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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

1994. Vento in poppa «Push-up and plunge!», spingi in alto o al centro! Ricominciano gli spostamenti, le metamorfosi, i travestimenti, l’errare del seno sul torace femminile: mai che questo tangibile simbolo carnale, erotico e materno, sia riuscito a stare al suo posto, a mantenere la sua forma e identità, ad essere se stesso

1994. Vento in poppa «Push-up and plunge!», spingi in alto o al centro! Ricominciano gli spostamenti, le metamorfosi, i travestimenti, l’errare del seno sul torace femminile: mai che questo tangibile simbolo carnale, erotico e materno, sia riuscito a stare al suo posto, a mantenere la sua forma e identità, ad essere se stesso. Da sempre gli è stato imposto di essere altro, in nome della morale o della vanità, della moda o della legge, del pudore e dell’impudicizia, del gusto o delle fantasie maschili, della classe sociale o delle vicende politiche; con Vittorio Emanuele II si scopriva, con Mussolini si gonfiava e celava, con De Gasperi ingigantiva, con Craxi si afflosciava, con Berlusconi, appunto «Push-up and plunge!». Con questo grido di guerra si sono adesso precipitati su di lui colossi di un’industria potente e spietata, quella che fabbrica reggiseni (o come si dice, corsetteria) e che gli impone l’ennesimo deplacement, l’ennesima mutazione: devi stare su per aria, oltre ogni buon senso, e in più diventare grosso e sferico, e le due sfere devono scontrarsi e formare in mezzo un’ombra netta che ne accentui la dovizia. In questa situazione vestirlo diventa uno spreco con risultato antiestetico: di protuberanza innaturale, di gonfiore preoccupante, di posticcio ingombrante. La tendenza a scoprire il petto con profonde scollature offrendo così a tutti la vista delle proprie sfere personali, non dipende quindi dall’esibizionismo, dai cattivi costumi, dai deliri della moda, dall’ansia di seduzione, dagli attuali gusti pecorecci diffusi dalla televisione, ma semplicemente dalle esigenze di un reggipetto. Il quale, nella sua ultima versione Spingi in Alto e al Centro, ha messo uno contro l’altro due colossi industriali del ramo, come racconta Daniela Giancristofaro su Uomini e business. La Playtex americana, che fa capo alla multinazionale Sara Lee (fatturato annuo di 24 mila miliardi di lire), scende nell’arena del seno col suo campione Wonderbra, la Gossard inglese, affiliata alla Courtaulds Textiles Public Limited Company (fatturato 30 mila miliardi), con Ultrabra. Il mensile Elle col titolo «Do di petto» occupa 4 pagine con una guida al reggipetto o al petto, così come l’hanno usato i grandi stilisti internazionali. Mentre il mensile Moda dedica al nuovo imperio di seno e reggiseno la copertina, titolo «Petto in fuori», un’inchiesta di 15 pagine, titolo «La coscienza di Seno», più un’intervista a Ivan Graziani, autore della canzone di successo Poppe, poppe, poppe («Scollature, panettoni, rigoglio sano di femminili ormoni, Colline bianche e solchi misteriosi...»). E mette a confronto, come fosse «Faccia a faccia», i due complessi manufatti: ultra è composto da 46 pezzi con 28 tecniche di cucitura, wonder da 40 pezzi con 26 tecniche di cucitura. Giustamente il mensile non tralascia «il terzo incomodo», l’italiano Sculpture di La Perla, che si definisce avveniristico, già adatto alla prossima generazione di seni: come un nuovo robot. La guerra del reggipetto non si sta svolgendo solo sui toraci delle donne, ma anche attraverso la pubblicità. Sculpture ha riempito i quotidiani con una doppia pagina del suo prodotto, quasi a minacciosa grandezza naturale. Non c’è giornale che non sia invaso da reggiseni pubblicitari con allettanti contenuti, la meravigliosa bionda praghese Eva Herzigova per wonder, l’altrettanto stupenda bruna americana Shana Zadrick per ultra. Il duello è senza esclusione di colpi, anche culturali: Gossard ha organizzato una tavola rotonda con gli immancabili semiologi, filosofi, artisti, diventati subito esperti di pettologia. Playtex ha risposto invitando a Praga le ormai importantissime giornaliste corsettiere, forse per un