Notizie tratte da: Lorenzo Pinna # Autoritratto dell’immondizia # Bollati Boringhieri 2011., 17 gennaio 2012
Notizie tratte da: Lorenzo Pinna, Autoritratto dell’immondizia, Bollati Boringhieri 2011.INTRODUZIONELa città pestilenziale secondo diversi storici è la protagonista di ogni agglomerato urbano, dal suo primo apparire, all’alba della civiltà, circa ottomila anni fa, fino agli ultimi decenni del XIX secolo
Notizie tratte da: Lorenzo Pinna, Autoritratto dell’immondizia, Bollati Boringhieri 2011.
INTRODUZIONE
La città pestilenziale secondo diversi storici è la protagonista di ogni agglomerato urbano, dal suo primo apparire, all’alba della civiltà, circa ottomila anni fa, fino agli ultimi decenni del XIX secolo. Un condizione causata da due fattori principali: 1 – la totale ignoranza del mondo invisibile dei batteri, protozoi e virus, del loro modo di trasmettersi e della loro possibile azione patogena sul corpo umano; 2 – un’attenzione molto scarsa, e spesso inesistente, a dove finissero i rifiuti e i liquami prodotti da concentrazioni urbane sempre più affollate.
Una ricerca condotta nel 2008 in Gran Bretagna dal WRAP (Waste and Resources Action Program) ha calcolato che circa un terzo dei prodotti alimentari comprati dai cittadini inglesi viene buttato via. Note 8-9
LE MALATTIE DELLA PREISTORIA
Cacciatori e raccoglitori furono afflitti da alcune malattie «professionali» come il tetano e la rabbia, contratte durante battute ad animali selvatici (cui si aggiungevano traumi e fratture). 9
Molti studiosi sono arrivati a dire, dopo aver esaminato i fossili di questi cacciatori, che la loro dieta, composta di carne, frutta e vegetali, era più varia e ricca di calorie di quella che poi sarebbe toccata agli agricoltori e allevatori sedentari nei millenni successivi e che quindi la loro salute fosse migliore. Tuttavia la mortalità anche in queste piccole comunità nomadi era altissima (benché non molto diversa da quella di epoche più vicine a noi, come il Medioevo). 10
I SEGRETI DELLE OSSA
Confrontando i resti di popolazioni di cacciatori e raccoglitori con quelli dei primi agricoltori si sono potute notare parecchie differenze. Innanzitutto i cacciatori e i raccoglitori erano, in media, più alti e questo, a parità dio ambiente geografico, indica una migliore alimentazione e minori infezioni per la popolazione che cresce di più di altezza. Il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura non sembra essere stato poi così vantaggioso, almeno dal punto di vista igienico e sanitario. 11-12
LA SPERANZA DI VITA
Ancora oggi in certi paesi meno sviluppati, soprattutto nell’Africa, la principale causa di morte nel primo anno di vita è il tetano, dovuto all’uso di strumenti contaminati o alla pratica «tradizionale» di cicatrizzare il taglio del cordone ombelicale con lo sterco animale. 12
Si può ritenere che le nostre remote antenate nomadi avessero in media 5 o 6 figli. La metà, o forse anche di più, moriva nei primi cinque anni di vita. Altri morivano prima dei quindici. All’età adulta, cioè quando erano in grado di riprodursi, dei 5 o 6 figli, ne arrivavano circa due. Questo spiega la lentissima crescita di quelle popolazioni. Il loro numero si raddoppiava ogni 8-9 mila anni. 13
LA RIVOLUZIONE DEL NEOLITICO
Nonostante un lieve vantaggio alimentare dovuto al passaggio dalla caccia all’allevamento, le condizioni generali degli agricoltori, secondo diversi studiosi, erano peggiori di quelle dei cacciatori nomadi. Tra le cause principali di questo deterioramento vi è sicuramente l’accumularsi dei rifiuti, umani e animali, che senza sistemi fognari in grado di allontanarli tendevano inevitabilmente ad eliminare l’acqua e spesso anche il cibo e a sostenere, quindi, un ciclo infinito di infezioni e reinfezioni di parassiti soprattutto intestinali. Non erano queste le uniche insidie. Vi erano i pericoli dell’«Arca di Noè», cioè la convivenza a stretto contatto di uomini e svariate specie animali addomesticati, cosa che facilitava la trasmissione di micropredatori. 14-15
