1963. La giornata dell’operaia Migliaia di donne hanno da raccontare una loro storia. Un esempio, per tutte, è la giornata di Palmira Gatti, trentasette anni, che vive a Canegrate, ventisei chilometri da Milano, e lavora alla Borletti di Milano. È sposata, 18 gennaio 2012
1963. La giornata dell’operaia Migliaia di donne hanno da raccontare una loro storia. Un esempio, per tutte, è la giornata di Palmira Gatti, trentasette anni, che vive a Canegrate, ventisei chilometri da Milano, e lavora alla Borletti di Milano
1963. La giornata dell’operaia Migliaia di donne hanno da raccontare una loro storia. Un esempio, per tutte, è la giornata di Palmira Gatti, trentasette anni, che vive a Canegrate, ventisei chilometri da Milano, e lavora alla Borletti di Milano. È sposata da dodici anni con un operaio specializzato, ha due figli, Antonia di dieci anni e Claudio di cinque e mezzo. ORE 5: È tanta l’abitudine di svegliarsi a quest’ora che non ho più bisogno della sveglia. Sono come un orologio, alle cinque in punto sono su, e devo fare tutto piano perché mio marito sino alle sette può dormire e così il bambino. Prima cosa mi lavo la faccia in cucina perché il bagno vero non lo abbiamo, però la toilette sì, non proprio personale, ma solo per due famiglie, sulla ringhiera. A essere pronta ci impiego un po’ perché mi piace essere in ordine, anche col rossetto. Poi faccio i mestieri, metto a posto la cucina-tinello, la camera poco perché ci dormono marito e figlio; se mi rimane il tempo, stiro, e in questo periodo che la sarta non ha ancora portato il grembiule di ricambio del bambino, una mattina sì e una no gli stiro il grembiule che ha. Preparo il caffelatte per loro, devono solo scaldarlo, poi corro fuori per non perdere il 6.40: da casa alla stazione sono solo dieci minuti, il treno non arriva neanche pieno, si riempie dopo, così mi siedo. Prima leggevo in treno i giornaletti, poi gli altri hanno cominciato a dire che mi isolavo, che ero anch’io un’operaia e non dovevo darmi delle arie: allora ho smesso e chiacchiero con la gente che vedo tutti i giorni. Il treno ferma alla stazione Garibaldi, di lì c’è la circolare, poi il tram n. 5, più pieni del treno. Da piazza Piemonte alla fabbrica sono dieci minuti, e anche meno: si fanno un po’ di corsa con le amiche che si trovano sulla strada. ORE 8: Il cartellino lo timbro sempre un dieci minuti prima, così ho tempo per cambiare le scarpe e mettere il grembiule. Alle otto in punto sono nel mio reparto, che lavora alle macchine da cucire. Per fortuna io non lavoro sulla catena né alle trance: però è solo da un mese che faccio questo nuovo lavoro ed è abbastanza pesante lo stesso. Non so spiegare bene cosa faccio, ma insomma devo lavorare ai buchi della testa della macchina, con la fresa; il mio tempo è di ventitré macchine all’ora, e se sto bene e ci do dentro dal primo momento sto quasi sempre nei tempi. Questo lavoro lo faccio per nove ore ogni giorno, quattro alla mattina e cinque dopo l’intervallo. Sempre in piedi, poi c’è il rumore e mi sporco, ma aspetto a lavarmi all’intervallo per non perdere tempo. Nella sala siamo in tanti, uomini e donne e con quelli più vicini si scambia urlando qualche parola, quando non c’è dietro il sorvegliante. Tanto sul lavoro bisogna concentrarsi, guai se si pensa a qualcos’altro, basta un secondo di distrazione e si può sbagliare o perdere tempo prezioso: duecentosette macchine devo passare in tutti i casi, ogni giorno, conviene stare attenti. E sì che di cose da pensare ne ho tante, per esempio la mia famiglia che per fortuna stanno tutti bene. Di bambini ne ho due ma a casa resta solo il più piccolo, la maggiore che ha dieci anni ho dovuto metterla in collegio, dietro a tutti e due non potevo stare. Claudio ha cinque anni, è bello e robusto e ci tengo che sia sempre elegante. Quando il papà lo sveglia io sono già sul treno, la mattina non lo vedo neanche. È sempre il suo papà che lo lava e lo veste; poi prima di andare via anche lui di casa lo lascia alla mia vicina che ha già una figlia sposata, anche se è