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 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

1986. Pippo e Katia, pochi soldi tanto amore Sono le 11.10 quando Baudo Giuseppe Raimondo Vittorio, non coniugato, e Ricciarelli Catiuscia Maria Stella (nome della patrona di Militello, guarda cos’è il destino!), nubile, dicono finalmente «sì»; lui con fermezza, lei in un sussurro, come se stesse per svenire

1986. Pippo e Katia, pochi soldi tanto amore Sono le 11.10 quando Baudo Giuseppe Raimondo Vittorio, non coniugato, e Ricciarelli Catiuscia Maria Stella (nome della patrona di Militello, guarda cos’è il destino!), nubile, dicono finalmente «sì»; lui con fermezza, lei in un sussurro, come se stesse per svenire. Tanto non si sentono, il frastuono, il disordine, il tumulto, anche la paura, rendono la minuscola e nobile aula consiliare del paese come un sotterraneo infernale di Metropolis di Lang. Pippo e Katia sono finalmente sposi, ma non più in grado di intendere e volere. Se la sono vista brutta, come nelle resse animali e disperate di gente in fuga da terremoti, stragi, inondazioni. Il rischio della vita e lo spavento sono ormai i limiti che misurano l’autentico successo: se la folla cannibalica sta per divorarti, annientarti, lapidarti di baci e strattoni, allora vuole dire che sei fortunato, importante, spasmodicamente amato, arrivato nell’incanto della fama e del potere. Pippo lo sa, e signorilmente, se ne rallegra: Katia è abituata a più nobili, timidi trionfi, e non è affatto contenta. Lui sorride, lei ha il viso tirato sotto il trucco roseo da palcoscenico, lui sembra felice, lei solo irritata, con i begli occhi chiari che mandano lampi da Tosca davanti agli assalti di Scarpia. Lui la sostiene e la protegge con le braccia che si fanno largo a stento tra il fluttuare del cappotto simile al manto di Turandot; lei si irrigidisce, regale e lontana, come Anna Bolena che sale al patibolo. La guerra degli sposi, ardimentosi per generosità verso la passione popolare e per oculata personale organizzazione promozionale, comincia alle 10.45, con quindici minuti di ritardo sul tempo previsto, quando una Fiat Croma blu scivola nello spazio davanti al seicentesco municipio, con le transenne e una cinquantina di agenti molto eleganti che trattengono una folla impaziente, adorante, felice, di almeno cinquemila persone. Dalla macchina vengono estratti, atterriti, Innocenza e Giovan Battista Baudo, genitori del presentatore, poi, escono Pippo e Katia: la folla grida, ulula, batte le mani, preme pericolosamente avida di linciaggio amoroso. Lui è vestito di grigio un po’ lucido, con cravatta a righe grigie, lei è bella come una vera diva dell’opera: senza copricapo, i biondi capelli intrecciati sulla nuca come nel Viaggio a Reims, la pelle perfettamente truccata, due grandi perle alle orecchie, una tripla fascia di diamanti sull’anulare destro, regalo di fidanzamento; è tutta vestita color crema, scarpe, calze, borsettina, abito di seta non tagliato in vita, col corpetto ricamato di paillettes canetè, il collo alto da regina cattiva, che davanti si apre in una scollatura a punta, e sopra il manto degradante, incorniciato di volpi come nel Boris Godunov, in mano un bouquet di mughetti e mimosa, subito ridotto a una poltiglia da spintoni e mani furibonde di passione. Per salire le scale, percorrere i corridoi, arrivare alla sala consiliare, la fausta coppia, ormai ridotta a un intreccio di membra, gli occhi terrorizzati, impiega trenta minuti, protetta e allo stesso tempo contusa da una folla di carabinieri che dopo un po’, i berretti ormai di traverso, perdono la testa, cominciano a gridare e a dare colpi sull’immobile muro umano composto da invitati e fotografi. L’aula consiliare intanto sembra una cella brasiliana: piccola e nobile, contiene