Diego Gabutti, ItaliaOggi 17/01/2012, 17 gennaio 2012
Silvio Berlusconi ha realizzato ciò che il ’68 aveva sostenuto – «Può sembrare sorprendente considerare Berlusconi come colui che ha realizzato ciò che il Sessantotto ha sostenuto», scrive Mario Perniola, in Berlusconi, o il ’68 realizzato, Mimesis, pp
Silvio Berlusconi ha realizzato ciò che il ’68 aveva sostenuto – «Può sembrare sorprendente considerare Berlusconi come colui che ha realizzato ciò che il Sessantotto ha sostenuto», scrive Mario Perniola, in Berlusconi, o il ’68 realizzato, Mimesis, pp. 64, euro 3,90. «Eppure per chi ha vissuto all’interno di quel movimento non è difficile trovare in lui quella volontà di potenza, quel trionfalismo farneticante, quell’estrema determinazione di destabilizzare tutta la società da cui il Sessantotto fu pervaso. Fine del lavoro e della famiglia, descolarizzazione, distruzione dell’università, deregolamentazione della sessualità, controcultura, discredito delle competenze mediche e crollo delle strutture sanitarie, ostilità nei confronti delle istituzioni giudiziarie considerate come repressive, vitalismo giovanilistico, trionfo della comunicazione mediatica, oblio della storia e presentismo spontaneistico, tutto ciò è ormai diventato realtà. Con Berlusconi si chiude un periodo storico iniziato negli anni sessanta, nel quale le basi logiche del pensare sono state sostituite da un sentire collettivo manipolato e delirante, lunatico e stravagante». Prima del saggio di Perniola, che a pochi giorni dalla pubblicazione merita d’essere già considerato un mezzo classico, il berlusconismo era una categoria morale, l’antibandiera degli editorialisti ampollosi, mentre la verità è che il berlusconismo è naturalmente una categoria estetica, vale a dire una bandiera pirata, simile a quella agitata da tutte le rivoluzioni culturali. Deciso a provare (anche contro l’evidenza, e a qualunque costo, persino sfidando il ridicolo) che chiunque può «esercitare le funzioni di deputato, sottosegretario, ministro e che dipende da lui deciderlo», Berlusconi «ha esteso alla politica il programma che il poeta franco-uruguayano Lautréamont (1846-1870) applicava alla letteratura: «La poesia dev’essere fatta da tutti, non da uno». Qualche decennio dopo Lautréamont, lo stesso proclama fu esteso all’arte: per Dada, un movimento artistico sviluppatosi tra il 1916 e il 1920, non ci vuole nessuna particolare competenza artistica per fare un’opera d’arte. Dagli anni Sessanta del Novecento in poi il professionismo è oggetto d’una critica che non risparmia nessuna attività, nemmeno quelle artigianali e tecniche». Berlusconi non è mai stato un leader politico. Era e rimane (quel poco che ne resta) un artista pop. È anzi una specie di guru da commedia hollywoodiana che sproloquia al centro d’una comune hippy dove pochi si lavano e tutti fanno l’amore con tutti. Nessuno lo rispetta davvero, ne parlano con sufficienza, come d’un mezzo fregnacciaro, nondimeno lo tollerano, o meglio ancora lo invidiano e l’ammirano: se ce l’ha fatta lui, può farcela chiunque, quindi anch’io. Ma il berlusconismo s’estende ben oltre Berlusconi. C’è qualcosa della maschera di cera, cioè del look da istinto di morte che l’autore di Berlusconi, o il ’68 realizzato attribuisce al Cavaliere, anche nei nemici di Berlusconi e del berlusconismo. Cioè nei «saviani», da Roberto Saviano, come li chiama Perniola, figure culturali tra le più piatte e vuote, intelligenze unidimensionali, invisibili di profilo. «Dietro il commediante, il piazzista, il venditore di fumo», scrive ancora Perniola, «c’è qualcosa d’anonimo, di neutro, direi quasi di filosofico, che costituisce l’essenza del capitalismo finanziario, il quale non è fondato sul lavoro, ma sul gioco. (_) Lo slogan «l’immaginazione al potere» gli calza a pennello. E per quanto dal punto di vista personale sembra non abbia vissuto il conflitto generazionale di quel periodo, tuttavia è stato in consonanza», attraverso la sua Weltanschauung televisiva, «con la negazione d’ogni autorevolezza della tradizione intellettuale che comincia a manifestarsi in quell’epoca e che cresce poi ininterrottamente lungo tutto questo quarantennio». Non c’è stata una congiura. Nessun complotto. Nessuna direzione dall’alto. È così, semplicemente, che sono andate le cose. «In Italia», scrive Perniola, «non c’è stato bisogno d’una politica anticulturale esplicita [come nella Cina della rivoluzione culturale] anche perché coloro che l’avrebbero promossa non erano nemmeno in grado di formularla. Ve la immaginate una campagna politica contro Socrate [sempre come in Cina, contro Confucio]? Ma la maggior parte degl’italiani non sa neppure chi era Socrate: e quanti parlamentari, alti dirigenti e manager lo sanno? (_) In realtà Berlusconi ha liberato l’ignoranza degl’italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna, portando a termine un processo iniziato nel Sessantotto sotto un’altra bandiera».