ancora giovane, e per me non è come una vicina ma come una vera parente. Prima le davo diecimila lire al mese per tenere il bambino, adesso invece, siccome lo porta all’asilo e là ci sta sino alle quattro e mezzo, gliene do cinque; però duemila lire mi costa l’asilo. A quell’ora lo va a riprendere e lo tiene con sé sino a quando torna a casa mio marito, che è verso le sette. E come bambino non si lamenta mai, è sempre allegro e gioca volentieri da solo. Solo che mi sembra si abitui a non vederci e quando torno a casa alla sera non sempre mi fa le feste, certe volte non mi guarda neanche. A parte che la vicina lo cura bene e sto col cuore in pace quando lavoro, una mamma sente che stargli vicino tutto il giorno sarebbe diverso. L’educazione del cuore vorrei dargliela, come dico io, ma certe volte torno a casa molto nervosa e mi sembra troppo vivace, non so trattarlo e penso che viene su troppo indipendente; con tutto ciò è buono. Ma la mia fortuna è aver trovato la vicina, che anche quando il bimbo è malato non c’è da pensarci. ORE 12: Suona la sirena e si scatta via: abbiamo un’ora e mezzo di intervallo. Con dieci lire mangio alla mensa, sono molto poche, anche troppo poche; si mangiasse un po’ più di sostanza, dopo tanto lavoro faticoso, si potrebbe ben spendere di più volentieri. Certe volte soprattutto quando mi capita il turno di notte se c’è la minestrina mi viene un gran nervoso e protesto forte. ORE 12.30: In mezz’ora finiamo di mangiare, così abbiamo ancora un’ora per noi. Io ho un carattere espansivo, così ho molte amiche e con loro andiamo in su e in giù attorno alla fabbrica: ci riconosciamo tutte perché abbiamo il grembiule nero e le ciabatte: quelle che mettono le scarpe e il paltò sono impiegate che non ci guardano neanche, chi sa perché. Ci sediamo su una panchina oppure tentiamo di trovare un tavolo in un caffè: ma a quell’ora è molto difficile, sono tutti pieni perché in fabbrica siamo in tremila e ce ne vorrebbero di caffè per tenerci tutti. Tra noi ci raccontiamo della famiglia e dei nostri problemi sindacali, soprattutto quando incontriamo l’Angela che è una della commissione interna molto brava: per esempio adesso dicono che il nostro reparto lo spostano, e per me andrebbe molto bene perché sarei più vicina a Canegrate. ORE 13.30: Dentro di nuovo per altre cinque ore. Non è il paradiso ma abbiamo avuto momenti anche più brutti. Sono anche stata malata di reni e non lavoravo: oppure quando abbiamo scioperato e sono stati nove mesi molto duri, per di più anche mio marito scioperava, tutti e due nei metalmeccanici, lo sappiamo solo noi i sacrifici per pagare l’affitto, che pure non è tanto per fortuna, il collegio della bambina e i soldi alla vicina. Certo l’unica sarebbe stare a casa e anche mio marito sarebbe contento, così staremmo tutti riuniti, non uno di qui e uno di là, e potrei guardare i bambini e la casa. Ma abbiamo fatto bene i conti e per ora non è possibile, soprattutto se si vuole far studiare i bambini. Bisognerebbe trovare un lavoro da fare a casa ma non conviene: io ero ricamatrice e anche rammendatrice, eppure otto anni fa, se ho voluto guadagnare, ho dovuto piantare tutto e andare a fare l’operaia: quindi il mestiere l’avevo, solo che non si guadagnava. ORE 18.30: Siamo fuori in un baleno, corriamo via subito senza neanche dare uno sguardo al carretto dei fiori che pure sono belli. Il tram e la circolare a quest’ora sono pienissimi, così pure il treno, ma insomma verso le otto e mezzo riesco a essere a casa. Certe volte sono molto stanca e quindi nervosa e finisce che mi arrabbio con mio marito se non ha preparato da mangiare. Lui è a casa per le sette: alla mattina ho dato alla vicina i soldi per farmi la spesa, quindi almeno la minestrina dovrebbe farla. Ma lui che pure è un uomo d’oro, se studiava diventava ingegnere, per la casa non vale niente, e la minestra la fa se ne ha voglia; se no non ho neanche il tempo di togliermi l’impermeabile e le scarpe e devo subito preparare. Carne la sera non la mangiamo, tanto sia io che mio marito che il bambino