Roberto Mania, la Repubblica Affari e Finanza 16/01/2012, 16 gennaio 2012
Da Brembo e Calzedonia alle multinazionali tascabili ecco chi assume ancora – «Io lavoro all’ estero duecento giorni all’ anno», dice Mario Mancini patron del Gruppo Mancini che nei due stabilimenti nell’ ascolano produce impianti e macchinari per la macellazione
Da Brembo e Calzedonia alle multinazionali tascabili ecco chi assume ancora – «Io lavoro all’ estero duecento giorni all’ anno», dice Mario Mancini patron del Gruppo Mancini che nei due stabilimenti nell’ ascolano produce impianti e macchinari per la macellazione. Gruppo che assume e non che riduce il personale, nonostante la nostra prossima recessione che ha fatto fare previsioni nerissime al Centro studi della Confindustria: 800 mila posti di lavoro in meno nel biennio 20122013. Mancini sta partendo per Bombay, ha filiali in Colombia, in Polonia, in Romania; ha clienti in Senegal, in Marocco, in Oman. Mancini è un classico piccolo imprenditore italiano (il suo organico non supera i 60 dipendenti) che ha imparato a vivere nelle globalizzazione. Ha innovato e si è internazionalizzato. Viaggia. E ora assume. Poco, ma assume. Come assumono alla Brembo di Alberto Bombassei, a Calzedonia, alla Luxottica, alla Candioli di Torino, alla Isaseta di Como, alla Uteco di Verona, alla Cosberg di Bergamo o alla Stulz di Valeggio sul Mincio. E in molte altre aziende. C’ è stata la metamorfosi, come ha scritto Giuseppe Berta, nella struttura industriale italiana. Le multinazionali tascabili hanno preso la leadership. Non delocalizzano, come fa la FiatChrysler di Sergio Marchionne, semmai hanno allungato all’ estero la loro filiera produttiva ma senza depotenziare il loro quartier generale e il nostro Pil nazionale; sono andate nei mercati emergenti per cercare i nuovi clienti non per ridurre i costi di produzione, perché questo si faceva negli anni Novanta; hanno scommesso sulla ricerca e non anelano alle commesse pubbliche che non arrivano più e che hanno portato al disastro dei cantieri della Fincantieri. Il loro turnaround l’ hanno realizzato almeno una decina di anni fa, all’ inizio del secolo. Una metamorfosi, appunto. Silenziosa ed efficace. Oggi producono almeno il 30 per cento del Pil nazionale. Sono una gamba decisiva per tenere in piedi la nostra economia. Ecco perché possono assumere. «Abbiamo assunto due persone nel 2011 - dice Mancini - e altrettante dovremmo prenderle quest’ anno: una persona nel commerciale e poi un export manager». Bisogna guardare all’ estero che non è nemmeno più l’ Europa. «Per me - sostiene - Gianluigi Viscardi, cofondatore, trent’ anni fa, della Cosberg a Bergamo - è più facile arrivare in Germania che a Napoli. Siamo già in Europa, è meglio non scordarcelo». La Cosberg è un’ impresa meccatronica, progetta e realizza macchinari, una novantina di dipendenti, sedi in Francia e Brasile, quasi l’ 80 per cento del fatturato va all’ estero. Nel 2011 il fatturato è cresciuto del 6 per cento. Dalla sua creazione la Cosberg non ha mai fatto ricorso a un’ ora di cassa integrazione. Mai un contratto a progetto o interinale. Prevede di assumere sette tecnici progettisti, due montatori, un addetto al commerciale. Quasi il 15 per cento del fatturato viene investito in ricerca. «Perché oggi - spiega ancora Viscardi - cercano tutti l’ automazione e la qualità. Succede anche nei paesi dove la manodopera è ancora a basso costo, dalla Turchia alla Tunisia, al Marocco». La flessibilità, Viscardi, se l’ è creata in casa: quando un progetto non può essere terminato in Italia, perché c’ è il weekend o perché richiederebbe un turno di notte, passa al desk brasiliano. «Sì, su alcune cose ha proprio ragione Marchionne, non si può essere costretti a negoziare ogni volta che si ha un picco