Alberto Arbasino, la Repubblica 17/01/2012, 17 gennaio 2012
Così in Inghilterra fanno la fila per la Dama con l´ermellino – «Una sì stupefacente raccolta, quale credo arduo pervenire ad aver sott´occhio in nessuna occasione della vita»
Così in Inghilterra fanno la fila per la Dama con l´ermellino – «Una sì stupefacente raccolta, quale credo arduo pervenire ad aver sott´occhio in nessuna occasione della vita». Lo scriveva Gadda nelle Meraviglie d´Italia, a proposito della colossale Mostra Leonardesca a Milano, 1939. Strapiena di congegni indimenticabili: idraulici, anatomici, astronomici, botanici, ottici, meccanici, parabolici, ingegnereschi militari... «Copia immensa di disegni e modelli, di vividi espunti del pensiero annotato», scrisse il Gadda, malgrado l´assenza di alcune pitture memorabili. Si andava lì condotti dalla mamma, piccini, impressionati soprattutto dalle manovre acquatiche sui dislivelli. Soltanto squisite magie pittoriche invece, all´attuale ed epocale esposizione «Leonardo da Vinci pittore alla Corte di Milano», nella National Gallery londinese. Straprenotata, superaffollata, gremita. Sponsorizzata non da banche medicee o sforzesche o francesi, ma da un istituto di credito svizzero, e ricchissima di disegni dalle reali collezioni britanniche, piazzati ov´è possibile accanto ai capolavori cui si riferiscono. Più sublime di tutti, la «Dama con l´ermellino» che a Milano mancava, però si poté ammirare varie volte: innanzitutto a Cracovia, nel "suo" museo Czatoryski, e quindi recentemente a Berlino, alla fine della magnifica mostra, altrettanto affollata, dei ritratti rinascimentali italiani. Qui lei e la bestiolina sogguardano indimenticabilmente un qualcosa a sinistra, con calma indifferente; mentre l´attigua celebratissima «Belle Ferronnière» non guarda niente e forse non pensa a niente, immersa nella sua quieta regolare beltà. Accanto a loro, la discussa «Madonna Litta» sembra collocarsi in diversa compagnia: ecco qui infatti due Madonne del Boltraffio (quella «della Rosa» e «la Esterházy») con analoghi Bambin Gesù da immaginetta devozionale, e gli stessi polpacciotti grassocci in imbarazzante torsione (e con identiche proporzioni di obesità malsana nei disegni, però). Neonati preoccupanti. Circa i ritratti di giovanotti "parrucconi", basta qui un raffronto molto milanese tra il «Musico» leonardesco dell´Ambrosiana e l´analogo adolescente di Brera: più chic, ma del Boltraffio. E più avanti nell´età, il «San Gerolamo» gialliccio dei Musei Vaticani sollecita interrogativi non certo nuovi: è mai possibile credere in buona fede che il Buon Dio sia contento se un povero vecchio masochista si punisce con un sasso in mano, quando tanti giornali si diffondono sui pericoli dei "giuochi" auto-erotici? Nel salone che giustappone le due «Vergini delle rocce» vis-à-vis, poi, malgrado le indicazioni sulle pareti risulta difficile stabilire se sia più onirica la prima versione (del Louvre) o la seconda, sempre ammirata qui alla National Gallery. Dopo i restauri (più o meno opportuni), infatti, non soltanto le rocce appaiono più o meno "creative", e lo "sfumato" forse rimosso, ma sono proprio diversi gli azzurri dei manti e dei cieli e delle acque. E le illuminazioni sulla delicatezza dei lineamenti. Dopo un «Salvator Mundi» che non appare eccessivamente leonardesco, e il vasto favoloso cartone con Madonna e Sant´Anna e i due piccini, tante volte ammirato qui dietro una parete, il salone terminale presenta l´«Ultima Cena» nella copia coetanea del Giampietrino (oggi a Oxford), e in una riproduzione delle condizioni odierne del Cenacolo, con una gloriosa sequenza di dettagli preparatori. Ciascuno col suo riferimento a un particolare dell´affresco. Trionfo