Ettore Livini, la Repubblica Affari e Finanza 16/01/2012, 16 gennaio 2012
Al pronto soccorso delle aziende in crisi 200 tavoli per salvare 300 mila posti – Il Pronto soccorso dell’ Italia Spa è pronto ad alzare il cartello del tutto esaurito
Al pronto soccorso delle aziende in crisi 200 tavoli per salvare 300 mila posti – Il Pronto soccorso dell’ Italia Spa è pronto ad alzare il cartello del tutto esaurito. L’ economia arranca sull’ orlo della recessione e nel 2011 ben 195 aziende - grandi e piccole, dal Friuli fino alla Sicilia - hanno cercato protezione sotto la tendina ad ossigeno dei tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico. I lavoratori coinvolti, indotto compreso, sono circa 300mila. I posti davvero a rischio nel breve periodo, dicono fonti vicine al dicastero, sono «più o meno 30mila». L’ allarme è rosso: «Nei prossimi mesi c’ è rischio di tensioni sociali crescenti», ha ammesso Susanna Camusso. E a Palazzo Piacentini - finito sotto l’ ombrello del superministero affidato a Corrado Passera - è iniziata la corsa contro il tempo per provare a disinnescare la bomba ad orologeria dell’ emergenza lavoro. I numeri. I dossier industriali parcheggiati in terapia intensiva sul tavolo del governo a fine dicembre erano ben 195. I problemi delle realtà più piccole (purtroppo) raramente riescono ad arrivare fino a Roma. Ma nel campione dei "ricoverati" alla Sviluppo economico c’ è un po’ di tutto: grandi imprese come Fincantieri, i pullman della Irisbus, AnsaldoBreda, la storica siderurgia della Lucchini e i villaggi della Valtur. Ma anche filiali di aziende estere (da Alcatel ad Abb) pronte a chiudere i battenti in Italia per trasferirsi verso Oriente e stabilimenti in cerca di riconversione. La radiografia degli stati di crisi per settore è impietosa: le difficoltà della Fiat - monitorata ma al momento senza un tavolo ad hoc - ha costretto a chiedere aiuto allo Stato ben 22 aziende dell’ automotive. I numeri certificano pure lo stato di estrema difficoltà dei pochi sopravvissuti del polo chimico nazionale (i tavoli aperti sono 16) e del tessilemoda (14). E persino i grandi nomi dell’ elettrodomestico tricolore- da Merloni a Candy a Indesit - sono stati costretti ad andare in pellegrinaggio nella capitale per provare a risolvere in modo più indolore possibile la chiusura o la ristrutturazione di alcuni dei loro siti produttivi in Italia. Il governo Monti, appena insediato, è stato costretto da subito a mettere tra le priorità assolute la gestione di questa situazione caldissima. Se non altro per motivi di cronaca. Dopo la soluzione positiva del caso Termini Imerese («ancora da verificare alla prova dei fatti», mette le mani avanti il segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudiere) è esplosa subito la bomba Fincantieri e ora quello dell’ addio alla Sardegna di Alcoa che ha pure rifiutato di sedersi a un tavolo di trattative allo sviluppo economico. Non solo: 30mila posti in meno rischiano di trasformarsi in una tragedia sociale per un’ Italia che nel 2011 ha registrato più di un miliardo di ore di cassa integrazione (gli ammortizzatori sociali costano 20 miliardi l’ anno) e dove un giovane su tre già oggi non riesce a trovare lavoro. Le buone notizie. La buona notizia è che i tavoli di crisi del ministero dello Sviluppo economico possono funzionare. «Al governo Berlusconi mancava una visione di politica industriale che speriamo risorga con Monti», dice Scudiere. Ma su 109 dossier gestiti attivamente nel 2011 a Palazzo Piacentini tra aziende, sindacati, esecutivo ed enti locali - tra cui 15 relativi ad aziende in amministrazione controllata - 49, dicono fonti del ministero, «sono sostanzialmente risolti o in via di soluzione». Termini Imerese è solo la punta dell’ iceberg. I laboratori di ricerca della Glaxo a Verona (con 550 ricercatori) sono stati pilotati grazie alla regia romana verso la multinazionale Usa Aptuit salvando tutti i posti di lavoro. Il sostegno parziale degli ammortizzatori sociali ha consentito di salvare la gloriosa Caffaro e la Btp Tecno di Battipaglia e la moda della Itierre, ripartita a gonfie vele dopo un lungo periodo