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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

1963. Le operaie di Torino «Venni qui due anni fa dal mio paese, che è Sant’Agata di Militello, vicino a Messina

1963. Le operaie di Torino «Venni qui due anni fa dal mio paese, che è Sant’Agata di Militello, vicino a Messina. Avevo uno zio che faceva il carabiniere quassù. La mamma era morta. Il padre non si oppose. Trovai subito lavoro; e ora che sono passata fissa, e ho la sicurezza, sono contenta. Fare l’operaia mi piace, e stare quassù anche. Parlando con sincerità, in Sicilia non tornerei, anche se qui mi sento troppo sola. Però con l’aiuto dei compagni, tiro avanti. Ho anche il fidanzato, ma abita fuori Torino: lo vedo una volta la settimana, fuori casa, perché io vivo sola in due stanzine. Andiamo ad un caffè, tanto ormai anch’io non ci faccio più caso se vedo una coppia. Se no, appena finito il lavoro, mi chiudo in casa; di sera non sono mai uscita una volta: faccio i mestieri. Ho smesso anche di leggere. Al paese leggevo libri gialli ma qui sono sola e mi spavento.» «Prima venne su il papà e una sorella; e lui subito fece il muratore e mia sorella l’operaia. Poi anche noi partimmo dal paese, che è Melvi, vicino a Potenza. Da tre mesi lavoro anch’io, ed ora abbiamo anche la casa, con due stanze. Stiamo tutti assieme, papà, mamma, nonna e noi nove fratelli e sorelle. Lavoriamo in quattro perché gli altri sono piccoli; la più piccola ha tre mesi. Io sto sempre in casa dopo il lavoro; però la domenica pomeriggio io e una sorella più grande andiamo al cinema. Siamo contente così.» Maria è una delle 281 operaie dell’Oreal, Lucia una delle 1700 operaie della Facis: lavorano tutte e due in ditte modernissime: la prima contribuisce a sfornare 400 000 confezioni di 800 diversi prodotti per la bellezza popolare, l’altra 3000 abiti da uomo al giorno. Raccontano le loro storie di ragazze meridionali, inurbate, da poco, A Torino: dove hanno trovato subito lavoro, ma non ancora la possibilità di mutare. In questo modo si inseriscono nelle industrie più progredite, senza capire; buone unità produttive, che, per ora, ripagano con la loro riconoscenza senza turbamenti chi permette a loro di lavorare, guadagnare, vivere con uno spiraglio di dignità; Maria libera e sola, ma che autosorveglia il suo tempo libero come se Torino fosse Sant’Agata di Militello, Lucia che imbastisce ogni giorno trecento tele ad altrettanti pezzi di giacca, per dividere due stanze e quarantamila lire mensili con la sua enorme famiglia. Tra le sette e mezzo e le otto del mattino, ottantamila operaie cancellano la loro giornata entrando nelle fabbriche attorno alla città: pochissime alla Fiat, che pure fa lavorare più di centomila torinesi (però operai uomini, impiegati, laureati di ogni sesso e tipo); molte di più in altre industrie metalmeccaniche, elettromeccaniche, chimiche, tessili, plastiche, alimentari, di abbigliamento; alla Magnadyne e alla Facis, all’Aurora e alla Venchi Univa, alla Riv e alla Martini e Rossi; a fabbricare lampadine, uova di Pasqua, shampoo antiforfora, televisori, tailleurs da donna, penne biro, cappotti maschili, aperitivi, cuscinetti a sfere, caramelle. Quasi la metà sono meridionali, soprattutto della Basilicata, delle Puglie, della Calabria: poi vengono le venete, nate attorno a Rovigo, a Udine, a Treviso; infine le torinesi, la maggior parte figlie di contadini e manovali, in numero esiguo le figlie di operai. Per la maggior parte di loro, soprattutto per le immigrate, come Maria e Lucia, agli inizi la fabbrica rappresenta un miraggio: la possibilità di guadagnare subito, con un diploma di quinta elementare, senza nessuna capacità particolare, senza un periodo di «training». Sono