Francesco Daveri, CorrierEconomia 16/01/2012, 16 gennaio 2012
RATING. IN CERCA DI «GOOD NEWS» SOTTO LE NUBI
Gli europei hanno cominciato il 2012 con la paura di Asterix e Obelix: come i Galli che nel fumetto di Goscinny e Uderzo combattevano contro i Romani, gli europei di oggi hanno paura che il cielo dell’economia globale cada sulla loro testa.
Incerte prospettive dell’euro, Ungheria sull’orlo del default, ulteriori abbassamenti del rating come quelli decisi venerdì per Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Le brutte notizie sui media sono poi accoppiate con fosche previsioni ufficiali. Nel suo recente Economic Outlook l’Ocse da Parigi ha snocciolato un orizzonte di crescita rallentata per tutti per il 2012, con stagnazione o recessione in Europa, e di ritorno alla crescita solo per il 2013.
Con brutte notizie dai media e dagli istituti che fanno le previsioni, ce n’è abbastanza per deprimere la fiducia anche delle famiglie e delle imprese più ottimiste.
Ma, se si cerca con attenzione, il mondo vicino e lontano è pieno di tante buone notizie, nascoste qui e là. E che possono aiutare le aziende europee ed italiane pronte a cogliere le occasioni.
Ripartenza americana
Il primo blocco di buone notizie viene dagli Stati Uniti. Data per morta e sepolta dall’annuncio di una terribile recessione stile 2008-09 solo pochi mesi fa, l’economia americana ha sorpreso tutti i suoi detrattori continuando a crescere nel corso del 2011.
A crescere è stata soprattutto l’occupazione, dopo che nel 2010 la ripresa era stata trainata dalla produttività. Solo in dicembre l’economia americana ha creato 200 mila nuovi posti di lavoro, un quarto più delle attese. Un terzo circa sono posti temporanei, legati al periodo pre-natalizio e che quindi non sono già più lì in questo gennaio. Ma gli altri 120 mila si aggiungono ai tanti (un altro milione e mezzo) creati nel resto del 2011. La strada per ritornare al numero record di occupati del 2007 è ancora molto lunga: negli Stati Uniti oggi si contano quasi 132 milioni di occupati il che vuol dire che ne mancano ancora 6 rispetto al dicembre 2007. Forse, anche a causa dell’offshoring che migliora i conti delle aziende, ma non garantisce di riprodurre i posti di lavoro distrutti, l’occupazione americana non ritornerà mai ai livelli pre-crisi. Ma il fatto di oggi è che finalmente la job creation machine americana ha ripreso a funzionare e questa è una buona notizia che non si può dimenticare. Con l’occupazione, si ripagano i mutui, ripartono i consumi e si ricomincia a importare beni e servizi, anche dall’Europa.
Un’altra buona notizia dall’America riguarda la politica a stelle e strisce. A novembre ci saranno le elezioni presidenziali. Anche se il deficit di bilancio Usa si aggira su livelli insostenibili già dal 2008 (il 10 per cento del Pil), il presidente in carica, Barack Obama, certamente rinvierà l’adozione dei necessari tagli di bilancio a dopo le elezioni.
Il dibattito che ha tenuto banco in America nel 2011 è stato incentrato su un solo tema vero: a chi indirizzare i tagli alle tasse, ai ricchi, rinnovando i (costosi) sgravi di Bush o alla classe media con gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni proposti dal presidente in carica?
Per un altro anno in America non ci sarà nessuna stretta fiscale a deprimere la domanda e i consumi. Anzi. E anche il governatore della Fed, Ben Bernanke, se non parla più di lanciare l’ennesimo piano di Quantitative Easing (sarebbe il terzo), non si metterà certo a complicare la vita al presidente in carica aumentando i tassi proprio nell’anno prima delle elezioni. Dunque, dalla politica americana, niente nubi sulla crescita 2012.
Lo sguardo ad Oriente
Ad alimentare le paure di recessione per il 2012 c’è anche la Cina. Gli osservatori hanno una fiducia limitata nelle statistiche ufficiali sul Pil cinese e quindi, per conoscere lo stato di salute dell’economia dell’ex Celeste impero, preferiscono guardare a indicatori meno manipolabili dal potere politico come l’interscambio commerciale. La bassa crescita delle importazioni del dicembre 2011 (solo +12 per cento rispetto allo stesso mese del 2010, la crescita minima da due anni), ha fatto venire i brividi nella schiena a tutti. Ma, si sa, i dati mensili sono soggetti a oscillazioni e, dopo tutto, fino a novembre, le importazioni di prodotti ordinari — quelli che servono per il consumo dei cinesi, non per l’export dopo essere stati processati — hanno fatto segnare sempre nuovi record. Un segno che il paese ormai identificato come «il consumatore di ultima istanza» non è ancora in ritirata, come conferma anche la prosecuzione dell’import di materie prime come rame, ferro e petrolio. Sono gli investimenti in infrastrutture e nelle costruzioni a trainare la domanda di materie prime: e l’investimento in questi settori prosegue ai ritmi spediti di sempre.