ormai duecento persone a strati, tra cui almeno cento fotografi impazziti. Sui bei banchi dell’opposizione in antico legno scolpito, dove di solito siedono sei consiglieri del Pci (fino all’anno scorso erano otto) è accasciata tra gli altri l’anziana madre della sposa, Molara Ricciarelli, aggrappata alla sua enorme borsa di coccodrillo. Nei banchi dove di solito si accalcano i quattordici consiglieri Dc (erano sino all’85 dodici) e sei Msi, sono stati trascinati e là sbattuti l’ottantaduenne Giovan Battista Baudo, sua moglie in visone e Tiziana Baudo, pallida di paura, in mano un bouquet identico a quello della sposa di suo padre. In mezzo, altri intrecci umani. Poi lentamente, come spinti e nello stesso tempo trattenuti da una forza sovrumana (quale si vide ultimamente solo nel secondo atto dell’Aida alla Scala, con l’andare e venire di gigantesche sfingi e ciclopiche piramidi), ecco gli sposi, ormai rassegnati al martirio. Il sindaco Vincenzo Oliva, la fascia tricolore alla vita, alle spalle quel che resta dello stendardo di Militello, un cavaliere con falcone su fondo bianco e azzurro, e davanti i brandelli di un’enorme decorazione di arance, cedri, strelitzie, forsizie, ginestre e lilium, sposa in pochi minuti le due vittime della loro stessa ingordigia di fama e popolarità. Ma non è il rito burocratico che conta: contano le vere, infilate amorosamente una decina di volte a generoso favore dei fotografi; contano i baci e i ribaci e i baci ancora, languidi e appassionati, che gli sposi si danno, un occhio alle implacabili telecamere; e poi baci degli sposi ai testimoni, ai familiari, di Tiziana ai nonni, alla nuova sposa, dei testimoni ai notabili, dei notabili ai suoceri, in un sabba bacesco e umido, che permetterà la pubblicazione di foto dello storico evento per alcuni mesi. Alle otto di mattina, la bella piazza barocca del municipio era già piena di gente: chiuse le scuole, chiusi i negozi e i bar, chiuse le chiese (non per prendere le distanze dal celebre divorziato peccatore che si risposava, ma a causa di un incontro con il vescovo di Caltagirone); i panificatori non avevano lavorato, gli unici due cinema del paese, Tempio e Fucile, che danno solo film porno, avevano gentilmente coperto i manifesti di Titillation e di Doppie labbra; la giornata era splendida, calda, profumata di limoni e delle decine di torte di zucchero bianco che venivano scaricate in continuazione per il rinfresco. Gli antichi balconi di ferro sulla piazza erano pericolosamente gremiti di gente, i terrazzi straripanti di grappoli umani; l’Etna, bianco di neve, taceva dopo i boati di questa notte; uno striscione bianco l’attraversava con la scritta «A Pippo e a Katia, risplendàvi perenne il sole dell’amore», firmato dai suoi concittadini; un gruppo di studenti di ragioneria, allegri, vestiti spiritosamente, reggevano uno striscione dipinto da loro «Pochi soldi tanto amore, i giovani di Militello, sos, viva gli sposi». Li volete prendere in giro? «No, anzi, vogliamo dire che pazienza se sono ricchi, quello che conta è l’amore. Per noi Pippo è un eroe e Katia una santa, ci danno l’opportunità che il mondo conosca il nostro paese, che ci aiuti a uscire da qui». Una diciottenne bella e appassionata, studentessa di ragioneria e ansiosa di arte e fama, declamava una sua poesia in siciliano dedicata ai romantici, divinizzati eroi della fortuna e del denaro e, perché no, dell’amore: «Tu, donna che dal cielo sei calata in terra, fresca come una mattinata di rugiada, tu che hai sposato il figlio della nostra terra, che gioia, che onore, che felicità; ci porti in cielo, in un luogo strano, dove fai della nostra terra dimenticata, quello che era, antica rocca di amori e di splendori». E, ricordava un professore, di tragiche gelosie paesane, da cui si spera lo