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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

1963. Le maestrine della Carnia Maestra a Sauris, dove ogni tanto un adulto si impicca; maestra a Piani di Chiusaforte, dove anche il parroco si fa vedere quando può; maestra a Dordolla di Moggio, dove manca tutto ma non le osterie; maestra a Illegio, dove il medico arriva due volte la settimana; maestra a Stavoli, dove si arriva dopo una passeggiata a piedi, di due ore, dall’ultimo tratto di strada non asfaltata; maestra a Cavallaria, dove la scuola, d’inverno, rimane tanto isolata che neppure gli scolari riescono talvolta ad arrivarci

1963. Le maestrine della Carnia Maestra a Sauris, dove ogni tanto un adulto si impicca; maestra a Piani di Chiusaforte, dove anche il parroco si fa vedere quando può; maestra a Dordolla di Moggio, dove manca tutto ma non le osterie; maestra a Illegio, dove il medico arriva due volte la settimana; maestra a Stavoli, dove si arriva dopo una passeggiata a piedi, di due ore, dall’ultimo tratto di strada non asfaltata; maestra a Cavallaria, dove la scuola, d’inverno, rimane tanto isolata che neppure gli scolari riescono talvolta ad arrivarci. Hanno vent’anni, queste buone sorelle dell’Istruzione obbligatoria, e sono le ragazze più mature, più serene, che ci sia capitato d’incontrare. La Carnia è povera e bellissima: verde e rossa, boschi, prati e torrenti, assomiglia al più fortunato Cadore, con cui confina. Inspiegabilmente i turisti che si ammonticchiano ovunque, non l’hanno ancora scoperta; industria non ce n’è se non certe, di tipo casalingo, come una cartiera a Tolmezzo, un cotonificio a Gemona, un mobilificio a Sutrio. Così la gente se ne va: dalla fine della guerra ad oggi, la popolazione è fortemente diminuita. Gli uomini vanno in trancia, in Germania, in Belgio, qualcuno a Torino o a Venezia. «Appena possono, i giovani si fanno raggiungere dalla moglie e dai figli. In quindici anni tutte le scuole hanno perso almeno un terzo degli scolari, in alcuni posti il loro numero è ridotta alla metà. In alcune frazioni non sono previsti nuovi iscritti per l’anno prossimo.» Più il paesino è isolato, scomodo, misero, più l’emigrazione è sensibile e il numero dei bambini sempre più esiguo. È in questi paesi, tra questi bambini, che iniziano la loro carriera le maestrine di vent’anni. Franceschina Cadò l’abbiamo trovata, ad Ampezzo, nella cucina soggiorno sala studio di casa sua. È una ragazzona dall’aria montanara, con capelli ricci, anelli d’oro alle orecchie, l’accento fortemente friulano, che gli inesperti potrebbero scambiare per emiliano. Vive con la madre, magliaia; il padre è morto in Grecia e il suo ritratto, quello di un giovanotto sorridente e pettinatissimo, è circondato da fiori e lumini. Franceschina è tra le poche maestrine che la sera possono tornare a casa perché la sua scuola, se pure sperduta in una gola affossata tra i pini, non è lontana: venti minuti di corriera e poi altrettanti con la macchina dell’altra insegnante, su per una strada di terra rossa. A Cavallaria, frazione composta da casolari isolati, Franceschina insegna a nove bambini dai dieci ai tredici anni, che seguono i programmi di quarta e quinta elementare. Sono bambini dall’aria assonnata, meno svegli di quelli che stanno nei paesi lungo la strada provinciale; ma vanno a scuola con entusiasmo, non perdono una lezione, anche quelli che per arrivarci devono camminare per mezz’ora, nei prati. Così Franceschina è, per quei nove bambini, la cosa più importante della loro vita. «Il mio è un lavoro bellissimo; non ci rinuncerei mai. Certo, non sempre è facile, quando per esempio d’inverno ci sono metri di neve e raggiungere la scuola diventa un’impresa: ma un bambino che si sveglia, che impara, che vuol sapere, è una tale gioia da ripagare qualsiasi sacrificio.» Lo stesso equilibrio, lo stesso amore per il lavoro, l’ho ritrovato in tutte le maestrine che sono andata a scovare su per le mulattiere della Carnia: non solo per questo esse sono ventenni del tutto particolari, molto diverse dalle loro coetanee impegnate a lavorare nelle città, ambiziose, scontente, oppure frivole, talvolta persino disperate. In comune con loro non hanno che la giovinezza: ma il vivere in paesi di montagna, tra gente povera, il lavorare in mezzo ai bambini cui devono, ogni giorno, dare qual cosa, l’adattarsi ad una vita disagiata tra chi in ogni caso ha sempre meno di loro, le rende sicure, adulte, senza inquietudini. Cominciano a essere diverse anche nell’aspetto: e per esempio sono le sole ragazze, tra quelle che ho incontrato, totalmente ignare del trucco, della cotonatura, della bellezza ricalcata su quella