Cristina Taglietti, Corriere della Sera 16/01/2012; Paolo Di Stefano, ib; Aldo Cazzullo, ib; Aldo Grasso, ib; M. Ga., ib., 16 gennaio 2012
5 articoli – ADDIO A CARLO FRUTTERO, L’ALTRA META’ DI LUCENTINI - Da tempo diceva di essere stanco, sfinito, ma sembrava più il vezzo di un vecchio Gianburrasca che a 85 anni (era nato il 19 settembre 1926) riusciva ancora a stupire con il suo spirito e il suo acume
5 articoli – ADDIO A CARLO FRUTTERO, L’ALTRA META’ DI LUCENTINI - Da tempo diceva di essere stanco, sfinito, ma sembrava più il vezzo di un vecchio Gianburrasca che a 85 anni (era nato il 19 settembre 1926) riusciva ancora a stupire con il suo spirito e il suo acume. Certo, i problemi cardiaci di cui soffriva, la morte della moglie nel 2007, cinque anni dopo il suicidio del compagno di scrittura e amico di una vita, Franco Lucentini, volato dal quarto piano del suo appartamento torinese, troppo stanco di una malattia che lo costringeva all’immobilità, lo avevano provato molto. Carlo Fruttero se n’è andato ieri nella sua casa di Roccamare, a Castiglione della Pescaia, dove da qualche anno si era ritirato accudito dalla figlia Carlotta e dalla sua famiglia (l’altra figlia, Federica, vive a Parigi). Con loro aveva anche giocato a scrivere il suo necrologio («meglio tenersi sullo stringato, costa meno»), come aveva raccontato nella lista compilata per Vieni via con me, il programma di Fazio e Saviano: «Passati gli ottant’anni nessuno osa più scrivere di te "il vecchio Fruttero", ancora meno "l’anziano Fruttero". Così si passa a un sinonimo lusinghiero "il grandissimo Fruttero", che qui saluta e lascia la scena col suo più bel sorriso». Dalla pineta di Roccamare osservava il mondo che lo circondava con lucidità e lo reinterpretava con la sua ironia, sfogliava i quotidiani locali alla ricerca di notizie curiose che lo deliziavano più dei dibattiti e delle polemiche culturali, rileggeva i classici (la grande letteratura francese, rigorosamente in lingua, ma anche Manzoni, Leopardi), guardava in tv qualche poliziesco (i Ris e Il commissario Florent, un telefilm «un pelo sopra la decenza» che aveva il merito di rammentargli la «douce France» che tanto amava, come ricorda nelle «memorie retribuite» uscite lo scorso anno da Mondadori e maliziosamente intitolate Mutandine di chiffon). Qui riceveva la visita quotidiana dell’amico Pietro Citati, sempre con l’immancabile Gauloise tra le dita. «Se smetto di fumare smetto di scrivere e quindi smetto di vivere» diceva. E infatti fino all’anno scorso aveva continuato a scrivere, o meglio a dettare a Carlotta i suoi lampi creativi, come una filastrocca per bambini ispirata alla Genesi (edita da Gallucci) e composta «sotto l’Alto patronato dell’Onnipotente» dove immagina un Dio che dopo essersi dedicato all’essenziale scopre che al mondo mancano ancora «parecchie cosette», tra cui giungle, liquirizia, marijuana e quindi provvede a crearle. O un almanacco essenziale dell’Italia unita a quattro mani con Massimo Gramellini per ripercorrere le tappe cruciali del nostro Paese (La patria bene o male, Mondadori). Ma del romanzo ispirato agli arazzi di Cluny che da qualche tempo gli solleticava la mente, era riuscito ad abbozzare soltanto qualche decina di pagine. Nel 2007, con Donne informate sui fatti, il secondo libro senza Lucentini (il primo era stato Visibilità zero, sulle tragicomiche disavventure di un onorevole), dove un delitto è raccontato da otto voci femminili, era entrato nella cinquina del Campiello. Alla serata di gala della Fenice (dove le sue espadrilles gialle, tra smoking e abiti lunghi, non erano passate inosservate), il pubblico lo aveva omaggiato con una standing ovation, ma la giuria popolare lo aveva relegato all’ultimo posto della cinquina guidata da Mariolina Venezia, decisione che aveva suscitato qualche polemica che lo stesso Fruttero aveva alimentato con un certo divertimento. Un torto, a detta di molti (anche se lui aveva chiosato «meglio ultimo che secondo o terzo»), riparato nel 2010 con il riconoscimento