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 2012  gennaio 25 Mercoledì calendario

Ecco Meryl Streep. Siamo nella lussuosa suite di un lussuoso albergo nel centro di Londra. Fuori gli autobus a due piani sono ricoperti dalla sua gigantografia nei panni di Margaret Thatcher

Ecco Meryl Streep. Siamo nella lussuosa suite di un lussuoso albergo nel centro di Londra. Fuori gli autobus a due piani sono ricoperti dalla sua gigantografia nei panni di Margaret Thatcher. I giornali britannici da giorni sezionano il film. Ogni ex politico e chiunque abbia frequentato la Lady di Ferro quando era primo ministro (tre volte eletta dal 1979 al 1990) ha avuto da ridire. Ma le polemiche sono l’anima del marketing e The Iron Lady ha debuttato a Londra, anteprima nella tana del lupo, a due passi dal Parlamento di Westminster dove la signora cambiò la storia della Gran Bretagna (e non solo). Meryl è appena arrivata dall’America, dove vive tra New York e il Connecticut ed è impegnata nella difesa dei diritti delle donne e dell’agricoltura biologica ecosostenibile. Due Oscar (attrice non protagonista in Kramer contro Kramer e protagonista nella Scelta di Sophie), 14 nomination, 7 Golden Globe, 35 anni di carriera. Beve bicchieroni di acqua naturale. «Devo riprendermi dal jet lag. Sono disidratata». Cerca di domare i capelli, elettrizzati dalle raffiche di vento che spazzano Soho. Se li sistema con le mani, ma il risultato lascia a desiderare, sparano in ogni direzione. Non ci si immagina una star di Hollywood arrangiarsi i capelli così. In genere arrivano senza un pelo fuori posto, vetrificate dalla lacca e immobilizzate dal botulino. Lei, a 62 anni, è l’attrice più famosa d’America e sembra venire da un altro pianeta, quello del carisma naturale. Pantalone nero, camicia di seta color vinaccia, la pelle luminosa, un filo di trucco e una collanina d’oro che rigira fra le mani mentre parla. Beve lunghi sorsi d’acqua, ride e fa le vocine, imita se stessa che imita la Thatcher: è difficile non scoppiare a ridere. Ride anche lei. Questa intervista sarà molto seria ma piena di risate. «Quando parlava così, nessuno la ascoltava», starnazza, simulando la Thatcher giovane con la voce stridula da gallina spennata. Risata. Poi cambia tono, diventa seria e prende fiato. «Mentre se uso questa voce profonda, è un’altra cosa, no? Negli anni la Thatcher ha imparato a parlare con più autorevolezza. Ho guardato su YouTube il suo discorso di addio, ed è davvero stupefacente». Perché tanta enfasi sulla voce? «Perché era una delle sue caratteristiche e perché per un’attrice è fondamentale. L’ho ascoltata e studiata a lungo. Devo dire che la sua voce non è così diversa dalla mia... almeno quando sono rilassata». E quando non è rilassata? «Non so come facesse. Io non sono stata capace di replicare i discorsi che la Thatcher teneva in Parlamento. Ho provato, ma ho finito il fiato prima. Eppure è da quando frequentavo la scuola di recitazione che faccio esercizi di respirazione per tirare fuori la voce dalle cavità più profonde del mio corpo». In certe scene si fa fatica a distinguere la vera dalla falsa Thatcher. Come ha fatto a entrare così a fondo nella parte? «Per me era importante diventare il più possibile come lei. Perché era percepita in base a come presentava se stessa al pubblico. E io volevo avere lo stesso effetto». Cioè? «A me interessa interpretare persone sempre diverse, cambiare l’aspetto esteriore. Metto me stessa in ogni personaggio. Ma lo faccio di nascosto». All’inizio si era pensato di prendere tre attrici: una per la gioventù, una per la maturità e una per la vecchiaia. Poi è rimasta Alexandra Roach come ventenne e lei ha fatto il resto, dai 49 agli 85. Difficile? «È una sfida coprire 40 anni di un personaggio. Ma una volta che raggiungi la mia età, pensi sempre di avere 20 anni. Quindi non è stato un gran problema... Seriamente, le rispondo con una frase di Disraeli: il segreto del successo è la costanza. Ho limato il personaggio, togliendo, togliendo, togliendo. Alla fine, anche dopo il trucco per diventare una ottantenne, mi guardavo allo specchio e vedevo me stessa». La Thatcher fu la prima donna a capo di un governo occidentale, e la guardavano con sospetto proprio perché donna. Lei, come attrice, si è mai sentita giudicata in modo diverso, rispetto a un attore? «La cosa più difficile per un uomo che guarda un film è immedesimarsi in una donna protagonista, mentre è molto semplice per una spettatrice mettersi nei panni di un attore. È facile sentire un tuffo di adrenalina quando Tom Cruise salta da un tetto: io mi posso immaginare senza alcun problema nel suo corpo. Le femmine lo fanno da quando sono piccole, perché la maggior parte dei protagonisti – anche nei libri per bambini – sono maschi. Io, per esempio, mi sentivo Tom Sawyer». È natura o educazione? «È un fatto. L’unico film dove mi è successo che gli uomini si siano immedesimati nel mio personaggio è stato Il diavolo veste Prada. Per la prima volta un uomo mi ha detto: “Lo so che cosa provavi.
