Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 15/1/2012, 15 gennaio 2012
RE CECCONI RESTÒ MUTO
Il campo d’allenamento era sotto la collina. Tra le puttane di via Tor di Quinto, gli insediamenti nomadi e la caserma dei Carabinieri. Lì si poteva vedere dalla strada. Un fumetto. Polvere ed erba. Disordine voluto. Magliette di lana azzurra, bestemmie, la gente in tribuna e sotto, la bolgia. Tutti dietro un pallone e il signore più saggio, Tommaso Maestrelli, davanti. La Lazio del maggio 1974. Quella che sposa la storia, mentre il paese divorzia. Il regno di Chinaglia e Re Cecconi. Il lombardo di campagna, finito sotto terra a 28 anni, da esule, da straniero, proprio 35 anni fa. Ucciso in una gioielleria di Roma da un colpo di pistola sparato dal marchigiano di ventura Bruno Tabocchini. Il padroncino che affrontata la gavetta si era messo in proprio, vivendo asserragliato tra i preziosi. L’uomo che aveva già reagito a una rapina (due revolverate, un bandito a terra) nell’inverno del ‘76. Un “self-made man”, come disse a suo tempo il Pm Marrone con il difetto di covare: “Una visione egocentrica del mondo che lo spinse a farsi giustizia da sé. Lui dentro, i nemici fuori. Lui il bene. Gli altri, tutti gli altri, il male”. In via Francesco Crispi, quartiere Fleming, alle 19:40 del 16 gennaio ‘77, Tabocchini aprì dal suo bunker al profumiere Fraticcioli, suo amico, che gli portava due deodoranti. L’odore della morte.
IN GIOIELLERIA, entrarono anche Pietro Ghedin e Re Cecconi in libera uscita con un altro calciatore, Renzo Rossi, che li aveva lasciati da due minuti per acquistare un litro di vino. Ghedin e “Cecco”. Con le mani in tasca. Era “l’ora brutta” degli assalti e spaventato, Tabocchinifecefuoco.Primapuntò l’arma su Ghedin, poi la spostò e a mani giunte chiuse le ali a Re Cecconi. Il rumore sordo, l’urlo di Ghedin: “Siete pazzi qui?”, l’ultimo appello di Cecco: “Ghedo, aspettami, vengo con te”, l’ambulanza, il decesso, alle 20:04, al San Giacomo. La faccia contrita di Emilio Fede al Tg1: “Tragico scherzo, è morto il calciatore Re Cecconi”. Tabocchini sostenne che quella sera Re Cecconi avesse gridato: “Fermi tutti, questa è una rapina” e che la replica calibro nove fosse stata naturale: “Ho sparato prima che lui lo facesse con me”. Gli diedero retta. Assolto dall’imputazione di “eccesso colposo di legittima difesa”. Nonostante Re Cecconi fosse disarmato e la discussione tra innocentisti e colpevolisti fosse diventata merce da bar sport. Un libro e un documentario tenuto nascosto nelle teche Rai dal 1983 a causa di una dura battaglia legale, raccontano questa storia di mancata resurrezione e ne ribaltano il senso. La tesi portante dei due lavori è chiara. Non ci sarebbe stato uno “scherzo” di Re Cecconi, ma solo un omicidio. Il film, straniante, lo girò Tomaso Sherman, veneziano approdato poi a soap come Incantesimo. “Il caso Re Cecconi”. Attori come Andrea Occhipinti, Simona Marchini e Haber e un’ora scarsa che preludeva alla distruzione della versione ufficiale. Il volume l’ha scritto invece un giornalista appassionato, Maurizio Martucci. Si è calato a sangue freddo, in questo dirupo dostoevskiano di metamorfosi e uomini trasformati in bestie. Non scherzo, Re Cecconi, 1977. La verità calpestata (Libreria sportiva, 80 pagg, 10 euro) è un’indagine al di sopra di un unico sospetto. Ribalta le presunte verità dell’epoca e restituisce a Re Cecconi l’innocenza. Secondo Martucci: “Re Cecconi ebbe la vita distrutta per un equivoco e non fece nulla per essere ucciso. Il clima processuale fu inquinato dalle potenti lobby orafe al grido di ‘maggiori tutele’. E poi il pregiudizio contro una La-zio politicamente scorretta e la tesi del folle gioco superficialmente accettata, fecero il resto”.
TABOCCHINI lasciò Roma poco dopo, tornò a casa, si eclissò. Luciano il biondo, il numero 8, è rimasto nella memoria. Lo riconoscevi dall’alto. In quella squadra di pazzi (fascisti e comunisti, clan rivali, noia da ritiro sfogata nell’albergone sull’Aurelia) “CeccoNetzer” era l’anarchico che per coraggio e fisiognomica somigliava alla stella del Borussia. Da ragazzo, a Nerviano, aveva visto la fame. Mangiare l’erba era la naturale conseguenza di un’origine. Re Cecconi che “visse da re e morì da Cecconi”. Luciano che cadde senz’aria da respirare e a paracadute chiuso, amava lanciarsi con il suo amico Gigi Martini. Prima terzino, poi pilota e deputato a destra della destra, nella seconda vita che a Re Cecconi fu negata. Saltavano d’annunziani dai portelloni dei C119 che sollevavano lamiere e sedili inospitali dalla base di Tirrenia. Prima delle riflessioni postume: “Eravamo tanto uniti perché avevamo paura di essere stati troppo fortunati” vennero i funerali di Cecco. Diecimila persone. Il vecchio presidente Lenzini, il Sor Umberto, a testa bassa, i pianti, il silenzio e i compagni della Lazio in Qatar per un grottesca tournée. Luciano tornava spesso dai due figli. Sua moglie Cesarina (che per giorni Corriere della Sera e Stampa chiamarono Graziana) aveva 23 anni. Dopo lo sparo, avrebbe avuto solo l’età indefinita dell’assenza. Nelle foto d’epoca, Tabocchini è cupo. Veste completi severi. Sembra incazzato con chi vuole cancellare i frutti della sua scalata sociale. Il denaro, la rispettabilità, la casa di lusso per la madre, in via Prati degli Strozzi. All’inizio lo interrogò il vicequestore Masone (decenni più tardi capo della Polizia). Tabocchini dichiarò di detestare il calcio e non aver mai visto prima Re Cecconi. Ma qualche testimone suggerì che con “il biondo”, l’orefice fosse stato addirittura vicino di casa sulla Cassia. Vero o falso che fosse, vittima e carnefice rimangono sempre abbraccia-ti. Cecco sapeva perdonare. Chissà se in questi anni ne ha avuto la forza.