Carlo Fruttero, la Repubblica 16/01/2012, 16 gennaio 2012
Quando Einaudi scrisse un appello alle Nazioni unite – La porta dello studio si riaprì e Bollati riapparve
Quando Einaudi scrisse un appello alle Nazioni unite – La porta dello studio si riaprì e Bollati riapparve. Che succedeva? L´America mandava i paracadutisti? I russi erano stati cacciati? S´erano ritirati? E Nagy? E il generale Maleter? E il partito? Cosa diceva il Partito comunista italiano? Bollati aveva in mano dei fogli e senza rispondere guardò me. Un appello all´Onu. Questo era stato deciso da Einaudi e dai suoi consiglieri più fidati. Lui stesso, Bollati, lo aveva messo a punto parola per parola con l´editore e gli altri attorno a lui. Un lungo appello all´Onu che ora io, anglista ufficiale della maison, avrei tradotto in inglese. Mi sentii morire, lottai disperatamente per evitare quella prova funesta. A cosa poteva mai servire un simile documento? Nella bolgia di una così grave crisi internazionale cosa gliene poteva fregare all´Onu dell´indignazione di una casa editrice torinese, illustre finché vuoi ma insomma... Una goccia nell´oceano, un´iniziativa perfettamente inutile perfino ridicola, se permetti. Ma loro non la pensavano così, la casa editrice aveva una notevole influenza morale, un alto prestigio etico in Italia e in Europa, la sua voce doveva essere presa in considerazione dal mondo intero... L´aria fritta è intraducibile, ma le tentai tutte. Tagliare, condensare, rifare, fondere, ribaltare. Ma poi arrivava Bollati che di sopra la mia spalla ripristinava la versione base, il "padrone" (ma se non sa l´inglese!) il padrone, ti dico, controllerà, andrà su tutte le furie, devi essere più letterale possibile. Alla fine mi arresi e composi (a quel punto, anzi, con perversa scrupolosità) un testo di cui ancora oggi ho confusamente vergogna. (Tratto da Mutandine di chiffon, edizioni Mondadori)