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 2012  gennaio 16 Lunedì calendario

Il gigantesco monumento all’errore umano - Sta come un monumento capovolto, con la chiglia sfregiata verso l’orlo del mare e le sedie color celeste che danzano nell’acqua dentro alla sua pancia, assieme a delle tende, fra i materassi stinti e i bagagli aperti che qualcuno forse aveva abbandonato nei corridoi

Il gigantesco monumento all’errore umano - Sta come un monumento capovolto, con la chiglia sfregiata verso l’orlo del mare e le sedie color celeste che danzano nell’acqua dentro alla sua pancia, assieme a delle tende, fra i materassi stinti e i bagagli aperti che qualcuno forse aveva abbandonato nei corridoi. La vita e la morte. Tutte le cose raccontano sempre qualcosa di noi, i nostri dolori e i nostri giorni, anche questo colosso lungo 298 metri, largo 36 e alto quasi 52, tutti quei metri che adesso si sono adagiati senza perdono sul fondale delle Scole, una grossa secca a forma di cozza, che Paolo Scotto appena intravede dalla sua finestra del Giglio, come la notte di venerdì 13 gennaio, «quando c’erano tutte quelle urla, miodio, e centinaia di persone che si buttavano in acqua». Davanti a casa hanno fatto un mucchio dei giubbotti salvagente, li gettavano prima di salire sul traghetto che li portava via, ed erano rimasti sui marciapiedi accanto a delle maglie sfilacciate dall’acqua e a delle coperte di lana, grigie e nere come quelle dei treni. E’ come in un luna park un po’ surreale, con la sua folla stranita dalle luci e dalla confusione. Nei centri di smistamento sono rimaste delle coperte fra i disegni dei bambini appesi ai muri. E anche nel piazzale, dove c’erano lenzuola e tovaglie ammucchiate, c’era una scarpa inglese lì in mezzo, una Tricker coi lacci chiusi e la forma gentile. Una scarpa sola, come metà di una vita. Tutte cose. Ma la Costa Concordia sta proprio qui, in tutta la sua grandezza, con la sagoma nascosta dall’imbrunire, a raccontare quanto l’errore dell’uomo sia vicino alla morte e quanto sia fragile l’esistenza. Rumori dalla stanza Sarà per questo che ai vigili del fuoco di Paolo Tronca l’altra notte dev’essere sembrato proprio che fosse la stanza 303 al ponte 8 a fare dei rumori. Ce la indica con un gesto vago, che si eleva sopra il monumento. «Sta più in alto», dice, che significa forse che sta dove noi non possiamo guardare, sotto il livello dell’acqua, un infinito di colore blu che fruscia dolcemente contro la chiglia e questi nove piani di terrazzi rovesciati a novanta gradi. Erano Hye Jim Jeong e Kideok Hanmarito che urlavano per chiedere aiuto dalla stanza 308. Li hanno salvati e loro hanno candidamente confessato di non aver sentito nessun allarme: «E’ venuto solo uno dell’equipaggio a dirci in italiano delle cose che non abbiamo capito e poi se n’è andato via». S’era spenta la luce, era tutto buio. Bisogna guardarle, le cose, per saperle capire. E’ che le cose e le persone si confondono nel ventre di questo monumento, in mezzo ad altre cose che parlano anche loro. Un comandante deve amare la sua nave come un pezzo della sua vita, come facciamo tutti noi, in fondo, con il nostro lavoro, perché le cose ce la riempiono la vita e noi la riempiamo di cose. Per questo, le cronache antiche raccontano di altri comandanti che sono rimasti sul ponte ad affondare assieme alla nave, come quello della Principessa Mafalda, che «morì gloriosamente» assieme ad altre 313 persone: scrissero così, il 26 ottobre del 1927, i giornali fascisti, con tutta l’enfasi possibile. Anche senza gloria, il dovere non è una semplice cosa. Può essere la schiena diritta di Ray Francisco Arrujo, il capo cuoco, che ha guidato tre viaggi per portare via i passeggeri, avanti e indietro, «con la scialuppa che però si rivoltava cadendo in acqua dall’alto», o quella di Marrico Giampetroni, che si trova in una cabina del ponte 3 quando lo salvano alle ore 15 circa di ieri, vicino al ristorante, con la gamba rotta: era caduto dalle scale