Fabio Albanese, La Stampa 18/1/2012, 18 gennaio 2012
FABIO ALBANESE
Per arrivare al presidio di San Gregorio bisogna fare una lunga coda sulla tangenziale di Catania. Ed è questo il primo, pesante impatto con la protesta dei camionisti siciliani che da domenica notte blocca la Sicilia. Una protesta finora civile, ordinata, quasi senza tensioni se si esclude un padroncino esasperato che non potendo forzare il blocco di Lentini ieri si è scagliato contro un manifestante con un coltello in mano, mandandolo in ospedale. Non è questo isolato episodio, però, che al momento preoccupa le prefetture dell’isola. Piuttosto, è il passa-parola che sta estendendo a macchia d’olio la protesta da una parte all’altra della Sicilia. E ormai non ci sono soltanto i camionisti perché si sono aggiunti agricoltori e pescatori che hanno cominciato a presidiare anche strade statali, ferrovie e porti, rallentando la circolazione di auto, treni e perfino dei traghetti. «Non ci difende nessuno e allora facciamo da soli», dice un camionista fermo davanti al suo Tir sull’enorme piazzale del casello di San Gregorio dell’autostrada Catania-Messina, ormai completamente invaso da grossi bestioni con rimorchio. Gli organizzatori hanno chiamato questi cinque giorni di blocco «operazione Vespri siciliani» e il riferimento non è ai militari mandati in Sicilia dopo le stragi di mafia del 1992 ma alla storia, al 1282, alla rivolta popolare della Sicilia contro l’invasore francese. Stavolta, però, l’«invasore» si trova a Roma, è il governo - e qui non fanno distinzione tra il prima e il dopo per le condizioni di lavoro e dell’economia siciliana: «Sono aumentati il costo del gasolio, quello dei pedaggi, quello dei traghetti per attraversare lo Stretto, davvero non ce la facciamo più», dice il signor Salvatore che da anni va avanti e indietro lungo tutta la Penisola portando frutta e verdura dalle serre del Ragusano fino ai mercati del Nord Italia. Il movimento l’hanno chiamato «Forza d’urto», l’obiettivo è quello di farsi sentire il più possibile per fare entrare i problemi dell’isola nell’agenda politica. By-passando i partiti, il governo della Regione, i politici locali. E dunque niente bandiere se non quelle gialle e rosse con la trinacria, la bandiera della Sicilia. A San Gregorio, come ai caselli di Messina, come lungo l’autostrada per Palermo, come sulle statali interne dell’isola, le auto passano, ma attraverso strette corsie tracciate dai camion. In altre zone sono gli stessi Tir, che avanzano a passo d’uomo e fanno su e giù lungo lo stesso tratto di strada, a rallentare la circolazione: «Non vogliamo esasperare gli animi perché vogliamo la popolazione al nostro fianco, vogliamo fare capire che qui è in discussione il futuro della nostra terra», ripetono. Mariano Ferro, agricoltore e leader dei «Forconi», uno dei movimenti che ha aderito all’Operazione Vespri siciliani, spiega: «Il nostro appello è rivolto a tutti i siciliani che vogliono combattere la politica corrotta e incapace, i sindacati imbelli, le associazioni finte, il caro carburante, le cartelle esattoriali con tassi da usura, l’arroganza delle banche, la burocrazia cieca e ottusa». Tra le organizzazioni coinvolte c’è anche l’Aias di Giuseppe Richichi. Nell’ottobre del 2000 una protesta simile da lui organizzata, cominciata quasi in sordina, mise in ginocchio l’isola per settimane. I siciliani se la ricordano ancora quella protesta, gli scaffali dei supermercati vuoti e i benzinai senza più scorte. Stavolta non dovrebbe andare così - anche se la benzina ormai scarseggia - perché c’è un termine fissato, quello della mezzanotte di venerdì, per la fine della protesta. Almeno per gli autotrasportatori. Perché i pescatori, che ieri hanno cominciato a presidiare i principali porti dell’isola, da Catania a Palermo a Porto Palo, con ritardi nelle partenze e negli arrivi delle navi, dicono di voler andare avanti ad oltranza: «Siamo alla disperazione, il settore è in ginocchio - dice Fabio Micalizzi, leader dei pescatori catanesi - non ce la facciamo più a combattere, vogliamo che il presidente Monti ci ascolti».