tutte ragazze affamate di denaro: un’inchiesta condotta con la collaborazione delle Acli proprio a Torino, un Dolo d’anni fa, ha stabilito che sono pochissime le operaie che lavorano per crearsi un’indipendenza, mentre quasi tutte si occupano, a quindici anni (ma sino a qualche tempo fa la legge permetteva di lavorare anche a quattordici), per motivi economici familiari. A confermare l’assoluto bisogno di guadagnare che spinge una ragazza a diventare operaia, la stessa inchiesta sostiene che quasi tutte le lavoratrici dell’industria accettano il primo posto che trovano, senza orientarsi verso un’eventuale scelta, e che le stesse hanno indicato, come minimo guadagno sufficiente, la somma di lire 40 000: oggi raggiunta e spesso superata, dalla gran massa delle operaie attorno ai vent’anni. Sono poche tuttavia le ragazze che, dopo qualche anno di fabbrica, continuano a ritenersi delle privilegiate: dopo cinque o anche sette anni di fabbrica, esse cominciano a sentire il peso della loro condizione: e poi o si rassegnano o cercano una via d’uscita. Si è rassegnata Lavilla, bionda, tenera, gentile signora che sta aspettando il suo secondo marito. «Smettere di fare l’operaia? Certo che mi piacerebbe molto, potermene finalmente stare a casa, a curare la mia famiglia. Ma con due bambini, la suocera e solo mio marito che lavora, non potremmo andare avanti. Così so già che lavorerò sino al momento di andare in pensione. Sono due anni che non mi faccio un vestito: tutti i nostri guadagni vanno per l’affitto e i bambini.» Si è rassegnata anche Giuseppina, una barese che sta a Torino da tredici anni, cioè da quando era bambina. E la sua nera grazia di meridionale contrasta con la molle cadenza torinese: «Ho capito che dalla fabbrica non si esce. Bisognerebbe essere meno stanchi alla sera, e poter studiare, ma dopo nove ore di movimenti uguali, tutti uguali, una vede solo il letto. Oppure bisognerebbe avere meno bisogno, ma senza di me la famiglia non andrebbe avanti. Così mi accontento di lavorare bene, e mi consolo che almeno nella mia fabbrica il lavoro non è pesante». Marisa, una fresca ragazza rossa messa su alla Milva, è operaia solo da due anni, ma è già scontenta: «Seguo un corso di modellista tutte le sere e ogni sabato pomeriggio. In questo modo non ho mai un solo secondo per me, ma non fa niente: l’importante è imparare un mestiere che mi qualifichi, che mi faccia fare strada, sia pure restando in fabbrica. Poi cerco di farmi un giro di amici di condizione più agiata della mia: se mai mi sposerò non sarà certo con un operaio, ma con un uomo che mi faccia fare la signora». Antonietta e Mary sono ancora più combattive: Antonietta è nata a Militello in provincia di Catania, lavora in fabbrica solo da un anno e mezzo, ma è già decisa ad uscirne. Ha stretto subito amicizia con Mary, torinese, perché si sono trovate in comune il desiderio di evadere. Sono molto graziose, Antonietta con i capelli ricci, lunghissimi, come le fanciulle innocenti dei fumetti; Mary addirittura sofisticata, con un’incongruente mèche bianca tra i capelli neri laccati, e il viso lisciato dalla cipria compatta rosa: «Sì, si guadagna a fare l’operaia, per lo meno se si sta dietro al cottimo. Certe volte superiamo le cinquantamila lire. Ma a me non importerebbe guadagnare meno: meglio affrontare altri sacrifici, ma fare un lavoro meno faticoso. Il nostro sogno sarebbe di far la commessa in qualche negozio, dove fosse possibile vedere gente, parlare, insomma vivere». Si è così toccato uno dei problemi più pesati nella vita della giovane operaia: quello del continuo contatto con la macchina, dell’assillo incessante del cottimo, che costringono ad estraniarsi, senza sosta, dalle compagne e da se stesse. Per capire