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 2012  gennaio 17 Martedì calendario

Fede, sogno Travaglio a Mediaset – Se il Tg5 festeggia i suoi 20 anni, Emilio Fede può vantare un anno di anzianità in più, 21 di informazione Mediaset, da quella notte tra 16 il 17 gennaio 1991, quella dell’attacco in Iraq

Fede, sogno Travaglio a Mediaset – Se il Tg5 festeggia i suoi 20 anni, Emilio Fede può vantare un anno di anzianità in più, 21 di informazione Mediaset, da quella notte tra 16 il 17 gennaio 1991, quella dell’attacco in Iraq. Fede è un caso strano di giornalista con una carriera scintillante, fatta di 27 anni di Rai e di 23 anni in Mediaset, ma di cui si parla (per colpa sua) quasi esclusivamente per le faccende del gioco d’azzardo e del bunga-bunga. Tuttavia, confessa, «io faccio tardi alla sera solo per andare all’1.30 in piazzale Loreto, a Milano, e comprare le prime copie fresche fresche del Corriere della Sera». Quanto alla direzione del Tg4 (ieri, alle 3 del pomeriggio, stava ancora scrivendo tutto il notiziario), «io non mollo, e nessuno mi manderà a casa, finché la salute regge». Rimpiange i suoi figliocci, Francesca Senette e Paolo Brosio, «che han voluto fare le star alla Rai, e invece si sono persi», mentre respinge le accuse di servilismo: «Io sarei un servo e invece Ezio Mauro o Ferruccio de Bortoli sono credibili? Non lo accetto». Vorrebbe portare Marco Travaglio a Mediaset, «perché non è intelligente, di più», mentre a Gabriele Paolini, il disturbatore, riserva una delle sue stoccate: «Mi è simpatico, però si lava poco». Domanda. Direttore, con lei si parla sempre della famosa notte dell’attacco... R. Non possiamo continuamente parlare di quella notte, celebrarla. Diciamocelo: quella notte è diventata una rottura di palle. Io comunque ho fatto partire l’informazione, ho dato credibilità alla informazione Mediaset. D. Nel senso? R. Quando sono arrivato non avevano le agenzie stampa, non sapevano cosa fosse una segreteria di redazione. Per un po’ di mesi ho fatto una vera e propria scuola per creare un tg. D’altronde, avevo 27 anni di Rai alle spalle, la direzione del Tg1, i servizi per Tv7. E alla Rai non arrivai con assunzioni strane... D. Cosa intende? R. Mi assunse il grande Enzo Biagi. E quando Biagi compì 80 anni, venne celebrato a Milano al Teatro Nazionale. Al suo fianco, sul palco, volle sei protagonisti dell’informazione: uno dei sei ero io. D. Lei ha introdotto molte novità nella fattura dei tg: la conduzione in piedi, un notiziario meno ingessato, un collega alle agenzie stampa... R. È vero. Ora molti tg si assomigliano, dicono tutti le stesse cose, sono ripetitivi. Io ho un modo più accomodante: la prima cosa che ho voluto al Tg4 è stata l’eliminazione del gobbo. Non si deve leggere, altrimenti non si impara mai come si fa la diretta. D. Quindi niente invidia per le celebrazioni dei 20 anni del Tg5? R. No, noi abbiamo celebrato i 20 anni dell’informazione Mediaset lo scorso anno. E mi hanno regalato un Rolex d’oro che porto al polso e che tutti adorano. D. I giornalisti usciti dai suoi tg di cui va più fiero? R. Anna Migotto, Tony Capuozzo, Gabriella Simoni, Sabina Fedeli. Tutta gente che ora è seminata in vari tg. Per esempio, Maurizio Beretta (ora presidente della Lega Calcio e responsabile comunicazione Unicredit, ndr) l’ho scelto io all’economia del Tg1. Molti sono cresciuti con me, come io sono cresciuto con Biagi, Sergio Zavoli, Brando Giordani. D. Che fine ha fatto Francesca Senette? R. L’ho sentita pochi giorni fa. Eh, beh, se ne sta alla finestra. D’altronde, ha scelto lei di lasciare il Tg4 per andare a fare la star in Rai, con un contratto