LAURA ANELLO
Ma lo sa che l’altro giorno si sono suicidati due imprenditori agricoli, uno a Mazara del Vallo e uno a San Giuseppe Jato? E lo sa che sono gli ultimi di una lunga serie? Si parla tanto degli industriali veneti, ma anche qui in Sicilia è una strage». Franco Calderone, uno dei quattro leader della protesta del «Movimento dei forconi», è alla testa di una fila di camion e trattori in marcia sulla statale tra Palermo e Agrigento: «Una fila di quattro chilometri, diecimila agricoltori scesi in strada a manifestare».
Lui è un imprenditore vitivinicolo: «Sono l’unico che in Italia faccia un Pinot nero sopra i mille metri, pluripremiato ai concorsi internazionali, ma adesso faccio fatica ad andare avanti, come gli altri». Già, la rivolta arriva anche dagli uomini dei filari e dalle bottiglie che hanno fatto fare il gran salto di qualità alla Sicilia che prima viveva di prodotto sfuso e cantine sociali. E infiamma allevatori, coltivatori di grano, produttori di olio. Il popolo minuto della campagna che ha risposto al richiamo di un movimento nato nel maggio 2011 ad Avola, in provincia di Siracusa, dall’alleanza con gli omonimi pastori sardi che l’anno prima avevano bloccato l’aeroporto di Alghero. «Ci siamo incontrati con Felice Floris, il leader - racconta Calderone - e ci siamo piaciuti».
Ma la prima grande uscita in scena è questa, al fianco degli autotrasportatori senza sigle, dei pescatori, di tutte le vittime dalla crisi che sentono di non avere altra scelta che la protesta di piazza. Senza deleghe, senza mediazioni, senza regole. Populisti? Eversivi? Qualunquisti? Imbeccati dai politici autonomisti? Questa, tra tutte, è l’accusa che li fa infuriare: «Il Movimento dei forconi non è agganciato a nessun partito politico, né di destra né di centro né di sinistra. Per noi queste sono soltanto indicazioni stradali». Certo è che Pino Aprile, l’autore di «Terroni», l’ideologo del Meridione depredato dal Nord, li vede come i protagonisti del riscatto del Sud. «Li ho incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani racconta -. Qualcuno mi si avvicinò e mi disse: noi siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader, e io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare».
Ma anche il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, leader di un partito contro «le predazioni del Nord», li ha ricevuti con pacche sulle spalle prima che la protesta diventasse questione di ordine pubblico. Per non dire che il caos ha scatenato, come un riflesso pavloviano, i rigurgiti antistorici di Forza Nuova, pronta a dichiarare che «ora il passaggio successivo è la sovranità monetaria». Di tutto questo il movimento non vuole sentir parlare. «Stiamo protestando per legittima difesa - dice Calderone - da sei anni le nostre imprese agricole non producono più reddito. Lo Stato ci ha fatto spendere un sacco di soldi per riammodernare le aziende, le cantine, le stalle, i mulini per adattarsi alle normative europee. Poi sono crollati i mercati e adesso ci troviamo con le scoperture bancarie, gli assegni in protesto, le ingiunzioni, i pignoramenti. E con gli ortaggi che arrivano dal Nordafrica senza alcun controllo: carciofi a cinque euro, funghi a prezzi stracciati». Parlano di 50 mila aziende agricole su 200 mila pignorate e messe all’asta negli ultimi tre anni. E chiedono il blocco immediato delle cartelle esattoriali, del pagamento dei contributi Inps (ceduti a Equitalia e lievitati negli anni), il rifinanziamento delle imprese con fidejussioni bancarie garantite dalla Regione, l’abbattimento del prezzo del gasolio agricolo «che costa un euro e 20 al litro, pensi che una macchina agricola ne consuma circa 300 al giorno». E l’aumento dei contributi per il mancato reddito dei terreni: «Abbiamo 220 euro annui a ettaro, anche se sono improduttivi, contro i 950 degli agricoltori veneti».