esattamente quanto siano difficili i vent’anni dell’operaia, bisogna seguire la sua giornata. Seguiamo, ad esempio, quello di un gruppo di ragazze del nuovo stabilimento Facis di Settimo Torinese, che si presenta vistosissimo, a chi percorre l’autostrada Milano-Torino, alle porte della città. Escono la mattina dai quartieri operai «Le vallette», la « Falchera», dove abitano soprattutto le famiglie meridionali più fortunate: da certi incredibili abbaini, nel centro della città, dove con settemila lire al mese gli immigrati più recenti possono avere alcuni metri quadrati privi del minimo comfort; dai grandi vialoni popolari, via Bologna, via Emilia, via Brescia, via Grosseto; dalle case e dalle cascine dei paesi vicini, Brandizzo, San Mauro, Moncalieri, Orbassano, Collegno; o addirittura da un’altra fabbrica, come Mariuccia, senz’altro la più bella e fine tra le sue millesettecento compagne. Mariuccia, nata nella campagna attorno a Rovigo, è calata a Torino sei anni fa, con la famiglia. Suo padre è operaio, suo fratello pure, il suo fidanzato è tipografo. La mamma è custode di una fabbrica di stampi per gomma. La famiglia vive in due stanze, con frigorifero, televisione e cucina ultimo modello tutti allineati assieme, dentro la fabbrica: le ciminiere sono il paesaggio costante della vita di questa ragazza. Dieci pullman con rimorchio prelevano le operaie in ogni punto della città: alle otto esse sono sistemate davanti alla loro macchina, in un unico enorme stanzone lungo duecentocinquanta metri. Rumore sopportabile, odore umido di stiratura a cui ci si abitua presto; e poi ognuna intenta alla sua unità: operazione 70, attaccare trecentocinque rollini ad altrettante maniche, operazione 69, preparare 336 maniche, operazione 45, attaccare un’incredibile quantità di fettucce, operazione 24, unire centinaia di tele alla stoffa, operazione 60, cucire tanti dietro al davanti, quanti ne richiede il cottimo. Grembiule bianco, grembiule blu, ciabatte, teste giovani, curve, accanite, nessuna possibilità di scambiare una parola, se non urlando da una macchina all’altra, e senza del resto neppure la voglia di farlo, per non perdere minuti preziosi. Sino alle diciassette e trenta le ragazze, quasi tutte molto giovani, stanno rinchiuse nel grande cubo di vetro, studiato con estrema razionalità da noti architetti. A mezzogiorno, tre quarti d’ora d’intervallo: quando suonano le sirene, attutite, modernissime, l’operaia si sgancia in un attimo dalla macchina, è già per le scale, corre, liberata, verso la mensa, orgoglio dei dirigenti. Tutto cristallo e pulizia, mattoni a vista e plastiche colorate, e per di più, fuori dai cristalli, prato verde, più avanti persino fiori, paesaggio insomma distensivo per il lavoratore stanco. Le ragazze hanno tutt’altro da pensare, tuttavia, che al paesaggio: con duecento lire si pagano il pasto, c’è la cosa per ritirare il vassoio (tre menù a scelta) e poi, sedute a gruppetti ai tavoli, finalmente chiacchierano, vanno a telefonare al ragazzo o si fanno ricevere, quando c’è, dall’assistente sociale che in questa fabbrica però può solo interessarsi di pratiche burocratiche, non di singoli casi. La sera il fiume di donne (gli uomini sono poco più di trecento) passa attraverso l’uscita obbligatoria (si deve schiacciare un bottone, semaforo verde via libera, semaforo rosso visita di controllo). Poi ci sono i pullman che riportano a casa; per le più fortunate c’è oltre i cancelli una seicento, una cinquecento, una lambretta, col corteggiatore, il fidanzato, il marito col turno spostato. Ma quali sono le distrazioni di queste ventenni che hanno applicato la tradizione della sartina torinese alla fatica senza fantasia della macchina? È evidente che la durezza della loro giornata, la