La sedentarietà, con la mancanza d’igiene che l’accompagnò per millenni, permise a molti animali non graditi, come topi, ratti e insetti di trovare «nicchie ecologiche» cui adattarsi e dalle quali scatenare catastrofiche epidemie (lo Yersinia pestis. Il batterio della peste bubbonica – l’epidemia più letale che abbia mai colpito l’uomo – è in realtà un micropredatore dei ratti, trasmesso dalle pulci che li infestano, e solo incidentalmente attacca gli esseri umani). 16
LA CIVILTÀ E IL PROGRESSO
Le civilta agricole raddoppiarono la propria popolazione, in media, ogni 1500-2000 anni. Da 6 milioni di esseri umani all’inizio del Neolitico, 9000 – 8000 0 a.c., si passa così ai circa 250 milioni all’inizio della nostra epoca. 17
2. L’ALBA DELLA CITTÀ PESTILENZIALE
LA CITTÀ PESTILENZIALE
Nelle città ritroviamo moltiplicati per diverse volte i problemi che si erano già manifestati nei primi villaggi di agricoltori sedentari. L’accumularsi dei rifiuti (stiamo parlando sempre di deiezioni umane e animali, e di pochi resti di cucina, di bottega e mercati) lasciati marcire dove capitava, la mancanza di sistemi idrici adeguati (acquedotti e fogne), le strade non lastricate usate sistematicamente come latrine e come discariche, i cimiteri (spesso vicini o dentro le città) che cominciavano ad accogliere molti defunti, sepolti senza la minima precauzione igienica, il percolato che si infiltrava nelle falde e inquinava l’acqua dei pozzi dai quali veniva attinta l’acqua, erano tutti fattori che facevano circolare una miriade di batteri, virus e protozoi che, nei modi più diversi e nefasti, compromettevano la salute umana. 20-21
UN COMMENSALE SGRADITO
Il ratto nero (Rattus rattus) viene definito, con una certa dose di macabro umorismo, da zoologi e archeologi una delle più antiche «specie commensali» dell’uomo. Cioè una specie che ha approfittato delle riserve di cibo (rappresentate anche dai rifiuti) offerte dalle concentrazioni urbane per sedersi, non invitato, alla mensa umana. 21
Il ratto nero ha portato in dote una delle più micidiali malattie epidemiche che abbia mai colpito l’uomo: la peste. Spiegare come e quando questo roditore originario del Sud-Est asiatico (forse la Malesia) sia arrivato fino nelle città del mondo antico è uno degli interrogativi più interessanti della moderna archeologia. 21
Il ratto è un animale molto sedentario e poco avventuroso. Una sua migrazione spontanea e sempre nella stesa direzione non gli farebbe percorrere più di 20 chilometri per secolo. È evidente che qualcuno deve avergli dato un passaggio. I sospetti degli archeologi si addensano sul traffico via mare che, nel III e nel II secolo a.C., legava i porti egiziani del Mar Rosso con l’India Meridionale. 22
IL FRASTUONO OLFATTIVO
Nelle città del passato c’è un altro aspetto inimmaginabile per i moderni. Il puzzo. Tutto puzzava. Dalle persone con i vestiti intrisi di sudore e sporcizia, alle case dove ogni scala, ogni anfratto, ogni angolo diventavano una latrina o un luogo dove abbandonare i rifiuti, alle stanze con letti dalle coperte bisunte e orinali pieni che aromatizzavano l’ambiente o pavimenti dove oche, galline, gatti, cani e altri animali «da cortile» facevano liberamente i propri bisogni. Dalle strade dove letame animale e deiezioni umane rimanevano a seccarsi d’estate o a mescolarsi al fango d’inverno, ai cimiteri dove sepolture malfatte facevano traspirare esalazioni nauseabonde. Dai mercati che facevano marcire gli scarti, forse poi mangiati dagli spazzini di certe epoche, i maiali, ai macelli con il sangue che scorreva a rivoli nelle canalette delle strade o con le interiora abbandonate alla putrefazione, alle concerie dove pelli scuoiate e non ancora lavate appestavano il vicinato. 24
Patrick Süskind , nell’incipit del romanzo Il profumo, realizza un quadro probabilmente realistico della Parigi di inizio settecento: «Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, persino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno. Infatti nel XVIII secolo non era stato ancora posto alcun limite all’azione disgregante dei batteri, e così non v’era attività umana, sia costruttiva sia distruttiva, manifestazione di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo». 25