di due anni. E ora è ferma. Un po’ come Paolo Brosio, che però ha scoperto Medjugorje... D. Lei è stato un grande inviato, prima di quotidiani, poi della Rai. Perché ha scelto di sedersi dietro una scrivania, prima come conduttore, poi come direttore di tg? Lo rifarebbe? R. Quando ero in Africa ebbi grossi problemi di salute a una gamba. Emilio Rossi, all’epoca direttore del Tg1, mi chiese di condurre il tg per due o tre mesi, che invece divennero sei anni. Ma io non volevo stare dietro una scrivania. È che a volte è il destino che sceglie per noi. D. E la direzione del Tg1? R. Franco Colombo, all’epoca direttore del Tg1, venne trovato negli elenchi della P2. La politica decise che il Tg1 non dovesse essere diretto ancora da un democristiano. E scelsero me, che arrivavo dal Psdi. Doveva essere temporaneo, e poi durò un anno e nove mesi. D. Perché venne rimosso? R. Perché Ciriaco De Mita, segretario della Dc, pretese che la direzione tornasse a un uomo della Dc. D. L’impressione che lei da, professionalmente, è di un grande talento che poi si è un po’ rovinato con le sua mani. Prima col gioco d’azzardo, poi con le faccende del bunga-bunga. Si pente di qualcosa? R. Ripeto, a volte si crede che il destino ce lo costruiamo noi, e invece io credo che sia il destino il nostro padrone. Non mi pento di nulla, nel bene e nel male. Per esempio, grazie al gioco d’azzardo ho lasciato la Rai. E ho conosciuto Alberto Peruzzo che mi ha voluto alla direzione del TgA, il telegiornale di Rete A. Silvio Berlusconi lesse su Panorama una classifica sulla notorietà dei giornalisti, nella quale al primo posto c’era Biagi e al secondo io. Mi chiamò per lanciare l’informazione di Mediaset. Probabilmente non sarebbe accaduto nulla di tutto ciò se non avessi giocato d’azzardo. D. E della vicenda Ruby, Lele Mora, bunga-bunga? R. Non faccio un mea culpa. Mi è costata tanto da un punto di vista psicologico, ho pensato alla mia famiglia, a mia moglie, ai miei figli. Ne esco ferito. D. Ma sua moglie si è molto arrabbiata... R. Si è arrabbiata all’epoca del gioco d’azzardo, e poi, più di recente, per delle foto in cui io ero in compagnia di una persona. Ma mi è sempre stata vicina, lei sa la verità. D. Ma lei ritiene corretto che una persona di 80 anni debba fare le due di notte con ragazzine di 20 anni? Non è un po’ squallido? R. Io lavoro 12 ore al giorno. Mi scrivo tutto il giornale, fino alle notizie in breve, poi mi cambio, mi trucco e vado in onda. Alle 21.30 esco e vado a cena al ristorante. Io sono astemio, non fumo, non mi drogo, però ho bisogno di cazzeggiare un po’, almeno fino all’1.30 di notte, per scaricare le tensioni. A quell’ora ho l’abitudine di andare, sempre, all’edicola di Corrado in piazzale Loreto a Milano, e comprare la copia fresca fresca del Corriere della Sera... D. Sì, ma le serate ad Arcore? R. Beh, vorrei vedere chi dice di no a un invito a cena a casa di Berlusconi. Però ho solo dato passaggi a persone che erano di strada sul percorso. Sia all’andata, sia al ritorno. È accertato che Ruby non l’ho portata io ad Arcore. Si dice che ho organizzato giri di prostituzione, ma a che fine l’avrei fatto? Per prendere una percentuale sui soldi che loro ricevevano? No, non esiste. D. È andato a trovare Lele Mora in carcere? R. No, ma gli ho scritto una lettera, nonostante quello che lui dice. Io non l’ho mollato all’epoca di Vallettopoli, lui è rimasto il mio agente. Poi lui mi doveva dei soldi. Le cose sono andate così. D. Però non è triste che di lei si parli molto solo per queste cose un po’ torbide? R. Sono vicende che mi hanno creato molto scompiglio, ma che mi han dato un grande stimolo