l’abbiamo mangiata a mezzogiorno. Così una minestrina, una insalata e affettato o formaggio. Il bambino alle nove lo mettiamo a letto e anzi pensiamo che se compriamo la televisione non riusciremo più a mandarlo a letto presto e questo è un male, perché i bambini devono dormire. Io sto alzata sino alle undici a chiacchierare con mio marito, e intanto lavo i piatti, metto in ordine, lavo la biancheria, faccio il bucato, stiro, faccio tutte le cose necessarie alla famiglia, Più tardi delle undici non vado a letto perché se no non mi sveglio alle cinque. Così al cinema non vado quasi mai, ma tanto non interessata molto e qualche volta vedo la televisione da una vicina. Una o due volte la settimana però mi fermo a Milano anche la sera, e torno a casa dopo cena. Vado a trovare la mia mamma che è a servizio da un professore: è molto brava, una governante più che una cameriera, e ci vogliamo molto bene tanto che anche mio marito ha capito il bisogno che ho di vederla. Così passa la settimana e viene il sabato e domenica. SABATO: Di solito si lavora mezza giornata, dato che facciamo nove ore al giorno nella settimana. Ma tante volte ci chiedono gli straordinari così il sabato diventa un giorno come gli altri, solo che si guadagna di più ma anche si spende minimo cinquecento lire per la colazione perché la mensa al sabato non c’è. Se non ci sono straordinari sto lo stesso a Milano: ogni due settimane vado dalla parrucchiera, molto brava e non costa più che a Canegrate; poi faccio la spesa per la settimana, tra i negozi e la Standa. Veramente il frigorifero non ce l’ho e non perché non si possa comprarlo, tanto è vero che abbiamo la lavatrice che la fabbrica mio marito. Ma è lui che dice che la roba gelata fa male allo stomaco; però l’ho convinto e per l’estate me lo regala. A casa torno con le borse piene e il viaggio non è comodo ma non importa, mi sembra che a Milano si compra meglio. Siccome sono meno stanca al sabato sera qualche volta usciamo, andiamo al cinema, ma il più delle volte ho da fare in casa. DOMENICA: È una bella giornata per due ragioni: perché faccio da mangiare bene e perché vado a trovare la mia bambina Antonia in collegio. A noi piace molto la polenta col sugo, il coniglio in umido, gli gnocchi di patate. Siccome anche alla domenica mi alzo abbastanza presto perché non riesco più a dormire, cioè verso le sette, ho molto tempo per preparare da mangiare. È l’unico giorno che stiamo a tavola tutti e tre assieme di giorno e siamo molto contenti. Alle tre prendo il treno per Rho con Claudio; mio marito non viene sempre dalla nostra Antonia, oppure se io non sto bene va lui con Claudio e io sto a casa. Antonia ha dieci anni e fa la quinta elementare: è dalle suore da cinque anni, ma l’anno venturo la tengo a casa. Il collegio costa ventimila lire al mese, più ogni domenica un regalino perché anche se là sta bene penso che io non le sto dietro abbastanza. Ma l’anno venturo Antonia è già grande, andrà alla media qui vicino e potrà guardare il fratellino che anche lui andrà a scuola: è ora che cominci a capire cosa vuol dire lavorare e i sacrifici che noi facciamo. Mi piacerebbe farla studiare da segretaria d’azienda e speriamo che ne abbia voglia; certo bisogna pensare al maschio e lui mio marito vorrebbe che diventasse elettrotecnico e farsi una posizione. Sappiamo noi cosa vuol dire non avere studiato, non c’è che lavoro molto duro. Anche mio marito che è intelligentissimo, uno specializzato, non ha studiato e gli spiace. Però dato che è bravissimo, alla CGE lo stimano molto: lavora alle lavatrici nella fabbrica per fortuna qui vicino. Facendo i conti, ventimila lire per la bambina, settemila per il bambino più quattromila per i trasporti, si potrebbe pensare che se sto a casa risparmio. Ma non è così: quello che si guadagna in più vale il sacrificio del lavoro pesante e di stare lontano da casa e dalla famiglia: per far studiare i figli e poi farci la casa, ma non vogliamo l’appartamento, ma proprio la casa col giardino e si spera di farla tra qualche anno. (pp. 114-119)