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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

SI LACERA LA RETE A DIFESA DEI PIGS

Due giorni fa, ironia della sorte era venerdì 13, due fantasmi che da tempo giravano per l’Europa si sono materializzati. Innanzitutto le trattative per il salvataggio della Grecia si sono bloccate: questo avvicina Atene, salvo accordi in extremis, al default vero e proprio. Contemporaneamente Standard & Poor’s ha tolto il rating massimo, la blasonata "Tripla A", ad Austria e Francia: questo evento potrebbe far perdere la "Tripla A" anche all’attuale fondo salva-Stati Efsf. Entrambi gli eventi erano attesi. Da tempo i leader politici e il mercato si preparavano per affrontare entrambi. Quello che non era atteso, e che rischia di mettere in seria difficoltà l’Europa, è che i due eventi accadessero nello stesso identico giorno. Sarà un caso, ma era venerdì 13.
Il problema è serio: proprio nel momento in cui rischia di scoppiare la bomba che tutti temono da due anni (cioè il default della Grecia), fatalmente l’Europa si trova con i vecchi meccanismi di "protezione" in parte depotenziati dall’intervento di S&P (cioè il fondo Efsf) e con i nuovi "paracadute" ancora non funzionanti (cioè il fondo salva-Stati Esm e il Fondo monetario internazionale rafforzato). Insomma: è da due anni che tutti attendono il default della Grecia, ma questo evento rischia di accadere proprio nel momento in cui l’Europa ha le minori difese per affrontarlo. Un po’ come la famosa stalattite di Fantozzi: era da sei milioni di anni che non cadeva, e lo fa proprio nel momento più sbagliato. Ecco perché l’Europa deve velocemente intervenire per attivare le nuove protezioni. I nodi, ora, sono tutti al pettine. Non c’è più tempo: bisogna scioglierli. La diplomazia si muove da tempo, barattando – sostengono alcuni – anche l’embargo iraniano con il sostegno Usa al Fondo monetario internazionale.
Il "vecchio" fondo salva-Stati
Per capire il problema bisogna ricordare come funzionano i vari meccanismi di salvataggio faticosamente costruiti fino ad oggi. Attualmente esiste un solo fondo salva-Stati: l’Efsf, che è già intervenuto per Irlanda e Portogallo. Questo fondo ha sempre avuto una vulnerabilità: non ha mai avuto soldi propri (perché nessuno ha mai voluto veramente darglieli), ma solo garanzie: tutti gli Stati europei offrono infatti una sorta di "fidejussione", che il fondo stesso può usare per indebitarsi e raccogliere denari sul mercato obbligazionario. L’unica forza del fondo Efsf, dunque, è data dalle garanzie.
Questo è il problema: fino a due giorni fa, il 57,89% delle garanzie era offerto da Paesi forti (con rating Tripla A) e il 36,63% dai Paesi deboli (Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna). Invece ora, dopo che Standard & Poor’s ha tolto la "Tripla A" a Francia e Austria, i rapporti di forza si sono invertiti: i Pigs offrono ancora il 36,63% delle garanzie, mentre i Paesi forti solo il 34,8%. Questo riduce inevitabilmente la capacità del fondo di reperire finanziamenti sul mercato e, dunque, la sua capacità di salvare gli Stati eventualmente in crisi. Non solo: a fronte di 780 miliardi di euro di garanzie, il fondo ha una capacità d’azione di 440 miliardi: di questi, però una fetta importante è già stata usata per aiutare Irlanda e Portogallo. Morale: le "cartucce" del fondo scarseggiano. E anche la sua reale capacità di "sparale".
Resta solo l’attività della Bce (che acquista titoli di Stato ma in modo da molti ritenuto poco aggressivo) e quella delle banche (finanziate dalla stessa Bce a tassi agevolati proprio per comprare titoli di Stato in crisi). Ma difficilmente questo basterebbe, se la Grecia finisse in default: la loro attività già ora è ritenuta insufficiente.
La "nuova" protezione
È per questo che da tempo, ben consapevoli dei rischi, i leader europei cercano di creare nuove reti di protezione e di accelerare la loro entrata in vigore. Il nuovo fondo salva-Stati (chiamato Esm) entrerà dunque in vigore a luglio 2012 e non più nel 2013: questo fondo, a differenza del precedente, avrà anche 80 miliardi di euro di capitale versato dagli Stati. Pochi giorni fa il presidente del Consiglio Mario Monti e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno concordato di accelerare il versamento degli 80 miliardi, che in teoria avrebbe dovuto avvenire nell’arco di cinque anni.
C’è poi il Fondo monetario internazionale: le banche centrali dei vari Paesi europei stanno versando nel Fmi 150 miliardi di euro, affinchè questo possa a sua volta finanziare i fondi salva-Stati europei e questi ultimi possano – a loro volta – comprare titoli di Stato dei Paesi in crisi. In questo contesto la stessa Bce ha accettato di fungere come "agente": di acquistare i BTp per conto del fondo salva-Stati Efsf.
L’Iran e la diplomazia
Tutto questo, che rafforzerà le reti di protezione europee, ha "solo" due difetti. Innanzitutto ci vorranno ancora mesi prima che entri in vigore: l’Esm diventerà operativo a luglio e i finanziamenti al Fondo monetario internazionale sono ancora da fare. Inoltre – e questo è il secondo difetto – la potenza di fuoco di questi nuovi strumenti rischia di essere comunque insufficiente per reggere l’onda d’urto di un eventuale default della Grecia. Insomma: i nuovi meccanismi rischiano di essere tardivi e inadeguati. A meno che non partecipino, versando nuovi denari nel Fondo monetario internazionale, anche altri Stati: Usa e Cina in primis. Ecco perché, dietro le quinte, la diplomazia europea si muove proprio in quella direzione: l’obiettivo è di convincerli a darci una mano.
Un indizio su come si muova la diplomazia lo suggerisce la vicenda dell’embargo all’Iran. Jacob Kirkegaard, un analista di Peterson Insititute interpellato dal «Wall Street Journal» il 6 gennaio, ha notato una strana coincidenza: l’Europa, con l’Italia in pole position, ha aperto la porta all’embargo nei confronti del petrolio iraniano, come richiesto fortemente dagli Stati Uniti. Questo può sembrare un controsenso, dato che per l’Italia il petrolio iraniano è molto importante. Ma potrebbe avere un senso se legato alla crisi: l’Europa potrebbe avere "barattato" l’Ok all’embargo iraniano con l’aiuto degli Usa nel rafforzamento del Fondo monetario internazionale.
Se questo accadesse, e se poi intervenissero anche Cina e Brasile, allora la potenza di fuoco di Fmi e di tutto il meccanismo di salvataggio aumenterebbe. Allora l’Ok all’embargo iraniano darebbe all’Europa un’importante contropartita. Ma di fronte a tutto questo ci sono ancora tanti, troppi, punti interrogativi: se non ci fosse stato venerdì 13, l’Europa avrebbe avuto più tempo. Ora è giunto il momento di prendere il toro per le corna.