sposo si tenga lontano: come quella diventata leggenda, di Antonio Piero Barresi che nel 1473 uccise nel castello di Militello la sposa donna Aldonza Santapau sospettata ingiustamente di infedeltà. Pippo, signore feudale del luogo, incoronato da un matrimonio con una sposa di bellezza casta e attonita come quella delle patrone (come Sant’Agata cui Catania dedica cinque giorni di festa in febbraio) è colui che dovrà ridare a Militello la sua gloria, la sua ricchezza, quella fama, sepolta dal terribile terremoto del 1693, che non gli hanno riportato altri illustri cittadini senza memoria natia: i Maiorana, geni della politica e della fisica, lo storico Pietro Camera, codificatore del gioco degli scacchi, il patriota risorgimentale Vincenzo Natale. Ma non tutti i giovani esultano, non tutte le vecchine piangono commosse: c’è, lontano dalla folla, chi depreca la festa e ce l’ha con Baudo, non certo per ragioni sociali o di buone maniere, ma perché «non ha fatto nulla per il paese, non ci ha dato né fabbriche né altro». Investendo il presentatore di poteri magici o più semplicemente clientelari. Qualche ragazza distribuisce un numero speciale de I Siciliani, il settimanale diretto da Claudio Fava, il figlio del giornalista ucciso dalla mafia. Imita il giornale satirico Il Male, ha un grande titolo «Oggi sposi», è pieno di vignette e articoli che ironizzano sul matrimonio, non dimenticando di annotare, tra gli invitati «i picciotti con la lupara». Ma la festa è troppo frenetica per essere turbata: mai si erano viste a Militello tante signore in incongrui e pesanti visoni, mai tanti cappotti maschili di cachemire, né tante nere guardie del corpo; man mano che la gente arriva, la folla compatta e eccitata batte freneticamente le mani: al presidente della Regione siciliana Remo Nicolosi, al comico siciliano Tuccio Musumeci, al mago Casella, tanto può essere piccolo il mondo della celebrità, tanto può essere forte la voglia di adorare i nuovi santi, i divi marginali dello spettacolo. Dopo la cerimonia, condotta come un incontro di boxe sul ring, gli sposi impiegano un’altra mezz’ora per arrivare nel bel giardino dove i pasticceri e la scuola alberghiera di Giarre hanno organizzato, tra cascate di frutta e di fiori, un rinfresco di tartine e torte nuziali. Inutile il tentativo di passare sotto l’arco che i solisti della Scala cercano di fare con archetti e violini; troppi sono gli spintoni e i deliri dei cinquecento invitati, e sì che altrettanti non sono riusciti neppure a entrare. La coppia, terrea di stanchezza, rassegnata ad essere posta sull’altare di laica devozione siciliana, si affaccia al balcone come una volta i signori del luogo, i Barresi, i Branciforte. Guardando dall’alto la folla appassionata, ansiosa di benevola e autoritaria attenzione, qualcuno dice: «Una piazza così un politico nostro non l’ha mai avuta. È ora che Pippo si decida, la politica è il suo futuro, la Dc il suo prossimo palcoscenico. Lo vuole anche De Mita, che lo adora». Finalmente Katia e Pippo Baudo, verso le due del pomeriggio, riescono ad arrivare all’immenso Santa Tecla Palace Hotel di Acireale, simile a un’architettura metafisica dipinta da De Chirico. Li attendono gli amici di lei, gli amici di lui, molte autorità soprattutto democristiane, una enorme cassata tutta di frutta candita che rappresenta Santa Tecla ai suoi tempi martirizzata qui vicino, gli alberi di limoni, tesoro della zona, il bellissimo mare. La giornata è stupenda, la festa gloriosa, il pranzo (non pagato dalla sposa secondo l’usanza siciliana, ma dallo sposo con grandi sconti deferenti) ricchissimo; sembra il finale del film A ciascuno il suo, tratto dal libro di Leonardo Sciascia, diretto da Elio Petri, con quel matrimonio felice elegante potente invincibile, molto siciliano. (pp. 86-90)