alla carriera. Lettore colto e raffinato fin dalla giovinezza, aveva conosciuto Lucentini nel ’52 in un bistrot di Parigi, dove viveva da qualche anno facendo i lavori piu disparati. Divennero subito amicissimi, uniti, come amavano dire, dai «comuni disinteressi» e quando tornarono in Italia si trovarono entrambi all’Einaudi. Per la casa editrice di via Biancamano Fruttero corresse, tra le altre cose, la prima edizione del Diario di Anna Frank, oltre a traduzioni di autori come Beckett e Salinger. Con Lucentini selezionò un’antologia di racconti di fantascienza, Le meraviglie del possibile che ebbe un grandissimo successo. Così quando nel ’62 Mondadori gli offrì la direzione della collana Urania Fruttero accettò, suscitando lo sdegno di Giulio Einaudi e di Italo Calvino che di Fruttero era compagno di scrivania allo Struzzo e che a lungo aveva tentato senza successo di attrarlo nella «chiesa comunista». Due anni dopo fu affiancato da Lucentini e insieme guidarono la collana di fantascienza per oltre un ventennio. Nel frattempo la premiata ditta F&L sforna articoli (tra cui quello sulla Stampa di Arrigo Levi che provocò un incidente diplomatico con Gheddafi nel ’76, ai tempi dell’accordo tra la Fiat e la Banca di Libia), traduzioni, scritti d’occasione oltre a una ventina di titoli, da L’idraulico non verrà, dove sono insieme ma distinti, a La donna della Domenica, giallo del 1972 con una Torino austera e inquieta che diventerà un vero e proprio bestseller anche grazie al film di Luigi Comencini con Marcello Mastroianni nei panni del commissario Santamaria. Poi Il palio delle contrade morte, A che punto è la notte, L’amante senza fissa dimora, La prevalenza del cretino. Un’azienda ben rodata, la loro, due «dottor Watson senza Sherlock Holmes», dove ognuno aveva le sue competenze e le sue caratteristiche, la cui opera non poteva aspirare al rango di Letteratura come lo stesso Fruttero spiegava: «Eravamo in due e per la critica è impossibile scrivere a quattro mani. In due al massimo si può essere degli astuti mestieranti che lavorano a scopo di lucro, l’ispirazione dev’essere unica». Ma lo diceva senza risentimento perché come scrittore amava praticare l’umiltà: «D’altronde — ci aveva detto in una delle ultime interviste — dopo I promessi sposi che cos’altro si può scrivere sull’animo umano?». Cristina Taglietti QUEL PROFILO BASSO DEI SENTIMENTI (E DELLA SCRITTURA) - Non è facile definire lo scrittore Carlo Fruttero al netto di Franco Lucentini, che per decenni è stato la sua metà. Non si tratta certo di operare una sottrazione matematica. Tipo: prendete un libro di Fruttero & Lucentini, togliete Lucentini e rimarrà Fruttero. Perché c’era visibilmente, tra i due, una intesa insolita verso l’apparente azzeramento dello stile, verso una tesissima e diffusa vena di ironia, ma soprattutto verso la costruzione molto raffinata di personaggi e intrecci. F&L hanno sempre viaggiato in direzione opposta rispetto alla letteratura italiana coeva, prevalentemente portata a puntare sulla preziosità dello stile, magari ignorando la fluidità del narrare e il disegno complessivo. Si sbaglierebbe, per esempio, se si pensasse che tutto il versante filosofico o «teologico» dei romanzi gialli scritti in coppia fosse da addebitare soltanto a Lucentini (bellissimo, al riguardo, il saggio di Domenico Scarpa dedicato a Lucentini e intitolato Uno). È anche vero che se Lucentini si rivelò prestissimo scrittore autonomo (con I compagni sconosciuti del ’51 e con Notizie dagli scavi del ’64), Fruttero fu soprattutto scrittore in coppia, finché fu in vita la sua metà. Solo dopo, essenzialmente con Donne informate sui fatti (2006), l’autore emerge nella sua unicità: ed è un fior di scrittore, a cui non mancano certo gli ingredienti migliori della produzione a quattro mani. Raffinatezza di stile ma non leziosità, umorismo anglosassone e abilità architettonica: quel romanzo corale esalta la struttura, oltre che la trama, costruita attraverso otto voci che via via prendono la parola su uno stesso