di quei due o tre modelli che ispirano la maggior parte delle coetanee. Le loro facce sono graziose e lustre, i capelli tirati e legati. Gonna maglione e scarpa comoda sono la base del loro abbigliamento che ignora il trascorrere della moda, i particolari dell’anno imposti dai giornali femminili. Amano il loro lavoro, non pensano di poterne fare un altro, non muovono critiche al sistema che lo governa: non vorrebbero che fosse diverso, né si sentono mal retribuite o mal trattate. Il lavoro non è un mezzo faticoso di cui farebbero volentieri a meno, per guadagnarsi da vivere: occupa interamente la loro vita; tanto è vero che nelle ore libere, quando le coetanee cercano di svagarsi, si preparano alle lezioni del giorno successivo, leggono riviste specializzate, studiano i mezzi per migliorare la loro capacità di comunicare. Tutte sono coscienti dell’insufficienza dei loro studi e della loro preparazione: «Noi arriviamo ad insegnare senza la minima esperienza, imbottite di nozioni che, al momento di farsi capire dai bambini, non servono», dice Rosalba Zilli, una vivace, graziosa ragazza di Socchieve: «Né il tipo stesso del nostro lavoro ci permette di imparare da chi ne sa più di noi, se non attraverso i consigli. La pratica dobbiamo farcela da sole, applicando i metodi degli specialisti ai cervelli dei nostri bambini di montagna». Rosalba Zilli insegna ai bambini di Forni di Sopra: arriva alla scuola con la sua utilitaria. Il giovedì, giorno di vacanza, va a Venezia per seguire i corsi del magistero di lingue. «Ma anche quando sarò laureata non smetterò di fare la maestra», dice; « e proprio qui, in questi paesi. Non potrei mai vivere in pianura, peggio ancora in città». Una maestrina in ruolo da poco guadagna circa settantamila lire al mese, per tutto l’anno. Quanto guadagna una sua coetanea, impiegata a Milano. Ma se abita a Osoppo o a Gemina, e lavora a Sauris o a Piani, il suo modo di vivere sarà tale da consentirle di risparmiare buona parte del suo stipendio, e di non sentirsi mai vittima di una ingiustizia sociale. Paola Ottone insegna a Sauris, un gruppo di case a 1200 metri, sopra una diga. Scende a casa sua, a Osoppo, solo il sabato sera, e non tutte le settimane, perché il viaggio, oltre che molto scomodo (due corriere, una macchina a nolo, poi a piedi), è anche costoso. Solo l’automobile che la porta su per la stradina di sassi sospesa tra i burroni, le costa 4000 lire per viaggio. La scuola di Sauris è un po’ staccata dal paese, nuova, bella, in mezzo ai pini. Ci sono due classi: in una, che raccoglie dodici bambini di prima e seconda elementare, insegna Paola. Piccola e minuta, coi capelli lunghi sulle spalle, la maestra sembra una bambina: ma come tutte le sue giovani colleghe, ha quella dolcezza matura, quella calma forte che le permettono di tenere desta l’attenzione e l’ubbidienza di bambini di due classi diverse. «Sono bambini speciali» dice la maestrina; «belli, vede, e sani: ma hanno bisogno di molta tenerezza, di molta pazienza, perché la loro vita è dura». La ragione prima di questa durezza la maestrina non la dice: ma è la stessa che scava le facce, annebbia gli occhi, inspessisce i movimenti di tanta gente di montagna: l’alcolismo. Questi bambini ancora così bambini, così recuperabili, sono spesso figli o nipoti di uomini e donne, corrosi dalla grappa e dal vino. Così che i più fortunati sono quelli con il papà lontano, emigrato; che manda a casa quei soldi che aprono squarci nella tetra giornata della miseria. Con la gente del paese Paola non ha molti contatti: quando, nel pomeriggio, i bambini la lasciano per correre nelle loro nere case di sasso, lei si rifugia nel suo appartamento, costruito dentro la scuola. Si fa da mangiare con una pentola a pressione, fa ordine, poi, come le altre colleghe sparse in altrettante frazioni isolate, studia, legge i settimanali che porta da casa. Sempre sola, senza nessuno con cui parlare: la sera in paese sono aperte solo le osterie, le case alle otto già buie, chiuse. Così quasi ogni sera la maestrina scrive al fidanzato, geometra a Varese, che sposerà tra poco. Quasi tutte le maestrine con cui ho parlato, hanno già saggiamente risolto i loro problemi amorosi: molte stanno infatti per sposarsi, appena ventenni, con una scelta subito fortunata, che generalmente le loro coetanee, impegnate in complicate reti di flirts e amori sfortunati, non conoscono. Si trovano, in partenza, in una situazione di netto svantaggio: esse infatti lavorano in mezzo ai bambini e vivono in paesi dove gli uomini quasi non esistono, o, se esistono, sono manovali, boscaioli, che di una ragazza incapace di lavorare i campi e di accudire alle bestie non