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 2012  gennaio 16 Lunedì calendario

STUDI E GAVETTA: COSI’ SI DIVENTA CAPITANO

«Un carattere freddo e controllato? Non saprei, ne ho conosciuti di nervosissimi», alla domanda sulle qualità necessarie per diventare comandante risponde così, a sorpresa, un professionista che prepara gli ufficiali alla vita di bordo. Nervosi come Bligh protagonista dell’ammutinamento del Bounty (ritenuto per altro, all’epoca, un ottimo elemento della Marina) è un po’ troppo, ma sicuramente è difficile definire al di là dei luoghi comuni come si diventa un buon comandante. La trafila per arrivare sul ponte di comando, sulla carta, è chiara: istituto nautico dal quale si esce con la qualifica di allievo ufficiale, immatricolazione in Capitaneria nella gente di mare, dodici mesi di navigazione effettiva e esame in Capitaneria per il titolo di ufficiale. A questo punto ci si imbarca come terzo ufficiale per raggiungere il grado di secondo ufficiale. Dopo 24 mesi di navigazione effettiva si può sostenere l’esame da capitano che abilita al comando ma, appunto, è solo un’abilitazione. Si può rimanere primi ufficiali a vita.
È la compagnia, l’armatore, che sceglie i suoi comandanti sulla base di un rapporto di fiducia: «Ci possono essere — dice Armando Cervetto, comandante storico della linea Messina e ora responsabile della flotta — primi ufficiali di sessant’anni e comandanti di trentacinque. Quando ero per mare io, non era rarissimo trovare comandanti di appena trent’anni, oggi è molto difficile, i tempi si sono allungati, ma non c’è una regola per l’età». Allora cosa fa scattare la scelta dell’armatore? Quasi sempre la prima segnalazione arriva da un comandante anziano: quel primo ufficiale, scrive nelle note per la compagnia, ha buone qualità. Le compagnie hanno solitamente un comandante di armamento che si occupa degli equipaggi e valuta anche chi aspira a raggiungere il massimo. Cervetto ha espresso, nella sua carriera, molti giudizi: «Non si può dire in due parole come si diventa comandante: sono necessarie molte doti, la prima è quella della preparazione nautica.
Ad esempio, anche se oggi tutto è computerizzato l’abilità nella manovra nei porti che presentano difficoltà non è uguale per tutti. Assistenza dei piloti del porto e rimorchiatori facilitano le cose ma c’è chi è più bravo nelle manovre e chi no. Poi sono richieste doti amministrative, capacità di rapportarsi con le autorità locali, gestione del personale, il comandante è il primo responsabile della nave, è pubblico ufficiale, può celebrare matrimoni come tutti sanno ma anche raccogliere testamenti, svolgere funzioni delicate. La prova si vede sul campo o meglio, in mare. Ci sono tante emergenze sulla nave, dalle piccole a quelle più serie e il comportamento degli ufficiali è sotto osservazione». Poi c’è l’autorevolezza, la capacità di comando, qualcuno lo chiama carisma, ma deve poggiare su solide basi tecniche. «Un carattere troppo autoritario non sempre è un pregio. Un buon comandante — dice Eugenio Massolo, presidente dell’Accademia Italiana della Marina Mercantile, che ha sede a Genova — deve esercitare le sue prerogative senza incutere timore, il timore è sempre un sentimento negativo che, alla fine, può far sbagliare i sottoposti più che aiutarli a fare bene. Quanto alle competenze richieste sono sempre più ampie. Non solo per il comandante. Noi formiamo gli allievi in uscita dal Nautico e li accompagniamo al titolo di terzo ufficiale. Due nostri allievi erano imbarcati sulla Concordia. Proprio nei mesi scorsi la Costa Crociere ci ha sollecitato un corso di formazione sulla gestione del panico, partirà a breve».
Nel percorso degli allievi freschi di diploma dell’istituto nautico sono previste una serie di certificazioni obbligatorie rilasciate dai centri autorizzati dalle Capitanerie come l’I.M.A.T. Una selva di sigle indica i corsi: sicurezza personale e responsabilità sociale, antincendio di base e avanzato, primo soccorso, corso Radar, sono il primo scalino, le più semplici certificazioni obbligatorie. Ma molte — riferite alla navigazione, alla lettura delle carte nautiche, alla sicurezza e altro — si aggiungono per ufficiali e comandanti sia obbligatorie per l’Imo, l’International Maritime Organization, sia su richiesta delle compagnie. «C’è anche — dice il manager di una grossa compagnia passeggeri — chi richiede per gli aspiranti comandanti una valutazione psicologica, di risposta allo stress. La capacità di affrontare le emergenze è importante quando si mette nelle mani di una sola persona la vita di migliaia. Ogni compagnia ha i propri criteri di selezione e anche un suo stile, se così si può chiamare». La Costa Crociere ha comunicato ieri sera che il comandante della Concordia, Francesco Schettino, «ha partecipato a un continuo programma di addestramento e aggiornamento e ha superato positivamente tutte le verifiche di idoneità previste».
Quello del comandante è, in sostanza, un percorso a ostacoli. Per arrivare a guadagnare a seconda del tipo di nave affidata dai 6 mila ai 12 mila euro netti al mese (il tetto è raggiunto proprio dalle navi da crociera mentre le petroliere si fermano intorno agli 8.500 euro al mese). La Campania, la Sicilia e la Liguria sono le regioni che forniscono tradizionalmente i comandanti alla flotta che batte bandiera italiana. Ne sono orgogliose. E oggi le marinerie di queste regioni sono ferite dalla tragedia della Concordia. Fra tante domande una viene ripetuta dai comandanti: perché Schettino ha abbandonato la nave quando c’erano ancora persone a bordo? Un comandante può fare degli errori ma questo no, non lo deve mai fare.
Erika Dellacasa