fatto di cronaca nera, mettendolo a fuoco con svolte impreviste. E c’è anche lo sguardo sulla società (cittadina e di provincia) apprezzata nei capolavori polizieschi (La donna della domenica e A che punto è la notte su tutti), uno sguardo che diventa vivissima materia linguistica. Ma mentre la letteratura italiana che ha lavorato sulle mescolanze linguistiche si è orientata spesso sull’alta tensione di una forte espressività, il naturale schermo ironico e si direbbe snobistico di Fruttero mette in sordina ogni coloritura troppo accesa, lavorando sui mezzi toni. Non è escluso che lo stile apparentemente neutro di Fruttero — come (e anche più di) quello di Lucentini — venga dalla lunga pratica di traduzione (soprattutto dall’inglese) e dalla lunga e pionieristica attività editoriale in collane di genere, tra il giallo, il fantasy, l’horror e la fantascienza: fu Fruttero, nei primi anni 60, a coinvolgere Lucentini nella direzione di Urania; fu Fruttero, nel ’59, ad allestire per Einaudi, con Sergio Solmi, l’antologia Le meraviglie del possibile. Ma non va dimenticato che queste passioni «basse» si sono sempre sposate con una finissima cultura letteraria, che rigorosamente doveva rimanere tra le righe, mai esibita. E in definitiva, specie leggendo i racconti autobiografici de Le mutandine di chiffon, si può forse affermare che il tratto principale (e per nulla italiano) della scrittura di Fruttero è l’understatement dei sentimenti e dunque dello stile. O meglio: dello stile e dunque dei sentimenti. Paolo Di Stefano L’ANTITORINESE CHE ALL’EINAUDI E AL PCI PREFERI’ LA FANTASCIENZA E MONDADORI - Carlo Fruttero era un antitorinese. «Avreste dovuto vedere — raccontò una volta — la faccia di Giulio Einaudi, di Natalia Ginzburg, di Italo Calvino, quando annunciai che lasciavo la loro casa editrice, il tempio della cultura italiana, per andare a fare Urania, un giornaletto di fantascienza con omiciattoli verdi in copertina». Fruttero non credeva alle grandi costruzioni ideologiche o ideali del comunismo ordinovista di Gramsci e Togliatti e dell’azionismo di Gobetti. Guardava con rispetto ma anche con garbato scetticismo al lavoro di ricapitolazione politica e filosofica di Bobbio, di cui peraltro era amico. Diffidava del ruolo pedagogico della cultura. E di tutto questo sorrideva, con l’intelligente malizia con cui mise in scena ne La donna della domenica l’americanista Bonetto — «non si dice Boston ma Baaastn» —, ispirato a uno studioso peraltro importante come Claudio Gorlier ma in generale simbolo dell’intellettuale piemontese engagé, strutturato, un po’ pedante. Il contrario di lui. Carlo Fruttero era però anche molto torinese. La sua casa, accanto alla stazione di Porta Susa, era rimasta agli anni Cinquanta: stanze in penombra, abat-jours su centrini di pizzo, una moglie quasi invisibile destinata con grande dolore del marito a non sopravvivergli, una finestra aperta sui portici del centro, una poltrona di cuoio screziato su cui Fruttero amava mimetizzare le sue rughe, aspirando una Gauloise tratta dal pacchetto con la scritta «il fumo fa male alla pelle». La sua città amava abbandonarla. Negli ultimi anni ormai si allontanava di rado dalla casa nella pineta di Castiglione della Pescaia. Ma già nel ’47 se n’era andato, a Parigi. Fu lavapiatti, cameriere, idraulico. Poi operaio in Belgio, giostraio nelle Fiandre, imbianchino a Londra. A Parigi c’era anche l’amico della vita, Franco Lucentini; «ma lui girava su belle auto sportive, io consegnavo bottiglie di sidro in triciclo». Divisero sempre tutto a metà, il lavoro, i diritti d’autore, la collaborazione alla «Stampa», chiamati da Alberto Ronchey, che La donna della domenica l’aveva letta in bozze. Poi Lucentini si era gettato dalla tromba delle scale, come Primo Levi. Per l’ultimo bestseller, La patria bene o male, Fruttero aveva trovato un altro coautore che stimava molto, Massimo Gramellini. Ha scritto sino alla fine, ha trovato la popolarità senza cercarla, è stato un riferimento per mondi lontanissimi: autore