loro condizione familiare ed economica, la mancanza di un’istruzione superiore a quella elementare, condizionano le evasioni, i desideri, gli svaghi. La televisione è ovviamente molto seguita, tenendo conto del fatto che sono pochi i genitori che permettono alle figlie giovani di uscire la sera: a dispetto di quel che pensano i critici televisivi, la trasmissione che a detta di tutte è la più seguita è Cantatutto; ritenuta noiosa Studio Uno. Poi viene il cinema, cui si dedica quasi sempre la domenica pomeriggio. Film preferiti: quelli drammatici, dove si piange molto. È ovvio che l’evasione numero uno, come per tutte le ventenni di qualsiasi condizione sociale ed economica, è l’amore. I loro corteggiatori sono manovali, operai, impiegati, quando sono eccezionalmente carine, studenti. Dei ragazzi in generale non hanno né un buon concetto né buoni ricordi. «Troppo spesso bisogna difendersi», dice Antonietta, «pare che non pensino mai ad altro che a certe cose. Io per fortuna ho molto buon senso, se capitasse qualcosa mio padre mi ammazzerebbe.» Però si sposano presto, tra i venti e i venticinque anni, poiché alla fine il matrimonio modesto che la vita offre loro è sempre una parentesi, un’evasione, un’illusione, un modo di vivere, dopo la macchina. Con il matrimonio difficilmente l’operaia riesce a sottrarsi alla fabbrica, perché quasi mai sposa un uomo di condizione diversa dalla sua. Sono gli stessi operai, anzi, che, con sufficienza, dicono di una ragazza: «A l’è ’na fabrichina», intendendo, con questo, che è una ragazza da non prendere in troppa considerazione. Io ho parlato con ragazze che mi sono sembrate particolarmente limpide e buone: ma deve essere vero, come mi è stato detto, che spesso la promiscuità con uomini induriti e il lavoro molte volte spietato le rendono di parola e di comportamento sin troppo vivace. Così molte si rendono conto che l’unica speranza è nella loro fresca bellezza: e per nessuna ragione rinunciano al parrucchiere una volta la settimana (da 400 a 600 lire) o almeno ogni quindici giorni (da 1000 lire); alle quattro preziose paia di calze al mese; ai capelli ingialliti poveramente o gonfiati senza risparmio, con due anni di ritardo sulle cotonature, molto più discrete, delle loro coetanee più attente; al bel golfino colorato e aderente, ai tacchi altissimi e lucidi. La loro voglia di vivere si spegne ogni mattina sul cottimo e sull’incentivo, che, se pure studiato da esperti secondo le possibilità della macchina e dell’operaia, le ragazze considerano eccessivo e senza respiro. Ma le ragioni della loro stanchezza sono anche meno apparenti; inconsciamente si rendono conto di far parte di un meccanismo che però non capiscono, ed avvertono il distacco tra l’operazione affidatagli e il prodotto che ne esce senza una loro partecipazione se non meccanica. Sono troppo giovani, per avere una coscienza sindacale, però è l’istinto di classe che le unisce: così, senza seguire né afferrare gli sviluppi delle agitazioni sindacali, scioperano compatte, (come fecero tempo fa le donne della Magnadyne). Le più mature hanno già capito che la loro condizione potrebbe essere diversa, molto meno travagliata, se il lavoro che esse accettano volentieri desse loro delle prospettive per l’avvenire, le mettesse nella possibilità di un riconoscimento professionale, che per ora le operaie, semplice manovalanza femminile, non possono avere: prima di tutto perché non esistono se non nel settore dell’abbigliamento scuole di preparazione professionale e di specializzazione operaia per donne. Alle ragazze destinate al lavoro operaio, alla macchina, le scuole di avviamento professionale insegnano ancora oggi, il ricamo, il rammendo, la ceramica, semmai la dattilografia. (pp. 226-232)