3. L’ANTICA ROMA
I ROMANI E L’ACQUA
L’antica Roma fu per la grandiosità del suo apparato idraulico, una città «moderna» nel senso letterale del termine. Sotto questo aspetto, per trovare qualcosa di paragonabile bisognerà attendere la rivoluzione industriale e il XIX secolo. La quantità di acqua portata, nel momento di suo massimo splendore, dai suoi 11 acquedotti oltrepassò il milione di metri cubi al giorno. Tutta quest’acqua finiva poi in un modo o nell’altro nel sistema fognario che portava i rifiuti fino al Tevere. 26
Nel palazzo di Cnosso (civiltà minoica, 2700-1450 a.C.) gli archeologi hanno individuato quello che potrebbe essere in assoluto il primo WC a sifone della storia. 27
Il quinto Re di Roma, l’etrusco di adozione Tarquinio Prisco, dette inizio intorno al 600 a.C., alla costruzione di un grande canale di drenaggio delle acque paludose. Era stata posta la prima pietra della Cloaca Massima, che ancora non era una fogna. 29
È stato tramandato che l’erudito greco Cratete di Mallo fosse caduto dentro la Cloaca Massima, forse perché, distratto da elevatissimi pensieri, inciampò nel bordo del canale. Era il secolo II a.C. 29
La Cloaca Massima inizialmente funzionava solo grazie all’acqua piovana; il primo acquedotto, dell’Aqua Appia venne costruito nel 312 a.C. 29
L’aver costruito, fortuitamente, prima le fogne degli acquedotti fu di vitale importanza per Roma. Le altre città dell’antichità, che realizzarono prima gli acquedotti, non trovarono o non vollero investire altre risorse in un sistema che, in quelle epoche, poteva sembrare superfluo (e molto costoso). Pompei, ad esempio, ebbe gli acquedotti, ma le fogne non vennero mai costruite. 29
FONTANE E LATRINE
Al culmine del suo splendore imperiale, nel III secolo e gli inizi del IV d.C., Roma aveva 1352 fontane (circa 100 per ognuno dei 14 quartieri in cui era divisa), 1000 stabilimenti termali e 144 latrine pubbliche per un totale di 4000 posti. 29-30
Ai modesti accorgimenti con i quali si tentava di far fronte alla mancanza di un gabinetto privato, si contrapponeva il lusso delle latrine pubbliche: le foricae. Queste riunivano in un solo ambiente, in modo difficilmente immaginabile, il cesso e il salotto. Amabili conversazioni si svolgevano insieme alle funzioni corporee, magari appoggiandosi a comodi braccioli, sempre in marmo, che a volte accompagnavano i fori nei sedili. Le sale erano riccamente decorate di statue e splendidi mosaici che rappresentavano divinità legate ai piaceri della vita come Bacco o la dea Fortuna. Insomma, luoghi piacevoli e ameni dove ritrovarsi, ogni giorno, con amici e conoscenti per fare quattro chiacchiere, aggiornarsi sugli ultimi pettegolezzi e rispondere alle esigenze della natura. 30-31
Roma, pur disponendo di un primordiale «servizio di nettezza urbana», non riuscì mai a venire a capo dalla situazione igienica. Svetonio racconta nelle Vite dei dodici cesari, che il futuro imperatore Vespasiano stava mangiando in una trattoria, vicino ad un incrocio dove erano ammucchiati dei rifiuti, quando un cane randagio che rovistava nell’immondizia trovò qualcosa e lo portò sotto il suo tavolo: era una mano umana (l’orrendo omaggio venne interpretato come un presagio di futura grandezza). 36
4. LA NATURA AL LAVORO
UNA RISPOSTA «NATURALE»
Il mezzo preferito dello Yersinia Pestis per spostarsi era la nave. Innanzitutto per la numerosa popolazione di ratti e pulci che, arrampicandosi sulle cime degli ormeggi, poteva salire a bordo e poi scendere all’arrivo, portando con sé il contagio. E poi perché la durata dei viaggi via mare era relativamente breve se paragonata a quelli via terra. 42-43
TOILETTE MEDIEVALI E L’«ACQUSTRONE»
