Simonetta Agnello Hornby, Vanity Fair n. 3 25/1/2012, 25 gennaio 2012
Eve Arnold, la più grande fotografa della sua generazione, è stata anche una delle grandi donne del secolo scorso; aver goduto della sua amicizia per 25 anni è un privilegio
Eve Arnold, la più grande fotografa della sua generazione, è stata anche una delle grandi donne del secolo scorso; aver goduto della sua amicizia per 25 anni è un privilegio. Ci siamo frequentate nelle rispettive case, insieme abbiamo visitato mostre e musei e, nei sette anni da lei vissuti in una casa di riposo a Pimlico, abbiamo più volte passato insieme il Natale, noi due sole o con Frank, suo figlio. Fu la prima donna invitata a far parte dell’agenzia Magnum, la più famosa del mondo, e la prima donna fotoreporter per il Sunday Times. Cinquant’anni fa, viaggiava da sola in Russia, Mongolia, Afghanistan, a Cuba, negli Stati del Golfo Persico e in Arabia Saudita, e in Vaticano. Aveva iniziato come fotografa sui set cinematografici: indimenticabili i suoi scatti a Marilyn Monroe. Eve è famosa anche come scrittrice. I suoi libri e la sua autobiografia sono opere di notevole valore letterario – e di successo. Non ci si annoiava mai, con lei. Aveva tanto da raccontare, della sua vita privata e dei personaggi incontrati lavorando – dai capricci della Thatcher alle perle di saggezza di Simone Signoret, dai ricordi di Anjelica Huston alle storie su Isabella Rossellini, da lei amatissima, alle descrizioni di Marlene Dietrich e a quelle di una crudele Joan Crawford. Eppure, malgrado le onorificenze, le lauree honoris causa, i premi e tributi, Eve era rimasta semplice e modesta: anziché della gente famosa, preferiva raccontare di quella comune, degli incontri con donne, anziani e bambini, che fotografava con rispetto. LE BASETTE DEL CAMERIERE Lo scorso 22 dicembre ero andata a farle visita alla casa di riposo. Negli ultimi mesi ci andavo senza avvertire. C’erano momenti in cui era stanca e non sembrava lucida, ma non era così. Si ricaricava di energia quando riceveva visite da vecchi amici e colleghi. Spesso era assopita; mi sedevo vicino a lei e leggevo il giornale o un libro; ogni tanto la guardavo o le accarezzavo la mano o la guancia. Altre volte era in un mondo tutto suo, parlava a ruota libera del passato e del presente, anche agitata. Cercavo di collegare le sue parole ai fatti della sua vita di cui mi aveva raccontato: la madre, i fratelli e le sorelle, la povertà in cui vivevano da ragazzi, i nipoti: Eve veniva da un famiglia di ebrei russi sfuggiti alle persecuzioni razziali. Il padre, rabbino, per mantenere la famiglia aveva fatto il venditore ambulante. Quel 22 dicembre Eve era a letto, appoggiata ai cuscini, con il Guardian tra le mani come un breviario. Da anni non leggeva più, ma glielo portavano ogni mattina e lei gli dava uno sguardo. Lo leggevano le persone che andavano a trovarla, o Linni Campbell, l’assistente che da quarant’anni la curava e amava come una figlia. Eve, dicevo, sembrava assopita. Le avevo portato dei garofani e glieli passai sotto il naso, sperando che il profumo le risvegliasse l’olfatto – che spesso permane quando gli altri sensi sono affievoliti o scomparsi. Nessun segno. Cercai di richiamare la sua attenzione indicandole il vaso in cui li avevo messi, e questa volta sollevò la palpebra destra. Biascicò qualcosa – pretty, credetti, o mi illusi, di aver sentito – e poi la riabbassò. Sfogliavo il giornale distrattamente; alzavo lo sguardo di continuo, come se Eve fosse un neonato da sorvegliare. L’occhio non era del tutto chiuso e le carezzai la mano. Pareva che capisse. Poi la palpebra ricadde e io tornai al Guardian. Ma mi sentivo puntata. Aveva girato la testa e sollevato le palpebre. Mi guardava. E non sembrava voler chiudere gli occhi. «Eve, ho qualcosa di diverso oggi?», le chiesi. «Ricordi quella volta al Reform?». Il Reform è il circolo di cui Eve era stata una delle prime donne socie, qualche anno prima di me. Un pomeriggio di sei anni fa ce l’avevo portata, sulla sedia a rotelle. Il personale, che la conosceva, era venuto a farle festa. Lei fissava un cameriere, in particolare. E lui era imbarazzato. «Lei aveva le basette lunghe, ai miei tempi», gli aveva detto Eve, la cui memoria visiva era prodigiosa. Quando nominai il Reform mi sembrò che ammiccasse. Altri ricordi – tanti, vivi, belli – mi venivano a ruota libera: immagini, conversazioni, oggetti, film, libri, persone. I suoi insegnamenti. Ed Eve rimaneva con gli occhi, un tempo a mandorla e ora confusi in un ammasso di rughe, aperti e fissi su di me. Adesso so che ci stavamo dicendo addio. IL CLUB DELLE PIÙ ELEGANTI Ci volevamo bene e i quarant’anni che ci separavano non hanno mai avuto peso nella nostra amicizia: ambedue divorziate, madri di figli maschi allevati da sole e poi nonne, ambedue non risposate né con un uomo in casa, ambedue in un Paese straniero, ambedue curiose e desiderose di imparare. Ma le somiglianze finivano lì. Eve aveva un talento straordinario, non soltanto nella sua arte – la fotografia – ma nei rapporti con la gente: era una persona di innata eleganza e nobiltà d’animo e aveva una carica vitale