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 2012  gennaio 17 Martedì calendario

Il Libano? È un vero paradiso Ma solo per i mercanti d’armi - Una tragedia per chi ci lascia la pelle

Il Libano? È un vero paradiso Ma solo per i mercanti d’armi - Una tragedia per chi ci lascia la pelle. Un affare per chi vende ar­mi o combatte al soldo del regi­me. Sono i due volti della guerra civile siriana, i due filoni su cui s’intrecciano gli affari dei traffi­canti d’armi libanesi e quelli del­le Shabiha, le gang assoldata dal regime per intimidire ed uccide­re gli oppositori. La piazza più si­cura e più redditizia per questi af­fari maledetti è il Libano. Lì dal 1975 in poi si sono consumate un’interminabile guerra civile e lo scontro tra Hezbollah e Israele. Lì proliferano i trafficanti d’armi. Lì enormi depositi d’armi atten­dono il miglior offerente. Il Liba­no, la città sunnita di Tripoli e am­pi settori della frontiera setten­trionale con la Siria sono anche la grande retrovia della rivolta con­tro il regime di Assad. Da lì parto­no le rotte clandestine che garan­tiscono i rifornimenti ai militanti asserragliati nel cuore di Homs, città simbolo della rivolta contro Bashar Assad. Là opera quella borsa clandestina della guerra che registra un inarrestabile boom nelle vendite di pistole, ka­lashnikov, mitragliatrici e lancia­granate anticarro. I listini di questi traffici sono un indicatore delle tendenze del conflitto.E non inducono certo al­l’ottimismo. Le pistole Glock - ri­chiestissime per l’ingombro limi­tato, la precisione e i caricatori ca­paci di contenere fino a più di 30 colpi - registrano rincari del 30 per cento passando dai 1500 agli oltre 2000 euro. Bazzecole rispet­to al kalashnikov, l’arma indivi­duale di cui nessuno può fare a meno. In poco più di sette mesi il prezzo di un Ak 47 in buone condi­zioni è passato da 850 euro ad ol­tre 1500 euro. Ma chi vuole sfog­giare la versione a canna corta, tanto amata da Bin Laden, deve rassegnarsi a sborsarne almeno 4500 contro i poco più 2000 di qualche mese fa. Anche la vec­chia dashaka , la ponderosa mi­tragliatrice DShK calibro 12,7 del­l’era sovietica famosa per incep­parsi una volta sì e una no conti­nua ad esser assai richiesta. Per caricarsi sulla schiena quei 34 chi­li di ferraglia non bastano meno di 4000 mila euro contro i 2500 dello scorso marzo. L’arma in te­sta ai grandi rialzi di guerra è l’Rpg B7, il lanciarazzi anticarro che i sovietici copiarono dal Pan­zerfaust della Wehrmacht tede­sca. Un anno fa quel tubone di fer­ro e il suo primitivo sistema di puntamento non valeva più di 700 euro. Oggi per portarselo a ca­sa ce ne vogliono 1500. I suoi raz­zi a carica cava capaci di sventra­re un blindato o un carrarmato di vecchia concezione sono merce ancor più prelibata. Le loro quota­zio­ni sono quintuplicate passan­do dai 400 agli oltre 2000 euro per colpo. La grande richiesta di quest’ar­ma fa capire come i ribelli stiano ormai affrontando in campo aperto i blindati usati per sedare le proteste nelle città. «Quei prez­zi sono pazzeschi, ma è tutta roba che va in Siria… lì Rpg, kalash­nikov e dashaka sono la mercan­zia più richiesta», conferma Abu Rida,un mercante d’armi libane­se intervistato dal Times . Quei traffici d’armi e i bilanci di un con­flitto già costato quattromila vite fanno anche la fortuna dei fedelis­simi del regime. Preoccupato dal­la­scarsa fedeltà di un esercito for­mato in maggioranza da sunniti Assad ricorre sempre più a mili­zie «mercenarie». Le più temute sono le Shabiha. Il loro nome si­gnifica «come fantasmi» e molti degli avanzi di galera che le com­pongono vengono reclutati tra la minoranza alawita a cui appartie­ne la famiglia Assad. Ma anche il costo delle Shabiha è in continuo aumento. Fino a qualche mese per mandarli a uccidere e morire bastavano 30 euro al giorno. Oggi ce ne vogliono molti di più. È il bu­siness della guerra. E chi non pa­ga muore.