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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

L’EUROPA È SBILANCIATA: MOLTO RIGORE, POCA CRESCITA

Debito nazionale fuori controllo, crescita asfittica. Ma è soprattutto il quadro complessivo, politico, economico e monetario dell’Eurozona che ha convinto Standard & Poor’s alla raffica di declassamenti decisi venerdì. Con il rating dell’Italia abbassato di due gradi a BBB+, la Francia privata dell’onore della tripla A e altri sette Paesi bocciati.
Per risalire la china sarà allora necessario accelerare e irrobustire le contromisure ancora allo studio a Bruxelles, oltre che insistere con piani nazionali di rigore. Con prudenza, però. Perché agire solo sul lato del rigore potrebbe avere effetti controproducenti e frenare una crescita già debole, quando c’è. Anzi, secondo Standard & Poor’s, i Governi europei finora si sono concentrati anche troppo sul risanamento dei conti, trascurando il sostegno all’economia. Un errore, come mostrano i focus qui a fianco su cinque Paesi chiave dell’area euro (Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia), da cui emerge come dall’inizio della crisi gli sforzi siano andati quasi esclusivamente in direzione della lotta al deficit. Fa eccezione la Germania, che vanta una crescita invidiabile frutto di riforme strutturali varate prima della crisi.
L’Europa
L’agenzia statunitense lo dice chiaramente: i declassamenti «sono determinati in primo luogo dalla considerazione che le iniziative politiche prese dai leader europei in queste settimane non bastano a contrastare i fattori di stress attraversati dall’Eurozona». E tra questi «fattori di stress», oltre al credit crunch, all’impennata dei tassi per alcuni Paesi (come Italia e Spagna), alla debolezza della crescita, S&P include le «prolungate discussioni» tra i leader europei sulle soluzioni da adottare contro la crisi.
La bocciatura investe anche il trattato sul fiscal compact tuttora in discussione, che non aumenta in modo significativo le risorse finanziarie per contrastare la crisi e non dà alle istituzioni sovranazionali (come il Fondo salva-Stati) sufficiente flessibilità. La filosofia d’intervento che sta dietro a questo trattato, spiega l’agenzia, muove dalla convinzione che i problemi dell’Eurozona siano determinati dalla "spensieratezza" di bilancio mostrata dai Paesi periferici. Ma questa è solo una parte del problema. L’altra causa risiede negli squilibri di crescita e competitività tra il nucleo forte dell’Unione monetaria (la Germania e l’ex area del marco) e il resto della regione. In questo contesto, una politica concentrata solo sui tagli e il rigore rischia di diventare un autogol, perché produce effetti recessivi che penalizzano ancora di più lo sviluppo di Paesi già ai margini in termini di crescita.
Gli squilibri
Il vero punto debole dell’Eurozona, secondo Standard & Poor’s, è quindi questa crescente divergenza nella competitività tra gruppi di Paesi. Esacerbato dalla rapida espansione dei bilanci delle banche europee, questo fenomeno ha prodotto forti squilibri finanziari. Con il deterioramento dei mercati finanziari e l’aumento dell’avversione al rischio, solo l’intervento della Bce, del fondo salva-Stati e dell’Fmi hanno potuto far fronte alle richieste di finanziamento del settore privato e pubblico dei Paesi periferici (quelli meno competitivi in termini economici).
L’Eurozona andrà dunque incontro a una fase di crescita molto contenuta (0,2% quest’anno e 1% il prossimo), se riuscirà a superare una moderata recessione nella prima metà del 2012. Ma non può essere esclusa una contrazione più forte. In ogni caso, un contesto che mette a rischio gli obiettivi di bilancio degli Stati dell’euro. Il messaggio è chiaro. Il 30 gennaio i leader europei si riuniranno in un vertice dedicato appunto alla crescita economica. Serviranno risposte convincenti.
L’Italia
Moritz Kraemer, direttore generale di S&P, l’ha ammesso: con il governo Monti la politica italiana è «profondamente cambiata». Ciò non toglie che il nostro Paese, insieme alla Spagna, è tra i più «vulnerabili ai rischi sistemici» e «i progressi non sono sufficienti a superare i venti contrari». Bene, ma non basta. Ne è consapevole il presidente del Consiglio che sta sferzando i suoi ministri per varare al più presto la fase due della crescita. Un impegno su cui l’Italia vuole fare i propri compiti a casa, ma che deve vedere, secondo Monti, anche l’Europa più attiva. È questa la sfida: liberalizzazioni, senza cedere al potere delle lobby; una riforma del mercato del lavoro che crei le flessibilità adeguate ad una maggiore produttività e competitività e quindi più occupazione; il rilancio delle infrastrutture. È su questi tre pilastri che si basa l’azione annunciata dal governo per la fase due. Se sul risanamento l’Italia ha masso in campo nel 2011 interventi monstre, per un totale di 76 miliardi nel 2013, sulla crescita bisogna fare di più rispetto ai primi interventi del decreto Salva Italia. Monti ha detto che non servirà un’altra manovra, ma senza una crescita adeguata anche la tenuta dei conti pubblici potrebbe tornare in pericolo. Tra pochi giorni, nel cdm del 19, dovrebbe essere varato il pacchetto liberalizzazioni: un primo banco di prova per passare dalle parole all’azione.