a lavorare, ad andare avanti. D. Come vede il Tg4 tra dieci anni? R. Lo vedo come testata che deve esistere, immersa in una globalizzazione dell’informazione. Il Tgcom 24 è un fenomeno tecnico straordinario, e Mario Giordano è un formidabile esecutore, un quasi Emilio Fede quanto a impegno e sacrificio. La tecnologia è bellissima, però puoi fare un Freccia Rossa ma gli devi dare binari e un organico sufficiente. D. Come ha vissuto il depauperamento della redazione del Tg4, a favore della agenzia News Mediaset e poi del Tgcom 24? R. L’ho accettato e sostenuto. Certo, noi siam rimasti in 15, quindi c’è anche un po’ di tristezza. Perché coi miei giornalisti ci sono state incazzature solenni, ma un grande rapporto umano. Sono loro amico, possono confidarsi con me. D. Anche Augusto Minzolini, grande inviato, a un certo punto accetta di dirigere il Tg1. Ha fatto bene, secondo lei? O era meglio tenersi lontano dalla palude politica di Saxa Rubra? R. L’offerta della direzione del Tg1 è una leccornia alla quale è difficile dire di no. Però io ho fatto il direttore dopo anni di esperienza in tv. Lui, invece, non aveva questo bagaglio, è andato un po’ allo sbaraglio. Poi io sono stato allontanato dal Tg1 dalla politica. Lui, invece, per altri motivi. D. A giugno compirà 81 anni. Non è complicato fare il direttore di un tg a 81 anni? R. La mia salute, tranne un istruttore di palestra che mi ha disarticolato una gamba, regge, è buona, sto bene. Certo, purtroppo c’è un traguardo. Però c’è una ipotesi di conduzione di un programma settimanale. Ecco, quando quella ipotesi si concretizzerà, potrò passare dal Tg4 alla trasmissione, senza grossi traumi. D. Un programma tipo Password? R. Password ha preso un sacco di premi. Certo, poi faceva il 4-5%, ed è stato giustamente sospeso. D. Non crede che sia anche un problema di credibilità? Nel senso che da Fede, ormai, ci si attende un certo prodotto, e non un rotocalco informativo di cronaca? R. Che vuol dire? Con 60 anni di professione non ho credibilità? Il Tg4 inizia con 1,3 milioni di telespettatori e finisce con 1,3 milioni. Ha un pubblico fedelissimo. D. Perché qualcuno la chiama «servo»? R. Io servo, io non credibile, e invece Ezio Mauro o Ferruccio de Bortoli sono credibili? Guardi, io sono grande amico di Antonio Padellaro, il direttore del Fatto quotidiano. Lo leggo tutti i giorni e mi piace. Trovo Marco Travaglio non intelligente, di più, e lo vorrei a Mediaset. D. Dal Tg4 a un programma tv. Insomma, non molla. Ma non crede che i dirigenti di Mediaset avrebbero anche voglia di congedarla, e non lo fanno solo per una sorta di timore reverenziale? R. Berlusconi, quando mi ha assunto, mi ha detto: vieni a lavorare da noi e starai con noi finché vuoi. Quindi nessuno mi metterà alla porta. Non è nella cultura di Berlusconi e di alcuni uomini di questa azienda. Io, comunque, farò quello che l’azienda mi chiede. D. Le incursioni di Gabriele Paolini nel Tg4 sono diventate momenti di tv irresistibile. Dica la verità: Paolini, alla fin fine, le sta simpatico? R. Sì. Però si lava poco. Una volta è venuto da me per chiedermi scusa, e ho dovuto tenere aperta la finestra per tre giorni D. Lei è stato rinviato a giudizio per le vicende Ruby-Mora-bunga bunga. Si presenterà al processo? R. Guardi, ho già scritto 35 pagine di un mio nuovo libro che racconterà tutto, dell’invidia e della gratitudine. Quanto al processo, io non andrò in tribunale, scriverò ai giudici che sono già stato indagato, accusato, imputato, rinviato a giudizio e condannato dalla stampa. E concluderò la mia lettera con «grazie per l’attenzione e buona serata con i programmi di Rete 4».