Matteo Collura, Corriere della Sera 18/1/2012, 18 gennaio 2012
Quando Alessandro Manzoni acquistò la casa milanese che oggi ne custodisce nome e memoria (via Gerolamo Morone 1), nel darne notizia all’amico Claude Fauriel, scrivendogli a Parigi, si compiaceva del bel giardino annesso, affermando di avervi piantato, in aggiunta, alcuni alberi rari, nella speranza che un giorno, quei rami e quelle foglie, sarebbero arrivati all’altezza della finestra dove egli era solito affacciarsi
Quando Alessandro Manzoni acquistò la casa milanese che oggi ne custodisce nome e memoria (via Gerolamo Morone 1), nel darne notizia all’amico Claude Fauriel, scrivendogli a Parigi, si compiaceva del bel giardino annesso, affermando di avervi piantato, in aggiunta, alcuni alberi rari, nella speranza che un giorno, quei rami e quelle foglie, sarebbero arrivati all’altezza della finestra dove egli era solito affacciarsi. Il padrone di questa casa non c’è più, ma i rami e le foglie degli alberi da lui piantati oggi sono lì, appena fuori da quella finestra. E tanto di altro è rimasto in questo tranquillo palazzotto, a cominciare dalla particolare atmosfera che non saprei definire, ma che prodigiosamente riconduce a lui, al Manzoni, a questa nostra gloria nazionale, alle sue abitudini, alle sue manie, alle sue angosce e alle sue delizie di marito, padre, nonno. «Della turbatissima vita di Alessandro Manzoni che si sa?», scrisse Alberto Savinio, dopo aver visitato questa casa. E la domanda può avere ancor oggi una ragionevole motivazione. Ma la si può ribaltare: quanto si comprenderà dei suoi scritti, del suo mondo, se non si visiterà la sua casa? E non è esagerato porsi questa domanda, perché la casa di Manzoni è il suo «nido» perfetto, il luogo che più gli si addice, quello che più lo rappresenta e concretamente lo imprime nella nostra memoria. Se, poniamo, si visita la camera da letto dove l’autore dei Promessi sposi morì il 22 maggio 1873, e si riflette su quel suo disadorno lettino in ferro, ci si convince che egli non poteva che finire lì la sua avventura terrena. È tutta spiegata nei suoi libri, quella scelta, così come parlano di lui lo studio a piano terra, con la scrivania, i volumi e gli altri oggetti superstiti. Un tempo questo studio fu meta ambita degli amici del «grande scrittore»: il citato Fauriel, Giovanni Berchet, Carlo Porta, Tommaso Grossi, Niccolò Tommaseo, Antonio Rosmini, e d’Azeglio, Verdi, Garibaldi e Honoré de Balzac… Immagini di casa Manzoni è il titolo di un volume appena pubblicato a cura di Jone Riva (pp. 182, 25), con un saggio di Angelo Stella, presidente del Centro nazionale di studi intitolato all’autore degli Inni sacri. Un album che i cultori dell’opera manzoniana non dovrebbero farsi sfuggire, ricco com’è di riproduzioni dei ritratti, dei manoscritti, dei cimeli e delle opere d’arte così come gli abitanti di questa casa li lasciarono. Una riedizione, rivista e accresciuta, questa, del precedente album pubblicato nel 1998, con una nota di Gianmarco Gaspari, allora Conservatore della casa del Manzoni, oggi direttore del Centro studi, e il testo introduttivo di Giancarlo Vigorelli, strenuo, indimenticabile manzonista, cui, tra l’altro, si deve il varo dell’edizione nazionale ed europea delle opere del suo adorato scrittore. Oggi, il salone al primo piano, detto «sala rossa», un tempo centro della vita domestica di questa casa, è adibito a incontri e manifestazioni culturali inerenti alla sua storia e ai suoi emblemi. Parte dell’arredamento non è quello originale e alcuni quadri, che riproducono scene dei Promessi sposi, per forza di cose sono stati appesi alle pareti nel corso degli anni. Ma tutto nella palazzina a tre piani di via Morone, con prospetto principale sulla piazza Belgioioso, ricorda Manzoni. Lo scrittore vi entrò nel 1814 con Enrichetta Blondel; poi, morta lei, vi trovò sistemazione con la seconda moglie, Teresa Borri, vedova del conte Decio Stampa. Tutto di quegli anni, le tante nascite e i lutti, i momenti di gioia e di tristezza; tutto, fino alla scomparsa dello scrittore, è documentato nelle librerie, nelle bacheche, negli archivi. Dice bene Jone Riva, fedele e discreta «guardiana» di questa casa: sono «testimonianze di una presenza viva per chi la vuole e la sa cercare». Un angolo di Milano che «racconta» la città e ne evoca l’eccellenza. «In corona con le pinacoteche Ambrosiana e Braidense, il Museo della Scienza e della tecnica o quelli del Risorgimento e del Novecento, il Cenacolo e la Scala», scrive Angelo Stella, «Casa Manzoni si dispone nell’ideale percorso a tappe pedestri e soste riflessive che ogni milanese, accompagnato dai maestri in età scolare, spinto dal desiderio di (ri)conoscenza in età matura, dovrebbe compiere negli anni per sapere di quale municipio e di quale nazione è cittadino».