Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 16 Lunedì calendario

IL FASCINO DELL’INDOMABILE CONDOTTIERO SUL MARE

Il capitano di una nave, che ne ha la responsabilità giuridica, è più di un comandante. La sua figura, rapita da mitologia e letteratura ma anche dalle cronache di pace e di guerra, è diventata esempio, modello, forse sogno. A tutti è capitato di sussurrare i versi di Walt Whitman «O Captain! My Captain!» senza accorgersi che furono scritti, anche se con cenni marinareschi, per la morte del presidente statunitense Abraham Lincoln. C’è, insomma, una sorta di capitano in noi, che sovente cerchiamo di evocare per farci guidare nella realtà. Per questo quella semplice frase di Whitman si è trasformata in una sorta di filo rosso del film di Peter Weir L’attimo fuggente.
Se gli antichi Romani avevano Palinuro, il mitico pilota della nave che conduceva Enea e che morì — narra Virgilio — colpito dal dio del sonno, nel mondo moderno con Herman Melville si è incisa nell’immaginario la figura del capitano Achab, comandante del Pequod, la baleniera che caccia Moby Dick (un capodoglio, la grande balena bianca che si carica di simboli). Achab fu anche un re d’Israele vissuto nel IX secolo prima della nostra era: significa «il padre è fratello» (è un nome che presuppone un riferimento teoforico, ovvero rimanda a una relazione con Dio). Ma l’Achab della Bibbia passò alla storia come il peggiore degli idolatri perché si lasciò trascinare dalla sposa Gezabele al culto delle divinità straniere; il comandante di Melville, che ne eredita l’aspetto negativo, perché mostra meglio di ogni altro gli idoli che noi moderni inseguiamo con ostinazione.
Anche il capitano inflessibile sino alla crudeltà attira attenzione e qualche simpatia. È il caso del comandante Bligh, al centro del più celebre ammutinamento della storia, quello del Bounty, una fregata mercantile con 28 cannoni che salpò da Spithead il 23 dicembre 1787 diretta a Tahiti doppiando Capo Horn. Sulla vicenda si sono girati non pochi film (c’è anche un racconto di Jules Verne), ma quel che rende orgogliosi gli inglesi è che il capitano William Bligh, costretto dai ribelli ad abbandonare la nave, con minimi mezzi riuscì a raggiungere la colonia olandese di Timor, percorrendo 3.618 miglia nautiche (equivalenti a 6.700 chilometri) con una imbarcazione aperta in 47 giorni, stabilendo un record ancora imbattuto.
E che dire del comandante Piero Calamai, che restò a bordo dell’Andrea Doria, dopo lo scontro che essa ebbe il 25 luglio 1956 con la Stockholm, rifiutandosi di mettersi in salvo? Le cronache ricordarono che venne costretto a lasciare la propria nave dai suoi ufficiali, anzi essi tornarono appositamente per prelevarlo. Ancora: il mito che si creò dopo la collusione del Titanic nella notte del 14 aprile 1912 avvolse anche il capitano Edward J. Smith: la sua nave, dopo aver urtato un iceberg nel Nord dell’Atlantico, affondò in due ore e quaranta minuti ma lui non cercò di salvarsi. Il suo corpo non venne mai trovato.
Infine va detto che in ogni capitano la cultura occidentale tende a evocare riflessi dell’Ulisse di Omero: c’è sempre un’isola — si chiami Itaca o assomigli a un sogno — da raggiungere e c’è continuamente qualcosa o qualcuno da sfidare. Soltanto pensatori disincantati seppero sorridere di tali immagini. Narra Diogene Laerzio nel secondo libro delle Vite e dottrine dei più celebri filosofi (citiamo dall’edizione di Giovanni Reale, Bompiani) che Aristippo stava navigando verso Corinto e la nave fu colpita da una tempesta. Il celebre edonista, elegante e sarcastico, fu colto dalla disperazione. Gli fecero notare che il suo comportamento era deludente. E lui rispose, probabilmente al comandante di quel legno, che non stavano temendo «per uno stesso tipo di anima».
Armando Torno