Giovanna Cavalli, Corriere della Sera 16/01/2012, 16 gennaio 2012
RIMORCHIATA O FATTA A PEZZI, I 2 SCENARI
Per quel che resta della Concordia il destino è segnato. Terminate le operazioni di soccorso, svuotate le cisterne del carburante, la gigantesca nave da crociera dovrà comunque andarsene da lì. Con le buone: ovvero rimessa a galla e trascinata via da un rimorchiatore. O con le cattive: tagliata a pezzi sul posto e portata a rottamare in acciaieria.
Si farà il possibile per evitare la soluzione più drastica, anche perché sarebbe molto più lunga, complessa e costosa. Molto meglio riportare la Concordia in galleggiamento, anche se non è affatto semplice, per un gigante lungo 293 metri e di quasi 115 mila tonnellate. La falla che si è aperta nello scafo, tranciato dagli scogli dell’Isola del Giglio, è lunga circa 70 metri, con le rocce incastrate dentro. Occorre valutare se lo squarcio si può riparare. Poi si può procedere.
«Come prima cosa si taglia via la parte danneggiata» spiega Max Iguera, uno dei soci della Cambiaso-Risso di Genova che dal 1952 è il rappresentante italiano della Smit, la società olandese specializzata in salvataggi in mare (recuperò il sottomarino Kursk), fondata a Rotterdam 170 anni fa, già incaricata delle operazioni di recupero del bunker fuel, il serbatoio del carburante, e che quasi certamente proseguirà l’opera. «Vengono usate delle fiamme ossidriche subacquee alimentate da ossigeno e acetilene in pressione».
La lamiera del fondo è spessa circa 3 centimetri. «Sembra poco, ma già 2 sono a prova di bazooka». Il guscio è tenuto insieme da una rete di paratie verticali e longitudinali che compongono lo scheletro. Si andrà a tagliare in modo da lasciare una parte piana a cui verrà saldata la colossale toppa. «In caso di piccole aggiunte basta procurarsi un pezzo della giusta dimensione» continua Iguera. «Quando, come in questo caso, il buco è troppo esteso — è poco più piccolo di un campo di calcio — si devono riprodurre anche le caratteristiche specifiche, di galleggiamento o di zavorra».
Non si tratterà di una lamiera unica, ma di una specie di puzzle. I pezzi vengono caricati sopra chiatte galleggianti, larghe una settantina di metri, su cui stazionano le gru cingolate. Alla saldatura provvedono i sommozzatori. Quindi si passa alla parte più delicata: rialzare l’imbarcazione. Per la Concordia non è affatto detto che ci si riesca. «Una nave da crociera non è facile da raddrizzare perché è costruita con poca parte immersa e molta emersa» avverte Dirk Jan Osinga, il salvage master della Smit. La proporzione è circa di 12 metri a 60. Una parte superiore ora allagata. «È presto per fare previsioni. Soltanto per svuotare le cisterne ci vorranno 3 settimane».
Chiusa la falla, si comincia a svuotare lo scafo con le pompe poste sulle chiatte e alimentate dai generatori. Ciascuna ha la capacità di risucchiare anche 4 mila metri cubi d’acqua all’ora. In contemporanea si tira su la nave. Che però, alleggerita, cambia continuamente posizione. «Non credo che per la Concordia bastino i rimorchiatori, che potranno invece aiutare a girarne la prua o a mantenerla ferma», dice Iguera. «Ci sarà bisogno di argani idraulici, simili a un rocchetto di filo, o a pistoni, che come un braccio si muovono in orizzontale, a cui vanno attaccati i cavi». Per l’operazione serviranno dalle 50 alle 100 persone, mentre la marine spread (ovvero lo spiegamento di mezzi) consisterà di almeno 2 chiatte, 5 rimorchiatori e le attrezzature. Tempi previsti: da 1 a 6 mesi. Tra la variabili che più influiscono le difficoltà tecniche e le condizioni meteo.
La Concordia verrà quindi portata in officina. Probabilmente alla Fincantieri di Palermo, dove fu costruita. Un viaggio di tre giorni. O mandata a morire su una spiaggia dell’India, del Pakistan o Bangladesh, dove si trovano i cantieri di demolizione. La nave viene spinta a tutta velocità da due rimorchiatori, uno per lato, che a pochi metri dalla riva la sganciano mandandola a naufragare sulla sabbia. Saranno la Costa e soprattutto gli assicuratori a decidere se salvare la Concordia.
«Il nostro obbiettivo è portarla via di qui tutta d’un pezzo» scrive Dirk Osinga via sms. Nel malaugurato caso contrario, la Concordia, declassata a rottame, verrà tagliata a pezzi nelle acque protette dell’Arcipelago Toscano. L’operazione viene eseguita con l’aiuto di due rimorchiatori che tendono un cavo diamantato e seghettato, passandolo sotto lo scafo e tirandolo verso l’alto. La «fetta» di nave viene sollevata dalle gru e depositata sui pontoni. «Le sezioni vanno studiate con accortezza, considerandone dimensioni e peso» precisa Max Iguera. «Considerato che le gru hanno una portata dalle 500 alle 3 mila tonnellate, per la Concordia potrebbero volerci anche 100 sollevamenti». I pezzi poi verrebbero avviati alle fonderie qui in Italia. Impresa costosissima. Lunga un anno. Nel caso della Tricolor, cargo che trasportava 3 mila auto, affondato nella Manica e recuperato dalla Smit nel 2002, segarla costò circa 50 milioni di euro. E pesava meno della metà.
Giovanna Cavalli