Io ho un lavoro come quello, stress e pressione alle stelle”. Spero che con questo film succeda lo stesso. Che gli spettatori maschi si mettano nei panni di questa donna spesso fraintesa, trascurata, respinta, vittima di complotti. In fondo, sola». Lei è una convinta democratica. Per le persone di sinistra la Thatcher era il demonio. Ha cambiato opinione, dopo il film? «Difficile cambiare opinione se non ne hai una. Prima non sapevo quasi niente di lei, non l’avevo mai presa in considerazione come persona. Siamo abituati a ridurre i personaggi pubblici dentro degli schemi. Tipo: Thatcher/Reagan – gente brutta – stare alla larga. Per me e la mia cerchia di amici questo era il collegamento. The Iron Lady mi ha costretto a pensare che anche la Thatcher era un essere umano. E questo è l’atto più sovversivo del film». Ora che giudizio si è fatta? «Non avevo mai recitato nei panni di un capo di Stato. Solo a guardare le agende quotidiane della Thatcher ho capito che sono felice di non essere uno di loro». Lei è considerata un mito: che ne pensa? «Sarà perché sono così vecchia... Davvero, non avrei mai pensato che a 62 anni mi cercassero ancora per parti così importanti. Anche mio marito è stupito che mi diano ancora da lavorare. Quando ero giovane sarebbe stato impensabile: a 45 anni la carriera di una donna era finita». Lei è un’attivista per i diritti delle donne, ha finanziato con un milione di dollari la nascita del National Women’s History Museum, con l’intento di raccontare la storia americana anche dal punto di vista femminile. Che cosa pensò nel 1979, quando la Thatcher divenne primo ministro? «Anche se non mi piaceva, esultai: finalmente una donna! Gli anni Settanta non sono passati invano, ho pensato, ora tutto cambierà. Invece, niente è cambiato». È vero che lei ha definito The Iron Lady un film femminista? «No. Non lo direi mai: in America la considerano una parolaccia, sarebbe una ragione per non andarlo a vedere. Ho detto che è un film fatto da femministe (la regista è Phyllida Lloyd, la stessa di Mamma Mia!, ndr) interessate a una donna da una prospettiva che non interessava agli altri». Ossia? «Femminile. Io sono stata al College e mi ricordo la sensazione di essere 60 donne e 600 uomini. Ricordo come mi sentivo, il disagio e le battutine». Molti hanno criticato il film perché dà troppo spazio al rapporto con il marito Denis, interpretato da Jim Broadbent, e non racconta la vera Thatcher. «Questo non è un film politico. Non è una biografia. Non ci interessava la cronologia dei fatti, ma quello che lei è ora. È la riflessione di una vecchia signora che, arrivata alla fine dei suoi giorni, fa il bilancio di una vita. Questo era il nostro obiettivo». La Thatcher vive a Londra, sola e malata. Denis è morto 8 anni fa. La famiglia non è stata coinvolta nella sceneggiatura e non ha commentato. Perché? «È una fiction. Sono tre giorni nella vita di una ottantenne oggi. Non raccontiamo che cosa è veramente successo, ma come lo ricorda lei. Non c’è un giudizio del tipo che piace tanto agli americani: questo è il vincitore, questo è il perdente». Si dice che la Thatcher le darà una nomination per il terzo Oscar: che effetto le fa? «Mi piacerebbe proprio poterglielo raccontare... Ho 14 discorsi mai letti, tutti lì nel cassetto, arrotolati, con i nomi delle persone da ringraziare. Potrei addirittura farci un libro. Adesso farò un altro piccolo discorso, lo arrotolerò. E poi posso sempre metterlo nel libro». Caterina Soffici