di culto per il «Foglio» di Ferrara che ne amava la sprezzatura, ospite di grande successo a Che tempo che fa di Fazio, che ne stimolava la pietas sorridente. Fruttero infatti con le sue vittime era ironico, non sarcastico. Con ironia raccontava i vani tentativi di Calvino di fargli prendere la tessera del Pci. «Ci incontrammo per la prima volta all’università. Mi chiese subito: "Sei comunista? No? Azionista? Neppure? Non si capacitava. Ci ritrovammo all’Einaudi. Tra una telefonata e l’altra, perché Calvino telefonava di continuo, insisteva con questa storia della tessera. Gli rispondevo che dopo aver letto Buio a mezzogiorno di Koestler non avrei mai potuto; e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: "Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio". Era davvero così: la cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo Maggio. Poi venne il ’56. E dal Pci uscì pure il mio amico Calvino». Dal comunismo, Fruttero non fu mai tentato: «Il mio unico empito comunitario è stato il tifo per la Juventus». Sosteneva però di averlo «condonato». «Le passioni — amava dire — le condono tutte. E i comunisti erano appassionati davvero. Gente seria, anche se ingenua. Torino nel dopoguerra pareva percorsa da una follia collettiva, era un pullulare di comizi, si sentivano frasi oggi incredibili tipo "andiamo a sentire Scoccimarro a Rivoli". Ma è sbagliato pensare i comunisti di allora come trinariciuti. Vittorini era simpaticissimo. Bollati aveva un’eleganza naturale. Antonio Giolitti era molto amico di Lucentini, erano andati a scuola insieme. Lo stesso vale per gli azionisti. Franco Venturi era uomo di grande humour, oltre che ferreo antisovietico. Bobbio era un conversatore amabile, con quel pizzico di necessaria malignità». Quando poi Nanni Moretti in piazza Navona gridò «con questi leader non vinceremo mai», Fruttero confidò di aver concepito, «di fronte a quelle urla sguaiate in romanesco», una certa simpatia per Fassino. Al radicalismo di sinistra contestava anche la lettura allarmata del fenomeno Berlusconi, da lui giudicato «un eccentrico alla Guglielmo Giannini» più che «un pericolo come Mussolini». Il suo antifascismo era prima di tutto una scelta estetica. «I fascisti erano brutti. Neri come corvi, con quei ridicoli fez. Orribili». Non era devoto, ma neppure anticattolico. Con il compenso delle prime traduzioni per Einaudi, si unì ai pellegrini in partenza per l’anno santo del 1950 e andò a piedi da Torino a Roma: «Non per fede, per curiosità». Il suo politico di riferimento era Luigi Einaudi: «Una vita dalla parte della ragione. Contro il Duce, per l’America, il mercato, la libertà. Una sera fui suo ospite a Dogliani. Faceva un vino meraviglioso. Ed era un uomo molto simpatico. Certo più di suo figlio». A Giulio Einaudi non perdonò mai la serata in cui demolì pezzo per pezzo — il tappeto, il tavolo, lo specchio — l’arredamento che aveva scelto con cura per la propria casa in vista del matrimonio. Ma gli riconobbe sempre di «aver fatto bene il proprio mestiere di editore». Il gusto del lavoro ben fatto è un altro carattere che Fruttero rivendicò sino alla fine, spietato con se stesso prima che con i suoi contemporanei, dai politici impresentabili — dileggiati attraverso l’invenzione letteraria dell’onorevole Slucca — alla neoborghesia segnata dall’inevitabile «prevalenza del cretino». Con l’altro antitorinese per eccellenza, Guido Ceronetti, aveva in comune il pessimismo, non una certa vena un po’ cupa. Fruttero non detestava la politica, anzi, arrivò a candidarsi, per il partito repubblicano di Ugo La Malfa, ovviamente in coppia con Lucentini; e lo canzonò a lungo perché aveva preso trenta voti più di lui. Insieme, sulla «Stampa», canzonarono Gheddafi, che chiese la testa dell’allora direttore, Arrigo Levi. «Nessuno ci chiese mai conto di nulla — amava ricordare Fruttero —. Solo, una volta, l’Avvocato ci disse: "Quanto mi siete costati, voi due". Rispondemmo: "Però le abbiamo dato l’occasione di fare una gran bella figura". L’Avvocato