Luigi Chiarello, ItaliaOggi 17/01/2012, 17 gennaio 2012
Nei rifiuti ci sono 42 mld di euro – Settantadue miliardi di euro di risparmi per le casse pubbliche e 42 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo per le imprese del settore: a tanto ammonta il giro d’affari stimato nell’Unione europea da uno studio della Commissione, qualora si desse piena attuazione alla normativa comunitaria sui rifiuti
Nei rifiuti ci sono 42 mld di euro – Settantadue miliardi di euro di risparmi per le casse pubbliche e 42 miliardi di euro di fatturato aggiuntivo per le imprese del settore: a tanto ammonta il giro d’affari stimato nell’Unione europea da uno studio della Commissione, qualora si desse piena attuazione alla normativa comunitaria sui rifiuti. E anche la ricaduta occupazionale stimata per il comparto gestione e riciclaggio rifiuti non è da poco: oltre 400 mila posti di lavoro entro il 2020. Lo studio europeo presenta un’analisi degli effetti della legislazione, se correttamente attuata. I paesi citati nei test sui benefici economici sono Cipro, Germania, Irlanda, Italia e Paesi Bassi. Le opportunità economiche sono destinate a una forte espansione. Nel 2008 il fatturato del comparto gestione e riciclaggio ammontava in Europa a 145 miliardi di euro, pari a circa l’1% del pil Ue. In tutta Europa lavoravano nel settore due milioni di persone. Ma, se la cosiddetta «politica unionale» venisse rispettata ovunque nell’Unione, si potrebbero avere in tutto circa 2,4 milioni di posti di lavoro, per un fatturato annuo complessivo di 187 mld di euro. I nodi. Secondo Bruxelles, il problema è che «troppo spesso i prezzi non rispecchiano il costo reale di smaltimento» dei rifiuti. Inoltre, molti stati europei «non dispongono di infrastrutture adeguate per raccolta differenziata, riciclaggio e recupero». Tra l’altro, latitano i controlli sistematici e mancano meccanismi automatici di rispetto degli obblighi da rispettare. Il che rende complicato lo sviluppo del business nella gestione dei rifiuti, i cui operatori non possono ancora contare su dati affidabili e certi. Le soluzioni. In primis lo studio Ue suggerisce di «incrementare le conoscenze sui rifiuti». Servono, insomma, dati migliori e un sistematico monitoraggio del funzionamento pratico della legislazione comunitaria. In questo, Bruxelles ricorda che da pochissimo Eurostat ha istituito un Data centre on waste (un centro dati sui rifiuti). In merito alle azioni da intraprendere, lo studio Ue ne suggerisce tre. Primo: attuare al meglio il principio «chi inquina, paga», ricorrendo il più possibile a strumenti economici, come un aumento dei costi di smaltimento. Così da recuperare le risorse finanziarie necessarie alla gestione dei rifiuti. Secondo: rafforzare le ispezioni. In proposito, la commissione sta pensando di dotarsi di propri ispettori per attuare un audit a livello dell’Unione. Organismo, che troverà forza anche in nuove norme comuni per le ispezioni, da attuare nei singoli stati membri. Terzo: potenziare il ruolo dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea).Operazione che consentirebbe un risparmio notevole, visto che aggirerebbe la necessità di dover costituire una nuova agenzia europea specializzata sui rifiuti. Ora la palla passa alla commissione, che dovrà stilare una tabella di marcia sulla base delle risultanze dello studio. In cantiere, incentivi economici e giuridici (come imposte sulle discariche), ma anche divieti. Così come un ampliamento dei regimi di responsabilità del produttore e nuovi strumenti del tipo «paga quanto butti»