Quando erano presenti dei pozzi neri, questi venivano periodicamente svuotati e venduti come concime agricolo. Ma solo la cosiddetta «materia soda»; quella liquida, detta «acquastrone», era considerata un rifiuto irrecuperabile di cui disfarsi rapidamente. Nella toscana del ’600 gli addetti a questo traffico rovesciavano l’acquastrone nell’Arno, imbrattando, durante la manovra, sponde, rive, argini, parapetti, ponti, ecc. Tanto che i magistrati del Granduca dovettero occuparsi del problema, dando dettagliate istruzioni su dove gettare la micidiale miscela, da quale ponti e a quali ore della notte. 47-48
LA BATTAGLIA (PERSA) CONTRO I RIFIUTI
Nel XIII secolo vennero promulgate in Europa molte leggi nel tentativo di limitare l’accumularsi di rifiuti nelle vie urbane. Veniva persino regolato il lancio dalla finestra delle «puzure», che poteva avvenire solo nelle ore notturne e dopo aver gridato per tre volte «Guarda, guarda, guardate». Se pioveva, il lancio era libero e senza urlo di avviso. 48
Le concerie preoccupavano molto i legislatori per la durata delle lavorazioni e il potere «miasmatico» dei componenti chimici utilizzati (un misto di escrementi di gallina, piccione, cane, acido tannico, calce spenta e crusca fermentata). 49
IL MOLTIPLICATORE
«Il tifo e i suoi fratelli e sorelle, la peste, il colera, le febbri tifoidee, la dissenteria, hanno deciso più campagne di Cesare, Annibale e Napoleone» (Hans Zinsser, microbiologo americano). 52
L’annientamento dell’esercito napoleonico, in ritirata dalla Russia nel 1813, fu opera oltre che del freddo e del nemico, soprattutto del tifo e della dissenteria. 52
ECONOMIA DELLA MACRO E (MICRO)PREDAZIONE
Alcuni economisti, tra cui il premio Nobel Robert E. Lucas jr, si sono avventurati nel calcolo della ricchezza delle società antiche: il reddito pro capite annuale doveva aggirarsi intorno all’equivalente di 600 dollari attuali, cioè poco più di un dollaro e mezzo al giorno; di cui il 30-40% della ricchezza totale in mano ad una élite costituita dal 10% della popolazione, e il 60-70% al restante 90%. 58
SOCIETÀ POVERE
È stato calcolato che, da ogni ettaro coltivato, l’agricoltura dell’antica Roma estrasse alimenti per mantenere poco più di una persona ogni anno. Alla fine del XVIII secolo, in Gran Bretagna, un ettaro produceva cibo sufficiente per 10 persone. 59
Stando agli storici, la popolazione mondiale all’anno zero era di 250 milioni di abitanti, all’inizio del XVIII secolo era aumentata a oltre 700 milioni. Si era moltiplicata di quasi 3 volte. 60
La rivoluzione industriale è stata una rivoluzione culturale. Per rendersene conto basta ad uno dei pilastri su cui si sostiene la nostra società: il petrolio. Per millenni l’uomo aveva conosciuto questo liquido oleoso e maleodorante, grazie ad affioramenti naturali. Ma gli impieghi erano stati molto militati: come ingrediente nella «pece greca», forse come vernice per impermeabilizzare le imbarcazioni, e probabilmente come medicinale miracoloso per chissà quali malattie. Sono state necessarie conoscenza e l’inventiva umane per creare il congegno – il motore a scoppio – per trasformare il petrolio da liquido puzzolente in «oro nero». 63
6. COLPI DI CODA
LONDRA
Londra fu la prima città a godere dei benefici dell’industrializzazione; eppure analizzando i documenti anagrafici dell’epoca, è stato calcolato che ogni anno le morti superavano, in media, le nascite di 6000 unità (su una popolazione di 600.000). In teoria, con questo ritmo, la città sarebbe dovuta scomparire dopo 100 anni. Invece la popolazione aumentò grazie all’immigrazione. 68
Gli ultimi salmoni vennero pescati nel Tamigi nel 1816, il che fa pensare che, fino ad allora, il fiume non fosse in condizioni così disastrose. 69
Si calcola che Londra avesse, agli inizi dell’Ottocento, 200 mila pozzi neri (con tutti i problemi di infiltrazione del caso). Svuotare un pozzo nero costava poco meno della paga giornaliera di un operaio. 70
Il WC venne brevettato nel 1775 da Alexander Cummings e successivamente migliorato da diversi «inventori». nota 70
L’epidemia di colera del 1854 aveva falciato, nella sola Londra, 10.700 persone. Il medico inglese John Snow dimostrò che tra gli operai che bevevano birra, e non acqua, non si era registrato nemmeno un caso di colera. 77