apprezzò moltissimo». Aldo Cazzullo MORALISTA DIVERTENTE SI PROTEGGEVA CON STILE E ACUTO DISINCANTO - Ero legato da profondo affetto nei confronti di Carlo Fruttero. Per i suoi libri, innanzitutto, sempre così ricchi di intelligenza, di ironia, di stile. E carichi di una qualità molto rara nelle patrie lettere: quel sublime dono per cui l’arte non deve mai parere tale, ma nascosta, creata quasi per gioco. Per l’unione con Franco Lucentini, il più straordinario sodalizio artistico fra scrittori che il 900 ci abbia regalato: articoli di giornali, curatele di collane, traduzioni, romanzi, saggi. Qualità altissima, scrittura divertente, sublime agudeza. Qualcuno li aveva paragonati scherzosamente a Bouvard e Pécuchet. Se mai, F&L erano Flaubert in person, non i due amabili bonshommes alle prese con la stupidità del sapere. Anche se, in segreto, tendevano di più a Vladimir e Estragon, i noti attendisti di Godot. Per un rapporto personale, nato molti anni fa nella famosa cabane di Lucentini nei pressi di Moncourt (Seine-et-Marne). Quell’estate, era il 1986, mia moglie Anna ed io accompagnammo mio suocero Luciano Foà in un viaggio, prima in Francia e poi in Inghilterra. Non si poteva non far visita a F&L che, in quel momento, stavano scrivendo L’amante senza fissa dimora. I tre erano stati colleghi di lavoro all’Einaudi, da cui si erano poi separati per tentare altre vie: F&L erano passati alla Mondadori per dirigere la collana di fantascienza Urania, Luciano si era trasferito a Milano per fondare l’Adelphi. A quella sera Fruttero aveva poi dedicato un lungo articolo (ora in Mutandine di chiffon): «Vennero in auto, fecero tappa a Nemours, all’Ecu de France, antico albergo descritto da Balzac in uno dei suoi romanzi. “Vi abbiamo portato Anchise” ci dissero i ragazzi. Lui sorrideva, si lasciava condurre, teneramente passivo...». Da allora Fruttero era diventato per me una specie di nume tutelare, un esempio non da imitare ma da copiare, il moralista più acuto e divertente della nostra letteratura: era un grande esperto della natura intima dell’uomo, un fine polemista che sapeva smascherare l’ipocrisia dominante facendo finta di trattare la quotidianità con una solennità epica: «Cadono i reggipetti ad Alassio, a Varigotti, a Finale, come le “quote” strappate al nemico nella guerra ’15-18, e pretori, vigili urbani, canuti parroci, acide zitelle, risalgono in disordine, come gli austriaci, le valli del moralismo...». La sua riserva etica, mai esibita sia nella pagina scritta che in qualche sua apparizione televisiva, veniva saldamente protetta dallo stile, dalla scrittura, dal disincanto. Qualche tempo fa siamo andati a trovarlo nella pineta di Roccamare (quella di Enigma in luogo di mare). Era un’allegra brigata: Mariarosa Mancuso, Giuliano e Selma Ferrara, il suo editor Andrea Cane, Anna ed io. Accudito dalla figlia Carlotta, ci regalò un pomeriggio meraviglioso, con i suoi ricordi, le sue osservazioni sul presente. Mi sembra di sentire ancora quella sua conversazione fatta di inezie che sottintendono cose grandiose, dove l’osmosi tra vita e scrittura è perfetta e non ha bisogno dell’approvazione degli altri. Aldo Grasso L’OMAGGIO DEI LETTORI SU TWITTER. SARA’ SEPOLTO ACCANTO A CALVINO - Carlo Fruttero ha voluto morire a Roccamare di Castiglione della Pescaia, quel tratto di Maremma marina che lo aveva affascinato e dove da qualche anno si era stabilito, lasciando Torino. Se ne è andato alle 17.30 di ieri: ad assisterlo la figlia Carlotta e i parenti più stretti. Lui stesso aveva scritto il suo necrologio, che sarà pubblicato oggi, mentre da subito Facebook e Twitter hanno dato il via a un omaggio ininterrotto: «Adesso saprà a che punto è la notte», ha scritto un lettore inseguendo la sua stessa ironia con un riferimento al romanzo del 1979. Nelle ultime volontà anche il desiderio di essere sepolto accanto a Italo Calvino, nel cimitero che si trova nella parte alta del paese. La camera ardente sarà allestita stamani nella sala consiliare del Comune di Castiglione. (M. Ga.)