il Fatto Quotidiano 15/1/2012, 15 gennaio 2012
HENRY POOR INIZIÒ CON I REPORT FERROVIARI
Stati Uniti. Nel 1860 Henry Varnum Poor pubblica il volume History of Railroads and Canals in United States, una specie di report finanziario sullo stato del settore delle ferrovie. Nel 1906 nasce lo Standard Statistic Bureau per rendere consultabili informazioni finanziarie difficili da reperire sulle aziende americane e dieci anni dopo Standard Statistics inizia a dare giudizi di affidabilità (rating) a imprese e Stati sovrani. Nel 1941 le due società si fondono e nasce Standard & Poor’s. Inizia così la storia, ricostruita da Giovanni Ferri e Punziana Lactignola ne Le agenzie di rating (Il Mulino), dei giudici più odiati in questi anni di crisi globale.
Oggi 1,5 miliardi di attività di investimento dipendono dai giudizi di S&P che nel 2007, prima dell’esplosione della crisi, ha pubblicato 510 mila rating. Copre il 31 per cento dei mercati e il 70 per cento della capitalizzazione globale di mercato. L’agenzia opera in tutto il mondo, soltanto il suo reparto dedicato al mercato azionario impiega 8500 persone. È stata la prima a valutare anche le obbligazioni con garanzia, a stimare le probabilità di ripresa, a considerare anche la capacità di gestione del rischio nella formulazione di un giudizio sull’affidabilità creditizia delle aziende. Per dare un’idea del suo impatto, ci sono strumenti di investimento noti come Etf (Exchange Traded Fund) il cui valore dipende esclusivamente da indici formati dai titoli valutati da S&P.
Prima dell’arrivo del rating, gli investitori prendevano le loro decisioni sulla base delle notizie pubblicate dalla stampa specializzata e dai consigli delle banche d’investimento. Poi la crisi bancaria e il panico del 1907, negli Usa, ha consigliato agli operatori di individuare strumenti di sintesi più affidabili e neutrali. Sono così gli stessi soggetti vigilati che pagano l’agenzia per avere un rating, che funge un po’ da biglietto da visita sul mercato. L’idea ha funzionato fin troppo bene: ora molti fondi di investimento comprano e vendono soltanto in base al rating dei titoli, senza fare più analisi autonome sulla qualità dei titoli giudicati dalle agenzie.