7. GUERRA ALLA CITTÀ PESTILENZIALE
L’eccezionale ondata di caldo e la siccità che colpirono Londra nel 1858 resero la città una enorme fogna a cielo aperto. L’evento noto come «il grande puzzo» spinse alla costruzione della rete fognaria moderna: 130 chilometri di collettori principali lungo le rive del Tamigi e 2100 chilometri di fogne sotterranee. 79-80
Tra il 1853 e il 1862 a Parigi vennero demoliti molti quartieri medioevali, rei di essere bui, sporchi e fatiscenti. Furono abbattute quasi 20 mila case e ne vennero costruite 34 mila. Furono aperti 200 chilometri di nuove strade, larghe e arieggiate, intorno alle quali furono piantati 108 mila alberi. Molti spazi lasciati vuoti dalle demolizioni vennero destinati al verde: 24 piazze con giardini pubblici vennero costruite in diversi punti della città. 88-89
Parigi ha speso, tra il 1853 e il 1869, per il suo rimodernamento una cifra corrispondente a 23/25 miliardi di euro. Londra ne ha spesi, pochi anni prima, tra i 3,5 e gli 8 miliardi (4,6 milioni di sterline dell’epoca) per la costruzione di un imponente sistema fognario. Note 97
UN PROBLEMA A VALLE
In una grandiosa e improbabile interpretazione della storia umana, il chimico tedesco Justus von Liebig vedeva nell’incapacità di impiegare le deiezioni umane come fertilizzante la causa dell’impoverimento dei suoli coltivati (soprattutto per la perdita di fosforo) e del crollo di intere civiltà. La caduta dell’Impero Romano sarebbe stata provocata dalla Cloaca Massima e da ingegneri come Vitruvio o Frontino. 99
LIQUAMI E CONCIMI
Nel 1887 venne inventato il primo primitivo sistema di depurazione delle acque nere. Aggiungendo alcuni composti chimici ai liquami, la parte solida precipitava sul fondo delle vasche di raccolta, mentre i liquidi erano abbastanza puliti da poter essere scaricati a fiume. I fanghi risultanti, compressi per ridurne il volume, venivano portati a largo e gettati in mare. Questo fu il sistema utilizzato da Londra fino al 1998. 100-101
IL TRIONFO DEL WC
Il primo WC moderno venne realizzato in Inghilterra nel 1596 da Sir John Harington che ne costruì uno per sé e uno per la nonna, la regina Elisabetta I, la quale si rifiutò di utilizzarlo, perché lo scarico dell’acqua faceva troppo rumore. 109
All’Esposizione Universale di Londra del 1851 venne fatta una grande azione promozionale del Water Closet. Alcuni modelli vennero collaudati da 875 mila persone. 109-110
IL SILENZIO OLFATTIVO
Il primo deodorante commerciale venne lanciato nel 1888 a Filadelfia da un inventore il cui nome è andato perduto. Si chiamava Mum, una parola che in inglese suona come un invito a stare zitti. Un richiamo ad un «silenzio olfattivo». 110
L’INVENZIONE DEI RIFIUTI URBANI
LA FINE DEL «TOUT A LA RUE»
Il fango fu uno dei protagonisti urbani di maggior rilievo fino al XIX secolo. Nero, puzzolente, di una complessità chimica insondabile. Una materia la cui composizione variava di via in via, da città a città, da stagione a stagione. Era costituito dai pochi rifiuti domestici (rimasugli di cibo, pezzetti di legno, resti di vasellame rotto, stracci consunti) che si mescolavano con la terra delle vie non lastricate, il letame degli animali, gli scoli e i pantani di acque luride, i residui delle botteghe e delle attività artigianali, dei mercati. 111-112
L’EPOCA D’ORO DEGLI «CHIFFONNIERS»
Nel 1850 in Francia erano attivi circa 100 mila chiffonniers (gli italiani stracciaroli) su una popolazione di 36 milioni di abitanti. Il loro lavoro si svolgeva principalmente di notte, quando le immondizie venivano buttate per la strada ed è qui, spesso in mezzo al fango, che gli chiffonniers lavavano e pulivano, alla bene e meglio, gli oggetti raccolti. Una volta alla settimana questa «materia prima» veniva consegnata al grossista che la girava alle industrie. Era l’epoca d’oro degli chiffonniers, della raccolta differenziata ante litteram. 115-116
DALLA CITTÀ PESTILENZIALE ALLA CITTÀ PARASSITARIA?
