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 2012  gennaio 17 Martedì calendario

SOFRI TORNA LIBERO: «COME STO? A MODO MIO» —

Adriano Sofri ha due bassotti nani a pelo ruvido molto divertenti.
«Buoni… Oh! Sshhhh…».
Poi si volta (69 anni, il viso attraversato da rughe profonde, i capelli ancora folti e ormai bianchi, la voce sottile, paziente).
«Vuol sapere se sono felice? Vuol sapere come sto? Sto a modo mio… ecco, sì: sto a modo mio».
I bassotti risalgono il vialetto abbaiando, c’è l’odore buono della legna che brucia nel camino, dalla finestra lo sguardo può scorrere sul bosco, sulla collina che scivola dentro Firenze: ma per sentirsi definitivamente libero Adriano Sofri ha pensato che doveva andarsene in un posto speciale.
Così domenica è sbarcato sull’Isola del Giglio.
Ha visto.
Ha cercato.
Ha chiesto intorno al gigantesco relitto.
Poi è tornato qui. E ha scritto il suo reportage.
Pochi sapevano che, appena qualche ora prima, aveva ricevuto dall’ufficio di sorveglianza di Firenze il documento che considera definitivamente scontata la pena di 22 anni e conclusa la sua vicenda giudiziaria, una delle più dibattute e complesse nella storia di questo Paese, cominciata il 28 luglio del 1988, quando appunto lui, Sofri, ex leader di Lotta continua, venne arrestato con Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. Per tutti: l’accusa di essere i responsabili della morte del commissario Luigi Calabresi, assassinato la mattina del 17 maggio 1972 a Milano, sotto casa.
Marino, subito, racconta, confida; e ammette di essere stato alla guida dell’automobile servita per l’attentato: spiegando che a uccidere è stato, però, Bompressi.
Per Marino, Sofri e Pietrostefani sono i mandanti.
Versione sempre negata dai tre accusati, dopo 14 sentenze condannati comunque in via definitiva a 22 anni di reclusione.
Una vicenda così intricata da prevedere quattro epiloghi diversi.
Marino ebbe prescritto il reato.
Bompressi ha ottenuto la grazia nel 2006.
Pietrostefani è latitante in Francia dal 2002.
Sofri adesso è qui, in questa casa di campagna in pietra. Cortese ma a suo modo gelido.
Congeda i cronisti.
«Se volete, potete tornare tra qualche giorno. Magari vi offro un caffè».
Rientra. Sospira. Si guarda intorno. Libri, giornali, un blocco pieno di appunti. È stato agli arresti domiciliari dal 2007: obbligo di non uscire dalla Toscana e di rientrare ogni sera. Due anni prima aveva rischiato di morire. Colpito da una malattia piuttosto rara: la sindrome di Boerhaave. Numerosi interventi chirurgici, l’esofago martoriato.
L’ufficio di sorveglianza di Firenze sostiene che la sua liberazione sarebbe dovuta avvenire a febbraio, e che però è stato Sofri a chiedere di potersi avvalere dell’ultima riduzione di pena: ogni sei mesi, infatti, i detenuti maturano una sorta di «sconto» di 45 giorni per buona condotta.
La prima telefonata, l’altro giorno, al figlio Luca. Poi, una frase laconica al fratello Gianni: «Ciao. Solo per dirti che sono un uomo libero».
Il fratello Gianni dice che «noi Sofri siamo abbastanza controllati nei sentimenti, abbiamo qualcosa di britannico».
A rendere lieve la scena ha pensato per anni Randi Krokaa, «la compagna di Adriano scomparsa quattro anni fa».
Sofri va alla scrivania e si rimette a scrivere. Ha scritto tanto, in questi anni. Articoli, commenti, libri. Due anni fa ne scrisse uno dal titolo eloquente: La notte di Pinelli.
In 283 pagine, con 36 minuziose note, Sofri ricostruisce, come fosse una messa in scena teatrale, la storia del fermo, degli interrogatori e di tutto quanto accadde dopo che l’anarchico Pino Pinelli precipitò dalla finestra della questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969. È la sua versione su un pezzo di storia che porterà poi all’omicidio del commissario Calabresi (e, perciò, alla sua incriminazione e condanna).
L’agenzia Ansa, alle 20.29, raggiunge telefonicamente Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi.
«Ormai da molto tempo — dice — nessuno era più in carcere per l’omicidio di mio marito e questo passaggio non cambia i miei sentimenti. Ho sempre creduto che la verità e la giustizia sarebbero state il risarcimento più grande: siamo riusciti a ottenerle entrambe, e le sentenze sono state rispettate».
Fa buio. Adriano Sofri esce di casa. I bassotti scodinzolano.
Fabrizio Roncone