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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

RIVOLUZIONARIE MYRICAE

Cento anni fa, il 6 aprile 1912, moriva di cirrosi epatica Giovanni Pascoli. La dipendenza dall’alcol è uno degli aspetti della biografia del grande poeta romagnolo su cui – comprensibilmente – meno ha insistito la tradizione scolastica, preoccupata di offrire un’immagine più rassicurante ed esemplare della sua figura, ma costituisce anche un tassello prezioso per avvicinarsi alla sua personalità. Nella letteratura dell’Ottocento gli eccessi del bere sono immediatamente associati allo stile di vita sregolato dei giovani ribelli della bohème artistica, mentre sembrerebbe sposarsi assai meno alla figura bonaria di un uomo come Pascoli, vissuto tutta la vita assieme alle sorelle e quanto mai alieno da ogni satanico maledettismo. Baudelaire, Rovani, Stecchetti: passi pure. Ma Giovanni Pascoli no: non colui che, allievo di Carducci, dopo la morte del maestro lo aveva a tutti gli effetti sostituito nel ruolo di cantore ufficiale della terza Italia. E che era caduto negli abissi dell’alcolismo proprio negli ultimi anni della vita, quando era cresciuta la proiezione pubblica e più pieni si erano fatti i riconoscimenti.
Pochi sono stati nel Novecento gli studiosi che, parlando di Pascoli, si sono trattenuti dalla tentazione di psicoanalizzarlo: tanto nella sua biografia più intima si annida qualcosa di irresistibile per qualsiasi discepolo di Freud. Gli ingredienti ci sono tutti. Abbiamo il trauma iniziale – la misteriosa uccisione del padre, quando Giovanni aveva solo dodici anni –; abbiamo il desiderio di ricomporre l’ordine perduto e la ricostruzione del "nido" originario assieme alle due sorelle – un’opzione fondata sul rifiuto del matrimonio e sulla scelta della castità –; abbiamo infine le traumatiche nozze della più irrequieta delle due (Ida), dalle quali presto sarebbe stata avvelenata anche la convivenza con l’altra (Mariù), in un clima sempre più tetro di comune rassegnazione. Un vero e proprio "romanzo familiare" (Freud dixit), nel quale ogni evento decisivo della vita psichica – gioia sofferenza creazione – si è consumato tra le quattro mura di casa.
Con i suoi cortocircuiti tra rinuncia e sublimazione, o tra continenza autoimposta ed esasperata sensualità, la vita di Pascoli possiede davvero qualcosa del caso clinico. Si corre così il rischio di dimenticare che l’autore dei Canti di Castelvecchio è stato anzitutto la maggiore figura poetica apparsa in Italia tra Giacomo Leopardi e Guido Gozzano: un inesausto sperimentatore di forme e, ben più di D’Annunzio (a lui associato da Adolfo De Bosis nell’avventura de «Il Convito»), il vero padre di tanta parte della futura poesia novecentesca. Con il risultato che, a causa di questa indiscutibile primogenitura, nel secolo che ci separa dalla sua scomparsa Pascoli è stato molto odiato (è il caso di Eugenio Montale) o molto amato (per esempio da Pier Paolo Pasolini, Edoardo Sanguineti ed Elio Pagliarani; quest’ultimo, per uno scherzo del destino, lontano discendente dell’uomo che fu incolpato dell’omicidio del padre di Pascoli).
Ogni scrittore davvero grande è sempre un Giano bifronte, che nello stesso momento in cui si proietta in avanti ripensa e compendia la tradizione precedente: e tuttavia ci sono pochi autori per i quali questo principio valga altrettanto che per Pascoli. Nel suo caso dietro l’inventore di metri inusitati si annida sempre il sommo poeta in esametri latini (il maggiore dai tempi di Augusto, secondo D’Annunzio); dietro il collezionista di espressioni dialettali l’antiquario innamorato delle voci inusitate e degli apax legomena; dietro l’innovatore che lavora a sfocare i confini tra i generi il professore universitario di Grammatica, che insegna agli studenti a rendere in italiano, nei modi più tradizionali, l’epica e la lirica classica.
Per Pascoli la libertà creativa scaturisce solo dalla interiorizzazione dei divieti e degli imperativi; un poco come l’equilibrista che non ha più bisogno di bilanciarsi con l’asta mentre passeggia sulla corda perché ormai le braccia gli sono più che sufficienti. Non appena ci si immerge nei testi teorici o nei resoconti delle lezioni di Pascoli, questo particolare nesso tra dominio della tecnica e ricerca della novità appare con assoluta chiarezza. Soprattutto, è come se la perfetta padronanza di tante lingue (dal dialetto agli idiomi classici) avesse insegnato a Pascoli – assieme alla convenzionalità di tutte le regole tramandate dalla tradizione – il primato della sonorità e del significante sul significato. Anche il risolversi della poesia in ritmo e il progressivo prevalere delle onomatopee e dei semplici suoni («zi zi», «chiù chiù») possono dunque essere visti come un risultato di questa pratica creativa mista, in cui l’italiano rimane sempre soltanto una delle diverse ipotesi sul tavolo. Non è strano allora che nel marzo del 1909 il fondatore della linguistica moderna, lo svizzero Ferdinand de Saussurre, allora impegnato in una controversa indagine sugli anagrammi, si sia rivolto proprio a lui per farsi confermare dall’esimio collega (che in questo caso aveva il vantaggio di essere pure uno dei poeti europei più famosi del tempo) le sue tesi sulle parole che si annidano «sotto le parole». La risposta di Pascoli, purtroppo, fu quella volta piuttosto fredda e superficiale.
Non sorprendentemente, i maggiori critici pascoliani rimangono coloro che sono riusciti a tenere assieme i due tratti più esorbitanti del poeta di Myricae, vale a dire la novità stilistica e il dramma psicologico. Mezzo secolo fa, in un libro ancora insuperato, Giacomo Debenedetti coniò una formula memorabile parlando di «rivoluzione inconsapevole» per descrivere quanto di coatto e di preterintenzionale vi è nella sovversione delle forme messa in opera da Pascoli; ma soprattutto per far emergere a quale punto l’universo domestico da lui cantato sotto i più diversi velami (dai poemi prettamente familiari ai grandi cicli epici di storia antica e moderna, sino alle traduzioni come Breus o al fallito tentativo di comporre un proprio Faust) nasconda un intrico di tensioni e di desideri altrimenti inesprimibili. Tutto questo senza cadere mai nella tentazione di sostituirsi al medico o di sbirciare dal buco della serratura per risolvere quelli che alla fine – comunque – sono e devono rimanere enigmi prettamente letterari. Psicologia e stilistica: per chi oggi vorrà avventurarsi nell’opera del grande poeta di San Mauro la via obbligata è ancora questa.