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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

COSI’ IL PALLONE SI SGONFIA

Nessuno se ne è ancora accor­to in Europa, ma il pallone sta entrando nell’era del fair-play finanziario. Stop a quei club che han­no fatto il passo più lungo della gam­ba invertendo le voci di bilancio e spendendo sul mercato più di quan­to incassano. L’industria calcio in Italia nel 2010 ha fatto registrare un valore della produ­zione pari a 2 miliardi e 500 milioni di euro contro i 2 miliardi e 836 milioni del costo di produzione. Siamo anda­ti sotto di 386 milioni, una perdita net­ta e preoccupante che ha spinto un gruppo di ricerca del master in “Sport Management, Marketing e Sociology” dell’Università Bicocca di Milano, di­retto dal prof. Franco B. Ascani (mem­bro della Commissione Cultura ed E­ducazione Olimpica del CIO), a porsi l’annoso quesito: «Il pallone si sgon­fia?».
La risposta purtroppo è sì, come si e­vince dai dati dello studio curato dal dott. Yassine Fellag e dal dott. Fabio Psoroulas. Una fabbrica dei sogni di cuoio come la nostra, che basa quasi la metà del suo valore di produzione sui diritti televisivi (999 milioni) e il 70% dei ricavi totali va per gli stipen­di dei calciatori (1.100 milioni circa il monte ingaggi dei tesserati in Serie A), non può certo andare molto lontano. Sul fatturato del calcio italiano i dirit­ti tv incidono per il 63% e solo la Fran­cia tra le grandi d’Europa fa peggio, con il 70%. Ma con tutto il rispetto per i francesi e per gli sceicchi del Paris Saint Germain che probabilmente non sono stati ancora informati dei rigidi paletti Uefa sul fair-play finan­ziario (il loro allenatore Ancelotti è l’uomo più pagato di Francia), sareb­be già un buon risultato avvicinarsi ai ricavi dai media della Premier (54,5%) o ancora meglio alla Liga che vanta un onorevole 48%. Per far questo, il solito tormentone pressoché inascol­tato: servono stadi moderni e di pro­prietà dei nostri club.
In Inghilterra, Spagna e Germania do­ve questo è già una realtà consolida­ta, i ricavi da stadio sono del 25%, mentre l’Italia se la batte con la Fran­cia come fanalino di coda con un po­co onorevole 13%. Bastano questi e­lementi per comprendere il perché le nostre pur gloriose società per fattu­rato nel 2010 erano nettamente fuori dalla top five. Ahivoglia Galliani a sbandierare sempre ai quattro venti che «il Milan è il club più titolato al mondo», quando il Real Madrid fat­tura il doppio dei rossoneri. Con 439 milioni di euro i Galattici svettano al comando della classifica dei più ric­chi del pianeta calcio, seguiti dai ne­mici storici del Barcellona con 398 mi­lioni di euro. Sul podio rimane il Man­chester United con 350 milioni, da­vanti a un Bayern Monaco, 323 milio­ni. Il Milan è 7° con 236 milioni da­vanti all’Inter, 225 milioni. Segue la Ju­ventus con 205 milioni, ma con il nuo­vo stadio di proprietà e un ridimen­sionamento drastico dei costi-ricavi, al momento è l’unica delle tre “gran­di sorelle” in perfetta linea con i para­metri del fair-play finanziario.
La società del presidente Andrea A­gnelli nel 2010-2011 ha avuto infatti introiti da stadio per 17 milioni di eu­ro, ora con lo Juventus Stadium, l’o­biettivo dichiarato per la stagione in corso è quello di raggiungere quota 32 milioni di euro, innalzando in tal modo il fatturato dall’8% al 20%. Juve dunque isola felice, in una Serie A do­ve perdiamo una grande stella ogni anno (Kakà, Eto’o, Pastore) e soprat­tutto pubblico. Da un decennio in qua gli spettatori calano. Nel 2010, 5mila presenze in meno dell’anno prece­dente nei nostri stadi, vecchi e fati­scenti, oltre che insicuri. La media spettatori in Serie A è di 25mila pre­senze scarse, contro i 34mila della Spagna e i 42mila dell’Inghilterra che si fregia di un 92% di riempimento de­gli spalti. Per ritrovare il sorriso, allo­ra bisogna andare a controllare la ta­bella dei ricavi da “media” dove dopo Barcellona (178 milioni) e Real (159), nell’ordine Milan, Inter e Juve rien­trano di diritto nella top five rispetti­vamente con 141, 138 e 132 milioni di euro. Questo vuol dire che il prodot­to calcio italiano fa ancora gola alle televisioni. Un brand che funziona in tv, ma un po’ meno quando si tratta di investire sul merchandising. Anche qui maglia quasi nera (la Francia in coda) con 77 milioni di ricavi contro il 180 della Liga e i 168 della Premier. Il tifoso italiano non solo va di meno allo stadio rispetto a uno spagnolo e a un inglese, ma investe assai poco in merchandising (maglie, gadgets e ac­cessori) visto che la spesa media è di 23 euro, meno della metà di un sup­porters inglese (65 euro) e addirittu­ra anche meno di quello francese, 42 euro. Per uscire dall’impasse, i politi­ci del Palazzo del pallone vi diranno che comunque bisogna guardare al futuro e che quello naturalmente è rappresentato dai giovani. Peccato che anche per i settori giovanili i no­stri club spendono il 50% in meno ri­spetto agli altri concorrenti europei. La dimostrazione? Inter, Milan e Juve mettono a disposizione dei vivai 5mi­lioni di euro a testa, a stagione, cifra che più o meno da sola copre il Bar­cellona che poi naturalmente può mostrare al mondo i suoi gioielli di fami­glia della tanto invi­diata cantera.In Spagna il 25% dei calciatori della prima squadra arrivano dal vivaio del club, la Se­rie A è ferma al 12,5%.
Con questi numeri si rischia di mettere a repentaglio anche il ruolo di quarta po­tenza europea, il 3° posto ci è già stato strappato dalla Germania. Del resto, per assistere a u­na partita del Bayern Monaco il bi­glietto più caro è di 70 euro, per lo stes­so allo stadio Meazza, si arriva a 365 euro. Il nostro pallone è sgonfio da tanto, ma in troppi fanno finta di nien­te.