Oggi un cittadino europeo getta, in media, più di 500 chili di immondizia l’anno. 119
L’ITALIA
Nel XIV secolo vennero costruite solo a Roma 54 chiese e una sessantina di palazzi nobiliari. 143
Fatto 100 il reddito pro capite del 1310, nel 1860 era sceso, fra varie oscillazioni, a 80. In 550 anni il reddito era perciò calato. Vale la pena ricordare che tra il 1860 e il 2001, grazie ai cambiamenti determinati dall’industrializzazione, il reddito pro capite è cresciuto di 13 volte. 143
Uno dei principali segreti della stupefacente ascesa di Venezia, una repubblica di mercanti e marinai, e del suo dominio secolare sui traffici commerciali del Mediterraneo fu un’imbarcazione, sia da guerra che commerciale, ispirata all’antica trireme greca e chiamata galea o galera. Una nave lunga circa 40-45 metri e larga 5 o 6, dove trovavano posto 150 rematori (i galeotti) che riuscivano a spingerla fino a una velocità di 7 nodi, con la possibilità di mantenere una media, per diverse ore, sui 4 nodi. Velocità uniche nel mondo della marineria medievale. I rematori potevano poi trasformarsi rapidamente in soldati (o pirati) e andare all’abbordaggio di altre navi o assalire porti e città sulla terraferma. 144
A partire dal XIII secolo l’Arsenale veneziano divenne il più grande complesso «industriale» dell’epoca, con i suoi 3000 artigiani e capimastri, in grado di sfornare centinaia di galee ogni anno. 145
La sporcizia delle città «è una delle cose d’Italia che più disturba lo straniero» (Johann Wolfgang Goethe) 147
Appena entrati in Italia dalle Alpi «la puzza di escrementi diventava sempre più opprimente e le donne erano intente a spidocchiarsi a vicenda le lunghe capigliature» (Charles Waterton, 1844) 147
Mark Twain, il noto scrittore umorista americano, visitò Napoli nel 1867 e si preoccupò dei possibili significati di un famoso detto «vedi Napoli e poi muori». Forse a vederla solo per poche ore non succede niente, pensò Twain, ma viverci per qualche tempo potrebbe avere un esito diverso. Infatti come molti altri illustri visitatori ci restò poco, ma non così poco da non essere colpito da due caratteristiche: l’altezza degli edifici che superavano i 30 metri, cosa che per un americano dell’epoca era assolutamente straordinaria; e l’incredibile folla che ad ogni svolta ci si ritrovava davanti e che secondo Twain era paragonabile solo a Broadway.149
Nell’ottocento a Napoli, in una stanza di pochi metri quadrati, poteva accalcarsi una famiglia di sette o dieci persone. E quelle stanze non solo dovevano ricoprire tutte le funzioni di un’abitazione (cucina, bagno, stanza da letto, stanza da pranzo,…) ma spesso erano anche botteghe, magazzini o stalle.
