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 2012  gennaio 17 Martedì calendario

Dal neolaureato al galoppino: riecco i reduci di Tangentopoli - Rieccoli, vent’anni dopo. Sono le se­conde file di Mani Pulite, quelli che a mo­do loro hanno fatto la storia, ma che pochi ricordano

Dal neolaureato al galoppino: riecco i reduci di Tangentopoli - Rieccoli, vent’anni dopo. Sono le se­conde file di Mani Pulite, quelli che a mo­do loro hanno fatto la storia, ma che pochi ricordano. Dove sono finiti i vari «Compa­gno G», Luca Magni, Alessandro Patelli? Oggi parlano in un libro in uscita, scritto dal giornalista Federico Ferrero: Alla fine della fiera-Tangentopoli vent’anni dopo (Add Editore). Dietro la foto simbolo di Mani Pulite, quella del cappio leghista sventolato a Montecitorio, c’è un nome che ai più non dice nulla: Luca Leoni Orse­nigo. Leghista della prima ora, approda in Parlamento neppure trentenne «per ca­so », grazie all’omonimia con un senatore del Carroccio, Giuseppe Leoni. Dopo due brevi legislature, a 34 anni, Le­oni Orsenigo si ritira dalla politica e oggi la­vora in una società immobi­liare. L’episodio del cappio, 16 marzo 1993, lo ricostrui­sce così: «Quel giorno era prevista la replica del presi­dente del Consiglio Amato sulla questione morale: lo si accusava di tentare di salva­re i corrotti con un decreto. Noi eravamo il gruppo di op­posizione più duro. E aveva­mo un contendente, il Movi­mento sociale. Sapevamo che l’Msi avrebbe fatto qual­cosa di plateale. Bisognava fare altrettan­to, insomma, e ne parlammo in una riunio­ne con il capogruppo Marco Formentini. I missini comprarono guanti e spugne e fin­sero di “lavare i partiti”. Presi la parola e dissi: “Formentini, ci penso Io”. Tornai a Como, ne parlai con gli atti­v­isti locali e la cosa saltò fuo­ri per caso. Avevo un amico alpinista: me la diede lui, l’idea del cappio.Glielo feci preparare perché non ero capace e me lo portai bello pronto a Montecitorio, chiuso in valigia». Da un leghista a un altro. Alessandro Patelli, ex idrau­lico, è stato il «fido scudie­ro » di Bossi. Organizzava ra­duni, installava computer e attivava utenze nelle sedi, affittava pulmi­ni per i padani sbarcati nella capitale. Per la causa finì in carcere. Si sacrificò e si auto­definì «pirla», citando un editoriale che gli aveva dedicato Vittorio Feltri sull’ Indipen­dente . Oggi è un pensionato, frequenta la sala degli ex consiglieri al Pirellone e pochi mesi fa si è laureato all’Università di Mila­no con una tesi su criminalità e voto di scambio. Relatore, Nando Dalla Chiesa. Sulla mazzetta Enimont che è accusato di aver intascato per la campagna elettorale del ’92 Patelli dice:«Non posso dire chi sa­peva del mio viaggio a Roma. Eravamo in pochi. Non voglio dire né che Bossi sapes­se né che non sapesse». Poi il retroscena patelliano: «Seppi che Di Pietro si era vi­sto, in modo riservato, con il presidente del Consiglio Andreotti e con il presidente della Repubblica Cossiga. Probabilmente serviva un’autorizzazione per fregare Cra­xi e i socialisti». Che fine ha fatto invece Primo Greganti, il funzionario del Pci condannato per fi­nanziamento illecito ai partiti? «Per uno come me- racconta- , impegnato nel socia­le, il lavoro non manca. Ho anche dato una mano alla campagna elettorale di Fassino per le Comunali di Torino». Anche Alber­to Mario Zamorani, ex dirigente dell’Iri-Italstat, finì in prigione. È rimasto impren­ditore, ma non nel pubblico. Ricostruisce, all’insegna del«così facevan tutti»:«La ne­cessità, a ogni tornata elettorale, era quel­la nota: finanziare i partiti.Per cui si passa­va un po’ da tutti, dal cassiere Severino Ci­taristi (allora tesoriere Dc, ndr ) alla segre­teria amministrativa del Pci, e si lasciava l’obolo».Qualcosa è cambiato?Vent’anni fa «si trattava di contributi di 50, 100 milio­ni di lire. Se oggi lei offre 25mila euro a un deputato per fare una cosa, la denuncia per fesseria o per molestie».