sull’ orlo del fallimento. Il metodo della concertazione costruttiva ha consentito pure di gestire in maniera quasi indolore l’ addio (a volte parziale) all’ Italia di qualche multinazionale estera. Prendiamo la Bat, colosso inglese del tabacco che nel nostro paese produce le Ms. Quando il cda a Londra ha deciso di chiudere la storica Manifattura di Lecce, l’ azienda ha deciso di portare il caso al ministero chiarendo subito che la sua intenzione era di accompagnare una riconversione che garantisse se possibile tutti i posti di lavoro. Al tavolo si sono seduti sindacati, enti locali, governo. E in pochi mesi, grazie alla buona volontà di tutti, si è trovata la quadratura del cerchio: quattro imprenditori si sono divisi gli impianti garantendo non solo la riassunzione dei 271 dipendenti Bat ma pure l’ assorbimento di una serie di contratti a tempo determinato. Morale: 420 persone lavorano oggi nell’ ex stabilimento di sigarette riconvertito alla produzione di infissi (Korus) e cucine per aeromobili (Iacobucci). «Un risultato eccellente ottenuto grazie al dialogo garantito dal tavolo di crisi», dice Giovanni Carucci, vicepresidente di Bat Italia. «La mia soddisfazione maggiore è l’ accordo con cui siamo riusciti a riconvertire Porto Torres in un polo per la chimica verde grazie alla sensibilità dimostrata dall’ Eni», aggiunge Scudiere. Il lavoro da fare. Naturalmente non c’ è rosa senza spine. E a Palazzo Piacentini sono aperti dossier caldissimi la cui soluzione è ancora tutta da individuare. In primis il caso Fincantieri. Passera ha garantito che nessuno degli otto stabilimenti della cantieristica nazionale chiuderà. Ma a rischio ci sono almeno 3.600 posti, le commesse sono vicine all’ esaurimento e un pezzo importante dell’ industria nazionale è prossimo al collasso. «Il governo deve darsi delle priorità nella politica del lavoro - dice Scudiere - Certo va rivisto il sistema degli ammortizzatori, ma nei settori dove lo Stato è anche azionista, come su Fincantieri, dovrebbe essere più facile mettere a punto strategie industriali di rilancio». Il problema è che le strade per salvare un’ azienda durante una recessione e soprattutto in un momento nero per la liquidità come questo sono molto più strette. È difficile trovare imprenditori disposti ad aprire i cordoni della borsa. La sfiducia verso l’ Italia scoraggia gli investimenti esteri. E le banche, che in Francia per tradizione partecipano da protagoniste (per ovvi motivi) ai tavoli di crisi, qui da noi preferiscono tenersi alla larga da situazioni complesse come queste. A meno, naturalmente, che non abbiano da tutelare i propri crediti. I nodi da sciogliere, insomma, sono di più di quelli che, per fortuna, sono già stati sciolti: 86 dei tavoli apparecchiati a Palazzo Piacentini non sono nemmeno stati convocati nel 2011. In qualche caso perché aziende e lavoratori stanno accordandosi in proprio. Ma spesso perché la situazione è così difficile e complessa da essere scivolata in fondo alle priorità del governo. E su 60 dossier ancora da risolvere la strada da percorre è molto lunga. I motivi delle difficoltà sono tanti. Spesso ad esempio lo Stato mette a disposizione gli ammortizzatori, i sindacati aprono a soluzioni creative, ma le proprietà, come è successo la scorsa settimana con l’ Alcoa, fanno orecchie da mercante. Un caso di scuola è quello della Omsa, marchio storico delle calze italiane. L’ azienda emiliana ha scelto la strada della localizzazione in Serbia e dopo lunghi tira e molla la situazione è ancora bloccata e per le 239 dipendenti della fabbrica di Faenza adesso c’ è lo spettro del licenziamento. Un altro esempio di criticità è quello della Basell, filiale italiana a Terni della multinazionale chimica. «In questo caso abbiamo fatto buona parte del lavoro - racconta Scudiere -. Tamponata l’ emergenza con gli ammortizzatori, trovato i potenziali compratori in accordo con il governo». Ma a tirare il freno è il vertice dell’ azienda che teme a questo punto di passare la mano a un rivale in grado di farle concorrenza. E la lista dei lungodegenti al pronto soccorso dell’ Italia Spa continua ad allungarsi.