L’abisso del degrado erano i cosiddetti «fondaci», specie di «grotte urbane» dove vivevano dai 30mila ai 90mila uomini, donne e bambini in uno stato di miseria e di abiezione al di là dell’immaginabile. 150
La città bassa, quella in cui si accalcava la parte più povera della popolazione di Napoli (circa 300mila persone), era in condizioni disastrose. In certi vicoli lo spazio disponibile per persona era di mezzo metro quadrato. Per farsi un’idea di cosa significhi basta pensare che i galeotti, sulle galere medievali veneziane, potevano contare su un metro quadrato a testa. E ogni tanto i galeotti scendevano a terra… 150
«A Napoli non esiste la categoria degli idraulici, perché non esistono tubature o reti idriche come negli Stati Uniti» (dispaccio del console americano Frank Goddard Haughwout al Dipartimento di Stato) 152
La sparuta schiera di spazzini comunali, più che pulire le immondizie, apriva un “varco” nelle immondizie, in modo da permettere la circolazione. Le uniche vie che venivano pulite erano le più importanti, come via Toledo o piazza del Duomo. 153
Gli indici di mortalità della città bassa nella Napoli di fine ottocento erano molto vicini al limite dell’insostenibilità demografica (40 decessi ogni mille abitanti). 154
Il gioco del lotto portava ogni anno nelle casse dello Stato italiano 80 milioni di lire di cui ben 21 milioni provenivano da Napoli. Era chiamata la tassa sulla stupidità. 156
Tra i poveri di Napoli, quelli che occupavano uno dei gradini più bassi erano i venditori ambulanti la cui fantasia nell’offrire merci e servizi era straordinaria. Tra le merci più vendute si trovano: castagne, lacci per scarpe, ortaggi, caramelle, acqua «pulita», frutti di mare, pizza, fiammiferi, pannocchie arrostite, vestiti usati. Fra i servizi offerti: recapitare pacchi (una sorta di pony express ante litteram), piangere durante i funerali, lavare i panni, svuotare i pozzi neri, riparare piccoli oggetti. 157
I disoccupati nella Napoli del 1880 erano circa 200 mila su una popolazione di poco superiore al mezzo milione. Il 40% viveva di elemosine e carità pubbliche. 157
Il mercato del crimine nella Napoli dell’ottocento era evidentemente dominato da un’offerta di delinquenti gigantesca. Il problema che la camorra dovette affrontare fu quindi di razionalizzare un mercato del crimine completamente squilibrato e caotico, dove l’afflusso non controllato dei freelance rischiava di far precipitare il settore nell’anarchia, riducendo drasticamente i profitti. 158
La camorra, grazie sua capacità «regolativa», venne arruolata nei primi anni dopo l’unificazione dallo stato italiano, per mantenere l’ordine a Napoli come polizia ausiliaria. 158
Durante l’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884, furono rilevati i seguenti dati: il colera uccideva il 50% dei contagiati lasciati al naturale decorso della malattia, tra quelli sottoposti alle «cure» si raggiungeva ad una mortalità dell’80-90%. 165
Il 15 gennaio 1885 il parlamento italiano stanziò 100 milioni di lire per il risanamento della città di Napoli e la realizzazione delle grandi opere necessarie. 169
Secondo le statistiche ufficiali, le vittime del colera del 1884 furono 7200 a Napoli, su un totale nazionale di 14000 decessi. 169
DUE STILI A CONFRONTO
La Relazione della Commissione Saredo cita il caso del cavalier Domenico Gizzio, capo del servizio giardini del comune di Napoli alla fine dell’Ottocento, che usava personale e materiali (semi, concimi, attrezzi ecc.) della sua struttura per una fiorente attività privata, lasciando seccare le piante dei giardini pubblici. Non solo, il Gizzio aveva venduto i lumi del cimitero come rottami metallici, aveva fabbricato ricevute false per gonfiare i conti, si era fatto pagare due o tre volte le stesse ricevute, aveva continuato a pagare lo stipendio a un giardiniere arrestato e detenuto. Con tutte queste «referenze» non solo non era stato licenziato, ma aveva fatto un’ottima carriera. 183
UNA EPIDEMIA TROPPO IMBARAZZANTE
Nel 1910 il colera sbarcò, ancora una volta, in Italia. In questa occasione furono i pescatori pugliesi, di ritorno dalle lunghe campagne di pesca nel mediterraneo orientale, a riportare il micidiale vibrione in Itala. Il governo, che riteneva troppo vergognoso ammettere che in uno stato moderno potessero svilupparsi focolai di una malattia per lo più scomparsa nel resto d’Europa, dichiarò sì l’emergenza sanitaria, ma di meningite. 185
IL BUSINESS DEGLI EMIGRANTI
Ogni anno partivano da Napoli, nella stagione «alta» (da febbraio a ottobre), 45 piroscafi diretti in nord America, ognuno carico dai 1500 ai 2500 emigranti. 190