mentre aiutava gli altri, dice la moglie. Paolo Tronca ci dice che sta lì il ponte 3, dove la nave è già sommersa. Dubbi e terrore Ora, anche Arrujo racconta che Marrico si dava da fare per tutti. I sub gli hanno parlato di là da una porta, lui con la sua gamba rotta: ce la fai?, gli hanno chiesto. «Adesso che ci siete, sì», ha detto lui. Non li vedeva: le facce a volte sono cose. Alla fine, noi non riusciamo a capire, guardandola da qui, da questo ferita lunga 70 metri che si contorce fino a cancellare i colori rossi della chiglia, se si potesse non amare questa città viaggiante, grande come 410 Boeing messi assieme, con le sue 58 suites «dotate di balcone», i 5 ristoranti, i 13 bar, il teatro e le discoteche, il casinò e le sue 4 piscine di acqua salata con i tetti in cristallo semovibili, con tutti i suoi capitelli e le colonne, i suoi lampadari a specchio, le sue sale immense, e quell’atmosfera così lontana dal mondo e dalla sua crisi. Non sappiamo. Se è vero quel che raccontano, Francesco Schettino è scappato via abbandonando le persone e anche le cose, perché, a modo loro, questi ponti colorati di azzurro con le strisce gialle, e questo stemma del giglio confuso dentro a una rientranza, queste sedie di povero ferro con i cuscini azzurri, e persino queste poltrone sfondate dall’acqua che leviga gli oblò e le fiancate sgusciando fra le fessure, tutte queste cose erano la sua vita dalla plancia di comando. Ora, la Concordia, come spiega il comandante dei sub Rodolfo Raiteri, «sta appoggiata su un fondale di 37 metri, inclinata di 90 gradi, con la murata di dritta completamente sommersa». La prua s’è adagiata in un terreno di sabbia e alghe, la parte poppiera si è fermata su un basamento di roccia. Adesso, quando è sceso l’imbrunire, sta cominciando a piovere. Sono poche gocce, ma fanno paura, perché con il maltempo il mare potrebbe cominciare a battere più forte e spingere la nave più indietro, verso un gradone lì vicino, dove i fondali arrivano a più di settanta metri, rischiando così di inabissarla. Se succedesse, sarebbe una tragedia ambientale, perché dentro la pancia la Concordia tiene quasi 2500 tonnellate di gasolio che potrebbero disperdersi nel mare, «creando un danno incalcolabile all’isola del Giglio», come sottolinea il sindaco Sergio Ortelli. Adesso, è meglio non pensarci. «Prima salviamo tutti quelli che possiamo salvare», 15 dispersi che sono come delle cose dentro a questo monumento alla nostra fragilità e ai nostri errori, mica solo quelli del comandante Francesco Schettino. Poi deve venire la Impresa Smit da Rotterdam, a sollevarla con dei paranchi per aspirarle tutto questo veleno. «Ci metteranno un mese se va bene», dice Alessandro Gianni, di Greenpeace. Qquesta nave sembra segnata dalla iella, come vuole la leggenda popolare: dicono che il 7 luglio 2006 non si fosse rotta la bottiglia di champagne il giorno dell’inaugurazione. Segno di sventura. Sfregio permanente La Costa Concordia fa 52 volte all’anno il tragitto da Civitavecchia al Giglio. Guardacaso, un multiplo di 13. E il venerdì 13 gennaio è andata a infilarsi contro questi scogli che tagliano come coltelli. Gianfranco De Laurentiis che non dev’essere superstizioso su questa nave ha presentato il suo Napoli il 3 agosto del 2009, fra le coppe levate in alto e i sorrisi di Lavezzi sperduti tra i capitelli e le colonne del grande salone: da allora il Napoli va benissimo. Invece, la Costa Concordia è finita qui. Un pezzo di roccia è rimasto sulla chiglia all’inizio del taglio lungo 70 metri, che ha sfregiato quasi tutta la spina dorsale della nave. Adesso ci sono i sub che hanno montato delle scale di corda vicino a tre boe rosse e si arrampicano su per le fiancate. Risalgono una parete scivolosa, ma il peggio è dentro, dove tutto è capovolto e si cammina su per viscidi soffitti guardando i corridoi dall’alto e le porte di traverso. Però, anche in questo mondo all’incontrario è passata la vita della gente. E non si scappa mai dalla tua vita.