del collezionismo erudito! * * * Un vero sobbalzo, più tardi, a Dulwich, scorgendo dalla grande galleria della Picture Gallery, in una sala a fianco, una rigida «Ultima Cena» di eccelsa fattura, mai vista qui. E una «Eucarestia» di Poussin, con Gesù che ne istituisce il Sacramento in un Cenacolo estremo di Apostoli minuscoli però monumentali, in una terribile oscurità che pare il Nulla, malgrado una triste lampada a due candele; e una parsimoniosa illuminazione che viene dal davanti. Altri Sacramenti sono esposti ora qui: dalla collezione celeberrima di Cassiano dal Pozzo, cugino dei Marchesi di Voghera e mecenate romano di Poussin. Venduti dagli eredi settecenteschi con la furbata di sostituire gli originali con accurate copie entro le cornici autentiche, per evitare le sanzioni papali. Trame talvolta rievocate perché della astuta famiglia faceva parte l´intellettuale marchesa Sparapani Boccapadule, amante di Alessandro Verri, ma con sufficienze compassionevoli per Milano. Ne descrive molto minutamente i costumi, deplorandone tuttavia le puzze, a causa dei fienili nell´ultimo piano dei palazzi e dello "stabbio" nelle cantine. Lieta invece di farsi ritrarre quale bas-bleu alla moda fra collezioni naturalistiche e archeologiche, con dediche del cav. Piranesi. A Dulwich si veniva abbastanza spesso anche per salutare il «Rinaldo e Armida», messo in copertina sui Fratelli d´Italia dopo che Federico Zeri sentenziò che su quel libro ci vuole un Poussin. E soprattutto dopo la mostra estiva «Poussin-Twombly». Con citazioni del Tasso: «Esce d´agguato allor la falsa maga, – e gli va sopra, di vendetta vaga. – Ma quando in lui fissò lo sguardo...». Eccola dunque lì con braccia allargate e tette immodeste in fuori, mentre una mano stringe il pugnale trattenuta da un piccolo Amore, e l´altra carezza i riccioli di Rinaldo sonnecchiante in calzoncini dorati. E lì, abbondano le esegesi allegoriche: lotta o tregua fra Concupiscenze e Ragione? L´amico Cy Twombly e i curatori se la cavano giustapponendo un «Ero e Leandro» e un «Venere e Adone» adorno di un patetico cazzo infantile tracciato col carbone da antichi monelli prima d´ogni graffitismo. Rimane così più giusta una mostra che contrapponeva Poussin a Cèzanne sul tema del paesaggio classico, a Edimburgo, anni fa. Sulle pareti intorno, Trionfi e Stragi e Certami sensazionali; e l´infanzia di Giove con ninfe che grattano il miele dagli alberi senza guanti; mentre gli innocenti vengono massacrati sontuosamente, e un povero asino stramazza morente al ritorno dall´Egitto, però il Bambin Gesù sembra contento di ammirare l´apparizione dalla Croce che sarà il suo futuro. Gli dèi più mitici appaiono molto giovani, e dunque credibili in ogni loro licenziosità, sexy anche quando sono fermi in posa come davanti a un fotografo. Negli sfondi, si tenta di ravvisare la Valletta del Pussino, ove gli artisti si recavano a dipingere oltre Ponte Milvio. E l´Estrema Unzione è veramente il più movimentato di questi statici e ieratici Sacramenti del duca di Rutland. Ma il Matrimonio può destare qualche dubbio, non solo perché San Giuseppe è giovane e ostende una verga fiorita: piuttosto, qui non si va contro il dogma o mito dell´Immacolata Concezione? Comunque, lì accanto, oltre ai Rubens e Rembrandt e Domenichino e Canaletto e Van Dyck, la sensualità della Controriforma si esalta con la nudità spettacolosa di due giovani santi, il Sebastiano e il Battista di Guido Reni. * * * Per le feste natalizie e per la gioia di famigliuole e piccini, innumerevoli Cinderelle e Schiaccianoci, irriverenti, insolenti, impudenti e "noir". Con tanti vecchi travestiti popolarissimi, da pantomima. E tante immutabili definizioni pubblicitarie tipo «vibrant! outrageous! terrific!» da parte di recensori che ripetono il pronome «I» più volte già nelle prime righe. Quindi, come spesso avviene, si ripara su un buon Wagner: I Maestri Cantori, al Covent Garden, diretti da Antonio Pappano. (Testé nominato "Sir", con la lista degli onori di Capodanno). L´orchestra è ottima e grave, lo spettacolo è una ripresa di Graham Vick con bei costumi desunti da Dürer e Bruegel in una cornice scenica leggera ornata da modellini lignei di edilizia medioevale bavarese. Ma prima dell´esaltazione finale per la supremazia dell´Arte Germanica, il tema basico dell´opera consiste nelle schermaglie fra la Tradizione Formale e il Talento Individuale. E lo spettatore si trova davanti un apprendista David giovane e carino e spigliato da operetta come guardiano delle norme e regole, da spiegare a un vecchio tenore fisicamente simile a un Falstaff gabbato in tacchetti, o un Enrico VIII all´ultima moglie, fautore invece di alternative non convenzionali. Non per nulla, il facoltoso orefice padre della ragazza da marito discorre con lui dei «vecchi tempi», e può apparire un solenne snob che sotto le cerimonie borghesemente pomposissime traffica per sposarla a un nobile. «I maneggi per maritare una figlia», secondo il grande genovese Gilberto Govi. Così, mentre gli apprendisti fedelissimi alla Consuetudine ribadiscono ogni convenzione sulla "Tabulatur", la memoria torna indietro. La mia prima volta ai Maestri Cantori di Norimberga fu a una regìa berlinese di Wieland Wagner. Dunque, staticità programmatica e dibattito, intorno a un emblema centrale. Non riuscii a resistere, benché avessi letto il testo. In seguito, a un remoto Maggio Fiorentino, apparvero le traduzioni dei versi sopra la scena; e fu tutto diverso. Aperto. Ci si rallegrava per ogni coincidenza fra il deschetto del calzolaio dispettoso e l´incudine di Sigfrido. Tutto un «batti batti», per finire le scarpe o forgiare la spada. Ma qui ormai manca l´atavico cerimoniere del Covent Garden, che maestosamente, in costume vittoriano, rispondeva «We are dealing with the predicament». Negli intervalli, pasti prenotati e seduti per centinaia o migliaia di spettatori: ciò che i nostri teatri non sono mai riusciti a realizzare, malgrado le ristrutturazioni. E benché alcune opere durino più del doppio della Traviata. Poesia o non-Poesia? Gli apprendisti dibattono sui circa quaranta "toni" del canone, fra mossette ed attuzzi; e per Wagner, sono questi ragazzi i veri conservatori dei parametri e canoni. Non per nulla, infatti, l´intero Ottocento liederistico germanico, fra Natura e Cultura, non giunge ad almeno quaranta vocaboli, per indicare fasi e nuances di Giorni e Notti e Stagioni e Sogni. Nonché i vari tipi di fenomeni idraulici quali piogge e fiumi e paludi, torrenti, laghi, lacrime... Momenti magnifici di giocattoleria. La famosa baruffa, realizzata con ginnasti penduli da tanti sportelli che inopinatamente si spalancano. Un ricco interno minimalista e grandioso, alla Vermeer, per l´abitazione del giovanile Hans Sachs, con una esposizione di scarpe in fila e display. E lì, si vede che gli è passata la voglia di pensare alla grintosa Eva come sposa o figliuola; o di irritare Beckmesser, vestito e saltellante come un Malvolio shakespeariano, grottesca macchietta a un Festival tipo Sanremo per vecchi abituati alle commedie sugli inganni. Un gran bel tiglio iperrealistico; e scene di massa ancora bellissime, verso la fine – Mezza Estate! – benché questi artigiani e bottegai non paiano molto proclivi ai gusti della Gente. (La clientela?). Ma poi, chi sarà davvero un Maestro e un Cantore, fra l´Arte e i Soldi e il Gusto e le Regole, e tutte queste processioni di meditabondi corpulenti?