Gian Carlo Blangiardo, Il Sole 24 Ore 16/1/2012, 16 gennaio 2012
«GIOVANI ANZIANI» IN AIUTO AL PIL
All’inizio del 2012 sono stati valutati in 12 milioni e 554mila unità, ma già alla fine dell’anno se ne conteranno oltre 250 mila in più. Sono circa sette maschi per ogni dieci femmine, hanno mediamente 76 anni e posseggono la cittadinanza italiana nel 99,1% dei casi.
Questo è il popolo degli ultra65enni residenti in Italia: un folto esercito di penne grigie, la cui crescita inarrestabile viene spesso indicata come uno dei grandi problemi che accomuna il nostro Paese alle numerose realtà di quella parte di Mondo che oltre ad essere economicamente più sviluppato, è anche demograficamente più invecchiato. Un mondo sempre più costretto a ricercare nuove vie con cui governare il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione - e i nuovi equilibri che esso impone - con l’obiettivo di evitare che ne derivino conseguenze traumatiche per la qualità della vita delle persone e delle famiglie coinvolte. La Commissione europea ha indicato il 2012 come l’«Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni», che sarà inaugurato ufficialmente mercoledì a Copenhagen. La strategia centrata sul modello dell’invecchiamento attivo può senz’altro rappresentare una valida risposta con cui modulare, da noi come altrove, le scelte e le azioni per il futuro.
Gli anziani giovani
Vale infatti la pena di ricordare che in Italia ben metà degli attuali 12-13 milioni di ultra65enni - ma quasi la stessa quota varrà anche in corrispondenza dei 20 milioni che si prevede ci saranno tra trent’anni - rientrano nel contingente di quelli che si potrebbero definire gli "anziani giovani". Si tratta del collettivo dei 65-74enni, il cui patrimonio di anni di vita residua (poco più di 100 milioni di anni-vita per il complesso dei residenti in tale fascia di età al 1° gennaio 2012) si può ritenere sarà ancora in gran parte speso in condizioni di buona prestanza fisica e mentale. E se è innegabile che nel bilancio delle loro potenzialità la componente strettamente produttiva finirà quasi certamente per avere un posto alquanto marginale (nonostante ipotetici ulteriori prolungamenti dell’età di abbandono dell’attività lavorativa), potrà invece essere tutt’altro che trascurabile il loro apporto sia nel circuito degli scambi di aiuti/servizi intra-familiari (bambini, altri anziani, giovani cui trasmettere conoscenze), sia nell’ambito delle molteplici attività entro i settori del non profit che contribuiscono ad accrescere il benessere sociale.
Tutto questo alla sola condizione che ci si dimostri capaci di valorizzare (e di incentivare) la transizione - non priva di risvolti culturali e psicologici - dal dominio della fisicità a quello dell’esperienza.
Quanto poi alle necessarie competenze per poter compiere tale salto, va osservato che benché nelle società del nostro tempo la velocità del cambiamento tecnologico sia tale da rendere quasi irrinunciabile un continuo aggiornamento, per non incorrere in fenomeni di esclusione, va tenuto conto che la storia di vita degli anziani di oggi (e ancor più di quelli di domani) è già stata segnata da un continuo confronto con la novità delle tecnologie; l’adattamento e l’apprendimento sono dunque processi abbastanza consueti e affinché possano continuare nelle età più anziane è sufficiente che si forniscano i necessari supporti e le valide motivazioni.
In conclusione, se ammettiamo che la soglia d’ingresso nella vecchiaia sia andata progressivamente elevandosi, tanto da rendere realistico il possesso di adeguate energie psico-fisiche almeno sino al 75° compleanno, e se si tiene conto che, ad esempio, nel corso del decennio 2012-2021 la popolazione italiana "consumerà" complessivamente circa 66,5 milioni di "anni-vita" tra il 65° e il 75° compleanno, viene da chiedersi se sia accettabile lasciare che un patrimonio di risorse umane così consistente vada in gran parte perso o se, viceversa, non sia doveroso compiere uno sforzo per definire le modalità di un suo coinvolgimento (quand’anche parziale e graduato con l’età) in attività finalizzate alla produzione o al soddisfacimento di bisogni collettivi.
Convenienza o necessità?
È evidente che sussistono forti motivazioni di convenienza sociale (forse anche di necessità) per avviare iniziative volte a recuperare l’apporto al sistema-paese da parte della popolazione dei "giovani anziani". Se infatti, per puro esercizio di calcolo, si ipotizza di tradurre in termini monetari il valore dei 66,5 milioni di anni-vita di cui si è detto, si ottengono risultati del tutto ragguardevoli. Se potessimo ricavare da tale rivitalizzazione un contributo medio annuo al Pil nell’ordine anche solo di qualche migliaio di euro (limitiamoci qui a considerare un apporto di 5mila euro pro-capite), quante iniziative sarebbero attivabili con la ricchezza aggiuntiva annua dei circa 33 miliardi di euro che ne deriverebbero? Certo si tratta di un approccio semplicistico, ma non vi è dubbio che la totale rinuncia a una risorsa sempre più efficiente e abbondante, come è quella dell’anziano ancora giovane, rappresenta un lusso che se forse oggi ci è ancora concesso, col passare degli anni sarà via via sempre meno proponibile (e ragionevole).
Università di Milano Bicocca