di commesse». Serve flessibilità, ma non serve il superamento dell’ articolo 18 dello Statuto. «Se uno vuole licenziare, licenzia», ammette Viscardi. La Uteco di Verona, produce macchine da stampa, flessografiche, rotocalco e accessori per la stampa di imballaggi flessibili. Ha assunto personale nel 2011, lo farà anche nel 2012. «Stiamo crescendo negli ordini e anche negli organici», dice Simone Quinto, uno dei due amministratori delegati (l’ altro è Aldo Peretti) dell’ azienda che ha circa 240 dipendenti, due sedi, una a Colognola ai Colli, l’ altra negli Stati Uniti che serve soprattutto come punto per l’ assistenza dei clienti americani e canadesi. Per quest’ anno si prevede di incrementare la manodopera di una decina di unità. Quasi tutte saranno conferme di contratti a termine. Giovani già provati nell’ azienda, ingegneri, manutentori. Per rafforzare l’ area commerciale si cercheranno fuori le esperienze, candidati tra i 35 e i 40 anni. Ma mentre parla di assunzioni, Quinto sostiene che il problema di un’ azienda come la sua, che lavora in un business di nicchia con potenzialità davvero rilevanti, non è tanto la flessibilità quando il mercato tira, bensì quando c’ è un rallentamento. «È lì che servirebbe più flessibilità». Vuol dire più libertà di licenziare? «Vuol dire anche questo, premettendo che non è comunque l’ obiettivo di un imprenditore. Resta il fatto che da queste parti il problema non è certo la possibilità di ricorrere al terzo turno. Qui c’ è un forte attaccamento all’ azienda. Il problema, ripeto, è gestire con flessibilità le fasi negative del ciclo». Ormai meno del 50 per cento del fatturato della veronese Stulz nasce dal mercato nazionale. La Stulz produce impianti per il raffreddamento delle apparecchiature elettriche e di liquidi. Il fatturato si è impennato nel 2010 con un + 35 per cento, crescerà ancora nel 2012 ma non certo a quei livelli. Anche alla Stulz, spiega Paolo Perotti, ad e fondatore dell’ azienda nel 1989, le assunzioni di quest’ anno saranno trasformazioni di precedenti contratti atipici. Però c’ è una tipicità in questa azienda. Le assunzioni non sono solo per giovani. Una quota è destinata ai lavoratori maturi, intorno ai cinquant’ anni, che nel nostro mercato del lavoro sono diventati uno degli anelli più deboli, e che rischiano, una volta espulsi dalla produzione, di non rientrare più in attività senza nemmeno riuscire ad andare in pensione in tempi ravvicinati dati i cambiamenti radicali che sono stati introdotti con la sostanziale abolizione delle pensioni di anzianità. I cinquantenni sono soprattutto operai alla Stulz; i giovani, ingegneri o tecnici, invece servono dove c’ è da innovare, nel prodotto e nei processi di produzione. È un approccio inaspettato, forse anche innovativo che potrebbe essere seguito. Un ribaltamento dei nostri luoghi comuni, dove non a caso vige, in tanti livelli pure in quelli imprenditoriali, una cultura perlopiù gerontocratica. All’ Istituto farmaceutico Candioli nel torinese si producono farmaci per uso veterinario. Un settore che ha risentito poco della crisi. Nel 2010 il fatturato è aumentato del 30 per cento, nel 2011 - dice Riccardo Cravero che insieme al figlio guida l’ azienda - «solo del 20 per cento». Dovrebbe andare bene anche il 2012, con due assunzioni a tempo indeterminato (conferme di contratti) e altre due a tempo determinato. Alla Candioli il 95 per cento delle assunzioni è in realtà una stabilizzazione di contratti a tempo determinato. La via italiana al lavoro. Che però - è bene ricordarlo - passa soprattutto dagli investimenti in innovazione e dalla capacità di mettersi a rischio nelle traiettorie della competizione globale. Insomma, per il lavoro servono imprenditori che abbiano ancora voglia di fare bene il loro mestiere.