saprebbero cosa farsene. Eppure per loro il problema della ricerca dell’anima gemella, che sconvolge milioni di ventenni, pare non esistere. Le maestrine, dunque, si sposano presto, e limitano la loro scelta a due tipi di marito che permette loro di continuare a lavorare: il collega, il giovane maestro, oppure l’ufficiale (ce ne sono molti in Carnia, zona di confine). Qualcuna sceglie l’ufficiale di carriera, qualche altra afferra l’ufficiale di passaggio, che arriva in questi paesi per fare i suoi mesi di prima nomina: come appunto ha fatto Paola Bottone, che sposa tra poco un ex militare, attualmente geometra. Anche Silvana Condusse si sposa presto, con un ufficiale di carriera. Al principio dell’anno scolastico, il fidanzato l’ha accompagnata a Piani di Chiusaforte e ne è scappato terrorizzato. «In principio credevo anch’io di non farcela» spiega la ragazza; «invece ora mi sono talmente affezionata ai bambini, alla gente, che mi spiace andarmene». A Piani si arriva in tre quarti d’ora di macchina, su una strada di terra, dopo aver lasciato la provinciale. Si raggiunge la scuola arrampicandosi per un quarto d’ora su un sentiero ripido. La scuola è una stanza di sassi, davvero misera, col solo ornamento di una finestra che si apre sulla valle, e dei molti fiori che ogni mattina i bambini portano. Sono quindici bambini, di cinque classi diverse, e la signorina Silvana insegna a tutti: alle pareti sono incollati i loro disegni che come sempre sono bellissimi, e poi i loro preziosi tesori: fotografie ritagliate dai giornali di città lontane. Accanto all’unica aula c’è l’appartamentino della maestra: una cucina, una toilette, una camera piccolissima, che contiene solo il lettino col materasso di foglie, una sedia, una brandina. «Tengo a dormire con me Loretta, una scolara di prima. Lei abita a Stretti, un gruppo di case lontane. Per venire a scuola doveva percorrere da sola quaranta minuti di bosco fitto. Io poi, ad essere così sola, la notte, col rumore continuo della cascata, avevo un po’ paura. Così ci facciamo compagnia.» L’unico casolare con l’acqua corrente è quello della scuola. Ma d’inverno le tubazioni si spaccano, così anche la signorina Silvana va a prendersi l’acqua alla fonte. «Qui, del resto, lo fanno tutti», dice, con dolcezza. «Adesso che viene la primavera, il posto è bello, mi ci trovo bene, malgrado la lontananza da casa e i disagi che tuttavia si impara subito a non rilevare. D’inverno bisogna camminare coi ramponi, non ci sono negozi, le provviste le porta un camioncino da Chiusaforte, due volte la settimana. L’unica cosa cui non riesco a abituarmi è la mancanza della luce: chissà perché, proprio vicino alle dighe, la corrente è così bassa che una lampada anche forte fa molto meno luce di una candela. Così non possiamo leggere e d’inverno, alle cinque, non c’è altro da fare che andare a letto.» Silvana, anche quando è finita la scuola, dopo le quattro del pomeriggio, sta sempre con i suoi bambini: li tiene in classe a giocare, oppure li accompagna a casa, va a trovare le loro madri, quasi sempre incinte, le nonne, le sorelle, in questo paese di donne. «È doloroso pensare che forse nessuno di questi bambini potrà studiare» dice la signorina Silvana. «Appena escono dalla scuola elementare le ragazzine vanno a servizio o lavorano i campi, i ragazzi cercano un lavoro qualsiasi, senza la possibilità di imparare un vero mestiere. Eppure, se sapesse come adesso hanno voglia di imparare, come si sforzano di disegnare, di scrivere, come si appassionano di storia e di geografia. La televisione, naturalmente, qui non esiste, e allora si attaccano a quei pochi libri che ci sono a scuola, ai giornali che trovano, perché capiscono che oltre alle loro quattro case, alle osterie, alle madri invecchiate e sfinite, c’è qualcosa di diverso. Ho uno scolaro, per esempio, Davide, di otto anni, che è di una intelligenza, di una sensibilità eccezionali. Non posso pensare che finisca piegato dal primo lavoro manuale che gli permetterà di guadagnarsi da vivere. È un bambino che dovrebbe andare avanti a studiare; ma i suoi non possono certo permettersi di mandarlo in città, di mantenerlo. Qui, appena la legge lo consente, ma anche prima, bisogna mandare soldi a casa.» Così anche queste serene ventenni finiscono per avere la loro spina nel cuore: che non è la durezza del loro lavoro, né il bisogno di guadagnare di più, né la solitudine o una scontentezza generica, ma piuttosto la paura, che ogni tanto le sfiora, di essere, alla fine, inutili: di iniziare qualcosa di molto importante, di meraviglioso, che nessuno le aiuta a completare, che anzi, tra qualche anno, in molti casi sarà spazzato via. (pp. 233-238)