«Monti - continua il leader della protesta - ha tassato i magazzini, i ricoveri di attrezzi, i fienili, le cantine, gli oleifici, tutte le strutture a servizio delle attività di trasformazione agricola che prima erano esenti». Il battito di farfalla a Roma che qui in Sicilia ha scatenato l’uragano.
L.AN.
La protesta? Ci sono due cose che noto, purtroppo. Da un lato ci sono evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo, dall’ altro credo che all’interno di alcune frange dell’iniziativa ci siano realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto». Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, artefice del nuovo corso legalitario dell’ associazione con le grandi iniziative antiracket, non nasconde la sua preoccupazione. E boccia senza appello la protesta: «Purtroppo - dice - non ha prevalso il buon senso».
Ancor prima che la protesta si trasformasse in caos, lei aveva puntato il dito contro la Regione siciliana, che non ha fatto abbastanza per fermare gli autotrasportatori… «Non soltanto non ha fatto nulla per fermarli, ma il presidente della Regione Raffaele Lombardo, che spesso fa aspettare diversi giorni prima di concedere un incontro, li ha accolti subito, esprimendo solidarietà e sostegno alle ragioni della protesta. Francamente mi sarei aspettato che il governo siciliano si adoperasse per chiedere la sospensione dello sciopero appellandosi al senso di responsabilità che deve accomunare tutti nell’affrontare l’attuale situazione di crisi che colpisce ogni settore».
Loro manifestano per questo… «Intanto c’è un problema di metodo. Io rispetto tutte le manifestazioni, quando si svolgono in maniera pacifica e tutelando la libertà e il diritto di tutti gli altri. Bisogna sottolineare infatti che la maggior parte delle sigle degli autotrasportatori non aderiscono a questo sciopero e che purtroppo gran parte dei camionisti dell’ala morbida sono stati coinvolti loro malgrado. Costretti a fermarsi nelle piazzole dei manifestanti».
Anche sui contenuti hanno torto?
«Sono irresponsabili, al di là del fatto che alcune delle loro rivendicazioni possano essere giuste. Protestano contro la crisi, ma nel modo peggiore, perché così si rischia di dare il colpo letale a un’economia siciliana già fragilissima, che adesso è in piena recessione. Molte aziende hanno difficoltà di accesso al credito, le amministrazioni pubbliche pagano nella migliore delle ipotesi a otto-dodici mesi, il Pil è in calo drammatico. E loro cosa fanno? Bloccano i trasporti. Il colpo finale, ripeto».
Faccia un esempio concreto… «Bloccare per una settimana i trasporti in maniera così violenta può avere un effetto micidiale su moltissime aziende. Pensiamo soltanto a chi commercia prodotti deperibili, e che dopo un blocco di tre giorni deve buttare tutto al macero e pagare i debiti. Ma pensi anche al colpo di credibilità che tutto questo può avere sul sistema produttivo siciliano, soprattutto rispetto ai mercati esteri».
I siciliani pagano la benzina a carissimo prezzo, nonostante otto raffinerie che lavorano il 40 per cento del greggio che passa per l’Italia.
«Guardi che l’ultima cosa che bisogna mettere in discussione oggi è la manovra di un governo che sta cercando di risollevare un Paese che era sull’orlo del baratro. Ci sono sacrifici per tutti, ma sappiamo che sono sacrifici indispensabili, non c’è alternativa. E proprio da questo governo sono arrivati segnali di disponibilità rispetto alle rivendicazioni del settore. Cinque giorni fa, il viceministro Caccia ha incontrato le associazioni di categoria dell’autotrasporto merci e ha assicurato concrete iniziative per raffreddare l’impatto dell’aumento delle accise, il costo delle assicurazioni, oltre a interventi finanziari a favore del settore. Dopo questo incontro, infatti, è stato sospeso lo sciopero nazionale previsto a partire dal 23 gennaio».
Ma sono rimasti i cani sciolti… «Sì, non a caso gli stessi protagonisti delle rivolte di dieci anni fa. I nomi ricorrono purtroppo, professionisti della protesta».