Che effetto le avrebbe fatto dare l’annuncio della fine del governo Berlusconi? «L’annuncio non è poi così importante. Ma il fatto che se ne sia andato è una cosa che doveva essere». E lei è contento? «Contento è poco». È stato impegnato in politica con i Radicali: ha visto brutte cose? «Certamente le avrò viste, ma non ricordo». Come attore, aveva una buona memoria? «No, per niente». Come faceva in teatro? «Qualcuno suggeriva». E comunque, cambiando nome ed essendo molto bravo, è riuscito a lavorare sempre, anche durante gli anni del fascismo, nonostante le origini ebraiche. «Quando uno è bravo fotte gli altri». Ma quando è andato a Roma per recitare, all’inizio faceva la fame: i suoi genitori la aiutavano? «Poco, non ho avuto grandi aiuti». Suo padre com’era? «Era stupido con me. Mi trattava male, finché un giorno gli ho fatto vedere che io ero forte come non so cosa, e ha dovuto smettere». La picchiava? «Anche, quand’ero bambino. Ma un giorno gli ho mostrato che avevo una forza di cui si poteva essere spaventati». Sua madre, invece: è vero che, come ha scritto, amava più suo fratello di lei? «Mia madre voleva bene a mio fratello, di me non gliene fregava niente. Aveva ragione». Perché? «Perché lui era dolce, più di me». Lei com’era? «Io non sono molto dolce». Però è forte: quando sua madre si è ammalata... «Ho staccato io la spina, sì. Ricordo con dolore quell’atto. Ci vuole molto coraggio per fare quello che ho fatto io. Ma sentivo che era necessario e non c’era nessun altro disposto». Sulla parete ci sono le foto dei suoi familiari. «Tutti morti». C’è qualcuno che vorrebbe rivedere adesso? «Piero, mio fratello. Era buono, affettuoso, gentile. Non ha avuto risposte degne di lui nella vita». Mi scusi, ma non fuma più la pipa? «Lo domandi a lei». Anna: «In questi giorni non può». «Giorni? Ahò, che significa? Due, tre giorni? Non ore?». Marina Cappa