immensa, aiutata da un corpo sottile ma forte, una muscolatura in perfetto ordine – lavorava spesso da terra, drizzando il busto per scattare – e una salute di ferro – non ricordo che abbia mai avuto un raffreddore. Sul lavoro aveva incontrato la discriminazione e condusse la sua battaglia personale per essere trattata alla stregua dei colleghi maschi, rifiutando gli estremi del movimento femminista. L’ultima offesa, la discriminazione contro gli anziani. Mi diceva con amarezza che a ottant’anni fu costretta a dichiararsi più giovane altrimenti gli stessi committenti con cui aveva lavorato da decenni l’avrebbero scartata. Curava aspetto e abbigliamento con una raffinatezza straordinaria: a un primo sguardo non notavi quanto fosse elegante, come tutte le donne che lo sono davvero. Al lavoro indossava pantaloni, camicie e scarpe comode in colori neutri; vestiva con sobrietà, ma sempre con un accessorio contrastante: una collana etnica, una giacca afghana, una sciarpa variopinta. Si truccava poco ma con cura – ritoccava spesso il rossetto chiaro e andava dal parrucchiere all’Hilton per farsi pettinare l’impeccabile chignon grigio –, non tinse mai i capelli. Era inclusa tra le donne più eleganti del mondo, anno dopo anno – ne era fiera, e ne parlava pochissimo. Lavorando nel cinema e nei media si era creata una rete di contatti. La osservavo alle inaugurazioni delle mostre di altri artisti. Flirtava, ma con dignità; ossequiava i potenti con un accenno di canzonatura nello sguardo; ascoltava scempiaggini senza battere ciglio e difendeva la propria professionalità ogni qualvolta era sotto attacco – ferma e rispettosa, decisa. Si allontanava dai pettegoli, evitando i capannelli dei maligni, e trattava tutti con cortesia e rispetto. Non l’ho mai sentita criticare – quando qualcosa non le andava, Eve ricorreva al silenzio. Eloquente. TOVAGLIOLINI INAMIDATI Lavoratrice instancabile, era esigente e severa con se stessa e i propri collaboratori; pronta a dare una seconda chance, ma raramente una terza. Ed era generosa. Incoraggiava aspiranti fotografi e li aiutava, esponendosi se riconosceva in loro del talento. Era amica di tanti, intima di pochi, ferocemente leale nei riguardi degli amici. Attenta padrona di casa, le sue buone maniere erano leggendarie. Nell’appartamento di Mount Street, dove il salotto fungeva anche da studio e da stanza degli ospiti, c’erano sculture di arte primitiva e sedie di design moderno. Eppure, quando offriva da bere tirava fuori da un cassetto tovagliolini di lino inamidati e stirati alla perfezione. Le sue lettere di ringraziamento erano piccoli capolavori. Non c’era compleanno che dimenticasse, e per Natale regalava copie delle sue foto. La vita le aveva riservato pesanti batoste, a cui reagiva con una forza straordinaria. Aveva perso un figlio in grembo. Per esorcizzare frequentava, macchina fotografica alla mano, il reparto di maternità dell’ospedale: una delle sue foto più toccanti è quella di una donna, con il suo bambino neonato che le tiene il dito. Era diventata fotografa a quarant’anni; il successo mandò in crisi il suo matrimonio con Arnold Arnold, più giovane di lei. Svilita e umiliata, ne soffrì molto, avrebbe sognato di mantenere unita la propria famiglia. Decise allora di raggiungere il figlio Frank in Inghilterra, dove il ragazzo era interno a Bedales, il vecchio college del padre. Con il tempo, Eve ricostruì la propria autostima e sicurezza, come donna. DUBITA DI LUI, NON DI TE STESSA Questo è stato, per me, il suo maggiore insegnamento. La sua eredità morale. Avvenne così: una sera, qualche anno fa, passai dalla casa di riposo per un saluto prima di andare a cena con un uomo che mi piaceva molto ma sul quale avevo delle riserve. Le spiegai la situazione. Lei ascoltava silenziosa, incamerava, analizzava, metteva a fuoco, come una macchina fotografica. Mi chiedeva di ripetere, poneva domande, poi mi lasciava parlare. Come quando portò Silvana Mangano al Moma e la seguiva, scattando una foto dopo l’altra. Quando ebbi finito, mi chiese: «Is he worthy of you?, È degno di te?». La domanda mi spiazzò. Non ne avevo idea. Non me lo ero mai chiesto. Ricevetti una ramanzina. «Questa è la prima domanda che devi porti, con chiunque tu abbia a che fare. Se è degno di te. Lui. Non chiederti mai il contrario: se tu sei degna di lui. Mai. Se un uomo è degno di te, vale la pena cercare di averlo. Ma non a tutti i costi. Mai». «E se non è degno di me che faccio?». «Lo sai benissimo, cosa devi fare», rispose lei severa. E non volle dire altro. Da allora ho incoraggiato i miei clienti allo studio legale, uomini e donne, amici ed estranei a porsi quella stessa domanda. Li ho spronati a valutarsi e a rivalutarsi, a creare e a riaffermare se stessi per poter rispondere con consapevolezza, perché è una domanda fondamentale nei rapporti d’amore – risolverebbe gran parte dei drammi causati dalla violenza di coppia, se solo la vittima se la ponesse – ma anche in quelli di amicizia, di lavoro e all’interno dei clan a cui apparteniamo anche senza rendercene conto. Ecco, Eve mi ha insegnato a rispettarmi come essere umano. Simonetta Agnello Hornby