In ogni caso — altra buona notizia — i segni che lo sviluppo cinese si sta normalizzando si moltiplicano. Negli ultimi quattro anni la crescita dell’import è sempre stata superiore a quella dell’export: vuol dire che anche i consumi delle famiglie stanno facendo la loro parte. E non sono solo frigoriferi e automobili di piccola cilindrata.
È nel campo delle auto di lusso che nessun paese può tenere il passo della Cina. A metà 2011 per la prima volta la Cina ha superato gli Stati Uniti come mercato di sbocco per la Rolls Royce, la leggendaria casa automobilistica inglese ora posseduta dalla Bmw: delle circa 3.500 Rolls vendute nel mondo (+31 per cento rispetto al 2010), 1.100 sono state vendute in Cina e solo 1.000 negli Usa.
L’avanzata dei panzer
I primi beneficiari europei delle buone notizie cinesi e dal boom asiatico in generale sono stati i tedeschi. All’Autoshow di Detroit, la Volkswagen ha annunciato di aver venduto 8 milioni di autovetture nel 2011, superando la Toyota. Meno noto è il fatto che il 28 per cento di queste vetture (2,25 milioni) è stato venduto in Cina. E che sempre nel 2011 anche le vendite Volkswagen in India — tradizionalmente inchiodate a numeri marginali — sono comunque raddoppiate a più di 100 mila unità, a spese dei concorrenti-alleati giapponesi della Suzuki. I tedeschi vincono sui mercati lontani scalzando concorrenti consolidati.
Come fanno? Qualcosa ci dice un’altra notiziola sfuggita alla maggior parte dei media non tedeschi, concentrati nel descrivere la Germania come un severo vincolo di bilancio sul resto del mondo. Capita che, dall’aeroporto berlinese di Tegel, non decollino solo voli pieni di arcigni ispettori del fisco per Atene o Roma. Un volo decollato discretamente a metà ottobre con destinazione esotica è stato quello della signora Merkel verso la Mongolia. Per cogliere un’opportunità: la Mongolia è, infatti, ricca di materie prime. E così gli imprenditori tedeschi hanno messo gli occhi sui 100 milioni di tonnellate di carbon coke estraibili a 500 chilometri a sud della capitale Ulan Bator nei prossimi 10 anni. Un affare da 2 miliardi di dollari.
«Noi abbiamo le risorse, la Germania ha il know-how; se lavoriamo assieme possiamo guadagnarci entrambi», aveva detto il primo ministro mongolo Sukhbaatar Batbold. E allora la signora Merkel ha preso l’aereo. A conferma del fatto che il successo economico tedesco è un misto di leadership tecnologica e sociale e di una sofisticata strategia diplomatica che guida la scoperta e la conquista dei nuovi mercati mondiali senza lasciare nulla al caso.
Il lato italiano
L’economia italiana è in sostanziale stagnazione dal secondo semestre 2010. C’è chi si aspetta un calo del Pil di 2 o 3 punti percentuali per il 2012.
Ma anche in Italia c’è una parte significativa dell’economia che beneficia dalle buone notizie che arrivano dall’America e dalla Cina quanto lo fanno i tedeschi. È la parte del Made in Italy che esporta. Non è un’isola di privilegiati: l’export italiano è circa un quinto del Pil, 337 miliardi di euro nel 2010, ed è cresciuto del 9 per cento nel 2010 e del 7 per cento nei primi nove mesi del 2011.
Il 15 per cento dei prodotti esportati va nell’Asia che cresce a tassi stellari e più di metà del totale (il 56 per cento) va fuori dall’area euro. L’export che non va troppo lontano rimane nell’Europa non appartenente all’area euro — nel Regno Unito, in Svizzera, in Russia e in Polonia —: è un quarto dei beni e servizi esportati dall’Italia nel 2010.
Chi vende nell’Europa non euro, in America e nei mercati emergenti è tra i beneficiari del deprezzamento della valuta unica (-12 per cento da giugno 2011) e che probabilmente continuerà nei prossimi mesi. E lo sono anche le piccole e grandi aziende di servizi che aiutano gli esportatori italiani (e — perché no? — tedeschi) a competere, creando occupazione in Italia.
In conclusione, la recessione 2012, se ci sarà, non sarà la fine del mondo e nemmeno la fine dell’Europa. In molti paesi le aziende guardano avanti: stanno provando a mettere da parte la paura, guardando oltre ai vincoli di bilancio e alle lentezze della politica.
Dopo tutto, Asterix e Obelix avevano sì paura che il cielo cadesse sulla loro testa, ma in battaglia avevano sempre battuto i romani.
Francesco Daveri