Erano stati creati i più disparati servizi intorno all’emigrazione da Napoli. Dall’assicurazione contro il respingimento a Ellis Island, che copriva il costo dell’eventuale biglietto di ritorno, alla realizzazione di documenti falsi (nonché certificati medici). Nacquero anche una serie di botteghe che vendevano generi di prima necessità per affrontare il viaggio, souvenir e immagini sacre per la protezione contro il mal di mare. 191
ACCORDI SEGRETI
Nel 1911 il governo italiano e quello americano trovarono un accordo per salvare la faccia dell’Italia durante i festeggiamenti dei 50 anni dall’Unità. L’Italia mantenne il silenzio sulla nuova epidemia di colera a Napoli, ma confidenzialmente fornì alle autorità americane tutti i dati sulla diffusione del vibrione e sulle misure adottate per contenerlo. Tra il giugno e l’agosto di quell’anno sbarcarono a New York 35 casi di colera proveniente dall’Italia. 195
Le autorità sanitarie italiane trovarono il modo di barare, trasmettendo statistiche ritoccate con uno stratagemma del ministro dell’Agricoltura. Industria e Commercio, Giovanni Raineri: venivano contati solo i casi «batteriologicamente confermati», cioè quelli comprovati da analisi cliniche: da un terzo alla metà dei casi reali. 196-197
Con la legge sulla Sanità del 1888 in Italia venivano affermati i fondamenti dell’igiene urbana: ogni casa doveva disporre di acqua corrente e di gabinetti collegati alle fogne, gli edifici andavano costruiti secondo precisi criteri per renderli sani e confortevoli, le strade allargate e ampliate per far penetrare aria e luce, ogni fonte di insalubrità, cioè i rifiuti, ma anche le industrie nocive dovevano essere allontanati dai centri cittadini.
Venne creata la Direzione della Sanità. A capo Luigi Pagliani, che tentò una prima ricognizione dello stato dell’acqua che bevevano gli italiani. Nel 1889 invitò tutti i sindaci a spedire un campione d’acqua ai laboratori della Direzione sanità a Roma. I campioni di 20-25 litri distribuiti in 4-5 recipienti, imballati in scatole di legno e sigillati con la ceralacca, travolsero con la loro massa il laboratorio di analisi. Molti campioni nell’attesa si alterarono, parecchi recipienti giunsero rotti e a volte la quantità inviata era insufficiente. 205-206
Fino al 1945 la gestione dei rifiuti urbani solidi e liquidi fu fatta secondo il principio «allontana e dimentica». 208
Nel 1975 su 8000 comuni italiani, 6000 erano dotati di fognature, ma nessuno aveva i depuratori (tranne isolati pionieri come Roma e qualche comune emiliano). Il 55% della popolazione era raggiunto da acqua corrente potabile (oggi il 96%). Gli italiani producevano circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti solidi ogni anno (oggi ne produciamo 32). 214
Legambiente, a tutt’oggi la più diffusa associazione ambientalista italiana, nacque nel 1980. Il ministero dell’Ambiente fu istituito nel 1986. 215
La legge n. 319 del 10 maggio 1976, nota come legge Merli, pose fine allo scarico indiscriminato e non controllato dei reflui industriali, e successivamente, dei liquami fognari urbani. 215
«La monnezza è oro» (Nunzio Perrella, camorrista pentito, durante una telefonata intercettata). 234
Il quadro che emerge da una delle prime inchieste di Legambiente, Rifiuti Spa, del 1994, è a dir poco terrificante. Da almeno metà degli anni ’80 una trama di pseudo-imprese e di pseudo-imprenditori aveva rovesciato migliaia di tonnellate di sostanze pericolose e altamente cancerogene provenienti dalle industrie del nord, nelle discariche per i rifiuti urbani o più semplicemente nelle centinaia di cave in mano alla camorra e aperte per estrarre materiali usati nella ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980. O addirittura queste scorie tossiche erano state sparse sui territori agricoli come «concime». 236
Il pomeriggio del 4 febbraio 1991, Mario Tamburrini, autotrasportatore, si presentò alla clinica Pineta Grande di Castel Volturno, dopo aver perso improvvisamente la vista. L’incidente era avvenuto mentre scaricava dal suo automezzo 571 fusti provenienti da un’azienda di Cuneo, in una discarica abusiva in piena Campania Felix. Facile intuire che nei fusti ci fossero rifiuti molto pericolosi. 239
Il 12 dicembre 2008 il Consiglio europeo ha stretto un accordo con i paesi membri denominato 20-20-20 che prevede, entro il 2020, una riduzione del 20% delle emissioni di anidride carbonica rispetto ai livelli del 1990, un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica e il raggiungimento del 20% di produzione da rinnovabili sul totale di energia consumata. 259