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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

QUANDO IL MARE DIVENTA NERO COME LA MORTE

Ogni anno 20 milioni di persone salgono su una nave da crociera con valigie e sogni. Relax, mete esotiche, incontri. E nessuno di loro crede di dover finire il viaggio in altro modo, con una coperta buttata addosso e la morte negli occhi. Perché la nave non fa paura. Grande, solida, maestosa, procede sicura sulle acque di tutto il mondo. Nemmeno la più struggente tragedia della storia navale contemporanea, l’affondamento del Titanic, ha mai scalfito il mito di una tranquilla navigazione tra violini e paillettes, sorrisi e ambizioni.
DA QUEL 12 aprile 1912, che simbolicamente segnò i limiti del nuovo secolo tutto tecnologia e arroganza rispetto alle leggi della natura (compresa quella umana, fallace anche ai tempi dei supersonar), non è cambiato nulla nonostante i morti e le delusioni, i film con Di Caprio e le meno romantiche scene di carrette del mare legali che affondano intorno al pianeta. Eppure furono millecinqucento le vittime del Titanic, 1.012 quelle del vapore canadese Empress of Ireland inghiottite in 14 minuti davanti al Quebec nel 1914, solo 46 quelle ben più memorabili per il nostro immaginario collettivo nel disastro dell’Andrea Doria. Era il 1956 e l’Italia cercava nuova credibilità dopo la fine della guerra: niente di meglio che il più grande e veloce panfilo della marineria nazionale, 213 metri di stile e lusso per raccontare al mondo un Paese capace di rinascere dalle macerie. Invece, proprio davanti alla città di New York, lo scontro con il cargo norvegese Stockholm e l’ammarraggio delle 1.706 persone a bordo. Fine del sogno filante sulla spuma dell’oceano. Ma, soprattutto , l’incidente segnò il sorpasso dell’aereo come mezzo di trasporto sulle lunghe distanze: fu così che aeroporti mastodontici e velivoli sempre più capienti conquistarono tutto il mondo occidentale - e le capitali mondiali - tra gli anni Sessanta e Settanta. Il trasporto navale delle persone restò però un sistema comodo (ed economico) per i Paesi meno sviluppati, che diventarono il teatro di una vera e propria strage nei decenni successivi. Non ricordate? Rapido excursus asiatico degli anni Ottanta. Il 27 gennaio 1981 la nave passeggeri indonesiana Tamponas II prende fuoco e affonda nel mare di Giava. Muoiono 580 persone. Il 25 maggio 1986 una nave passeggeri affonda nel fiume Meghna, in Bangladesh. Muoiono circa 600 persone. Il 31 agosto 1986 la nave sovietica Admiral Nakhimov si scontra con un mercantile nel mar Nero. Entrambe le imbarcazioni affondano e muoiono 448 persone. Il 20 dicembre 1987 il traghetto Dona Paz collide con la petroliera Mt Victor nelle acque delle Filippine. Affogano 4.340 persone.
Ma per noi la tragedia del mare degli anni Novanta è una sola, dolorosa più di tutte le altre per l’infinito senso di impotenza allargatosi a cerchi concentrici dal luogo della tragedia in questi vent’anni, un’amara consapevolezza cresciuta anno dopo anno tra inutili processi e inaccettabili spiegazioni.
RISALE a quel 10 aprile 1991 il più grande lutto per la marina mercantile italiana, 140 persone sparite in acqua, un solo sopravvissuto. Il traghetto Moby Prince, in viaggio tra Olbia e Livorno, va a sbattere contro una petroliera dell’Agip, che nell’impatto spruzza addosso al traghetto centinaia di tonnellate di greggio. L’incendio scaturisce violento e inarrestabile, ma gli ci vuole più di mezz’ora per raggiungere i passeggeri rifugiatisi nel salone superiore: trenta infiniti minuti di terrore cui non si è mai potuto trovare giustificazione di sorta. I soccorsi furono lentissimi, le prime vedette arrivarono in zona solo un’ora e mezza dopo l’impatto, quando i viaggiatori erano già rimasti intrappolati nel salone ormai completamente circondato dalle fiamme. Nessuno ha mai pagato per questo dolore, tra assoluzioni, prescrizioni e commissioni parlamentari incapaci di rendere giustizia a 140 martiri della più tradizionale incuria italiana.
La storia, in ogni caso, non insegna. Dagli anni Novanta anche l’Africa entra nell’incubo, con una nave passeggeri che affonda nel lago Victoria nel 1996 (800 vittime) e un traghetto senegalese che nel 2002 si rovescia in seguito a una tempesta al largo del Gambia (1.800 morti). Ma l’episodio più recente della strage acquatica è quello del 10 luglio 2011, quando una nave passeggeri sovraccarica affonda nel fiume Volga, in Russia, vicino a Kazan. Le vittime sono 122, decine di bambini vengono ritrovati nella sala giochi finita sotto le acque gelide del fiume.