seminario su curve architettoniche e umane. Nelle più importanti vetrine «dell’intimo», come dicono gli esperti, si organizzano spettacoli live, con signorine che espongono i loro pregi, esplosivamente contenuti nell’ingegnoso intreccio di pizzi, nastri, filo di ferro, elastico, lycra, nylon, imbottiture. A Milano la folla si è ammassata davanti alle vetrine «viventi» di Fiorucci, che aveva inviato alle sue affezionate clienti, già precipitate nell’insicurezza a causa del loro seno normale, l’avvertimento: « È finalmente arrivato!». Che cosa? «Il reggiseno delle meraviglie!», per chi vuole regalarsi, all’«interessantissimo prezzo di lire 46.950», «l’oggetto del desiderio»: per ottenere «un decolletè mozzafiato», con «un capolavoro di ingegneria». «I seni della donna elegante sono come i seni comprati nel negozio dei seni eleganti, sono i più cari, ma sono come confezionati dalla sarta, benché quella che li ha fatti sia la migliore sarta dei seni. I seni della donna elegante sono come seni di biancheria, e sono tanto uguali tra di loro, come sono uguali tra di loro solo le cose eleganti». Così scriveva nel 1917 Ramòn Gòmez de la Serva, nel suo bellissimo Seni, cui Orlo Vergani dedicò uno scritto nel 1928. Preveggente, lo scrittore spagnolo accennava a «seni di biancheria», in un’epoca in cui il reggiseno era ai suoi rozzi albori, essendo ancora preferito il coriaceo corsetto, o la più mite ma orribile guaina, malgrado gli anatemi del sarto Poiret che voleva liberare le donne da ogni costrizione. Oggi Gòmez de la Serna non potrebbe più dedicare pensieri, emozioni, folgorazioni, fiamme, deliri e poesia, alla diversità del seno: perché, piccoli o grandi, sodi o molli, alti o bassi, giovani o vecchi, a coppa di champagne o a flute, a mela o a pera (un sondaggio del 1990 stabiliva che il 69 per cento delle donne preferiva la mela, il 27 per cento la pera), oggi sono tutti uguali, mappamondi rotondi puntati verso il soffitto, causa l’omologazione democratica del push-up and plunge, per di più accessibile a prezzi popolari. Come racconta Beatrice Fontanel nel suo memorabile Corsets et Souliens-forge, l’epopée du sein de l’Antiquité à nos jours, il passaggio storico per il reggipetto, fondamentale come quello dalla lanterna magica al cinematografo, fu quando si passò da spingere il seno in su dal basso, al sostenerlo dall’alto: l’invenzione preziosa della bretella fu presentata, con tiepidi risultati, all’Esposizione universale di Parigi del 1900. Da allora, incessantemente, artisti, scienziati, tecnici, inventori, operaie, ci hanno lavorato attorno per trasformare il seno in siluro, dirigibile, bomba a mano, fragola, schiacciatella, canestro. Il reggiseno è stato ridicolizzato al cinema, vedi quelli galleggianti sul mare di Operazione sottoveste di Blake Edwards (1959), quello goffo e spesso tra le mani di Sofia Loren in La signora di Shangai di Chaplin (1967), quello architettonico ed enorme, trappola per seni fuggitiviti, di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso di Woody Allen (1972). È diventato un’opera d’arte, con la mostra «Reggisecolo» di Samuele Mazza a Milano nel 1991, col modello dadaista «Regginetto» provvisto di rubinetti, del grafico Giuseppe Di Somma, con la scultura di Rajdar Coll-Part composta da reggiseni e aspirapolvere. Dopo millenni di assedio, ancora una volta il seno femminile tenta invano di riacquistare la libertà, denudandosi del tutto: ma si tratta di libertà condizionata. Buona parte delle più belle ragazze del mondo, che lo mostrano nude in calendari da collezione, lo hanno perfezionato con la chirurgia estetica, assoggettandosi così ancora una volta al seno artificiale. Tanto vale allora ricorrere all’ultima gabbia di massima tecnologia, che lo trasforma in un ingombro estraneo e posticcio, in una gioiosa macchina di guerra per eventuali ma non certe schermaglie seduttive. È per esempio bastato che la più bella, Claudia Schiffer, solitamente popputa, togliesse wonder o ultra per ordine dello stilista Karl Lagerfeld, sotto un semplice abito nero di Chanel, per ritornare se non piatta, appena collinosa umana e desiderabile. (pp. 187-190).