Stefano Righi, CorrierEconomia 16/01/2012, 16 gennaio 2012
CREDITO. CORSA DISPERATA AL CAPITALE
Venerdì quattro delle prime cinque banche italiane spiegheranno a Bankitalia come intendono rispondere ai rilievi dell’Eba, l’Authority che a loro chiede aumenti per 15,365 miliardi di euro entro giugno. Chiara la strategia Unicredit, c’è attesa per Mps, Banco Popolare e Ubi.
Venerdì 20 cambierà l’Italia (o almeno una parte di essa). I latini avrebbero detto dies signanda albo lapillo, un giorno da segnare sul calendario. Per almeno tre motivi: il governo Monti renderà effettivi i provvedimenti sulle liberalizzazioni; quattro tra i cinque principali istituti di credito renderanno noto alla Banca d’Italia di come intendono aumentare la stabilità del loro patrimonio; Unicredit, la prima banca italiana, concluderà un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, la più importante operazione di raccolta di capitale mai realizzata in Italia e una delle maggiori in Europa. Focalizziamoci sugli ultimi due aspetti, strettamente correlati tra loro.
Cambio di paradigma
L’otto dicembre scorso l’Eba, Autorità bancaria europea, ha prescritto la ricetta della futura felicità per le banche. Una cura da cavallo che si basa su un principio discutibile: il credito concesso dalle banche alle imprese e gli investimenti delle banche in titoli di stato da portare a scadenza, sono da considerarsi più rischiosi di investimenti finanziari anche su prodotti derivati. Per alcuni, si tratta di una bestialità, ma stabilito il nuovo paradigma, tra l’inedia della politica e le armi spuntate dall’«ormai è troppo tardi», non resta che adeguarsi. Per le banche italiane, imbottite di titoli di stato ed erogatrici di credito alle Pmi che costituiscono la struttura industriale e manifatturiera del Paese, è un colpo basso senza precedenti. A denti stretti sorride solo IntesaSanpaolo: al gruppo è riuscito un ambo vincente, ha realizzato un aumento di capitale da 5 miliardi nel maggio scorso e successivamente l’Eba non lo ha inserito nella lista delle Sifi, le banche sistemiche. Come dire che la modesta presenza al di fuori dei confini nazionali, per una volta — e sotto la prospettiva della solidità patrimoniale — non è stata penalizzante. Tutte le altre big del credito nazionale sono invece in evidente difficoltà.
Strade alternative
In un momento di grave contrazione dell’economia reale, sulla quale si sono abbattuti negli ultimi cinque anni gli effetti della crisi dei subprime, del fallimento di Lehman e infine le difficoltà del debito sovrano, richiedere ulteriori capitali (o l’equiparabile rispetto di particolari ratios patrimoniali) è manovra che incide profondamente sulla operatività degli istituti di credito. Chi ha potuto ha già snellito la propria struttura, chi come Unicredit non poteva farne a meno ha chiesto denaro ai soci mettendo nel conto una modifica dei pesi nel proprio consiglio di amministrazione, gli altri stanno cercando ogni strada per evitare di far aprire portafogli già alleggeriti dagli effetti della crisi. Nessuno vuole lanciare nuovi aumenti di capitale. Ma l’Eba, lo ha detto il presidente Andrea Enria la scorsa settimana in Commissione finanze della Camera, non fa sconti e non accorda neppure dilazioni: il termine del 30 giugno non si tocca. E pazienza se l’Abi valuta il ricorso alla Corte di giustizia europea. Intanto, l’attività di lobby del sistema bancario ha portato la settimana scorsa anche a un’inedita alleanza: banche popolari e di credito cooperativo hanno fatto fronte comune, schierando i due presidenti, Alessandro Azzi e Carlo Fratta Pasini, a difesa di una categoria che vale oltre il 41 per cento del totale degli sportelli italiani. Popolari e Bcc saranno sentite separatamente in audizione parlamentare rispettivamente mercoledì e giovedì. Perché se l’Eba ha focalizzato la propria analisi sui primi cinque gruppi a livello nazionale, non si possono dimenticare che — prima della inaspettata apparizione, per forma e contenuto, della neonata autorità europea — al centro delle preoccupazioni dei banchieri vi erano le norme legate a Basilea 3. Secondo le quali le sole banche di natura mutualistica (Bcc e Popolari), dovrebbero elevare il loro capitale di oltre il 30 per cento rispetto ai livelli attuali, con evidenti difficoltà per chi, come i più piccoli, ha difficoltà nell’accesso ai mercati internazionali dei capitali.
Stefano Righi