Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 15 Domenica calendario

"Quella divina leggerezza regalata ai lettori" Martin Amis e i segreti dell´autore di Lolita – È possibile essere ammiratori entusiasti di Nabokov pur restando pressoché all´oscuro della sua produzione poetica

"Quella divina leggerezza regalata ai lettori" Martin Amis e i segreti dell´autore di Lolita – È possibile essere ammiratori entusiasti di Nabokov pur restando pressoché all´oscuro della sua produzione poetica. Poesie e problemi (1970) è una raccolta di 53 poesie e 18 problemi di scacchi; questa sua struttura apparentemente spiritosa portò molti a concludere che la poesia fosse per Nabokov qualcosa di secondario, forse anche solo un passatempo. Brian Boyd (biografo e critico di Nabokov, ndr) ci persuade che Nabokov era incapace di faciloneria: faceva ogni cosa con tutto sé stesso. Tuttavia c´è un poema epico (un pentametro unico che arriva quasi al migliaio di versi) che tutti gli appassionati di Nabokov avranno letto come minimo un paio di volte. Si intitola Fuoco Pallido. L´opera così intitolata ci impone di saltare avanti e indietro tra i distici eroici di John Shade e il folle "Commento" di Charles Kinbote (con una distrazione su tre fronti). Il lungo e appassionato saggio intitolato Stalking Nabokov, e la nuova pubblicazione da parte di Boyd di un creativo Fuoco pallido, ci obbliga a riesaminare il poema come qualcosa a sé, di autonomo, e così facendo si va incontro a una vera e propria epifania. Fuoco pallido riluce di fresco pathos e così pure l´originale Fuoco pallido. Per la prima volta leggiamo il poema in tutta la sua purezza e prendiamo nota del danno causato dalla disperata caricatura di Kinbote. Così, in fin dei conti, le vere dimensioni di Fuoco pallido ci sono rivelate con maggiore chiarezza. Questa dimostrazione di forza si caratterizza come una delle più audaci scommesse di Nabokov sulla grandezza. In Lolita ci racconta il destino della protagonista nell´introduzione dell´"editore": «[…] Louise è ormai al secondo anno di università. "Mona Dahl" studia a Parigi. "Rita" ha sposato di recente il proprietario di un albergo in Florida. La moglie di "Richard F. Schiller" è morta di parto, dando alla luce una bambina senza vita il giorno di Natale del 1952, a Gray Star, un insediamento del più remoto Northwest. "Vivian Darkbloom" ha scritto una biografia…». Lolita non compare con il nome da sposata fino alla pagina 266 del libro (a pochi capitoli dalla fine): non è previsto che chi legga il libro distrattamente per la prima volta si ricordi del suo inatteso necrologio a pagina due. Qualsiasi altro scrittore avrebbe scommesso alla pari, utilizzando un´espressione del tipo "La Signora Richard F. ‘Dolly´ Schiller". Ma non Nabokov. Qualcosa gli fece intuire che Lolita sarebbe stato riletto e ri-riletto. Nel 1958 aggiunse una postfazione, A proposito di un libro intitolato Lolita nel quale sottolineava che Gray Star (citata soltanto una volta) è la "capitale del libro". Dolores Haze, eroina annientata, dovette attendere solo tre anni perché la sua tragedia fosse pienamente compresa. John Shade, l´eroe assassinato, fu costretto ad aspettare mezzo secolo. Per quanto riguarda il timbro dello spirito artistico di Nabokov, Boyd in sostanza vede chiaro: «Era un massimalista: qualcuno che apprezzava, tanto quanto chiunque, le ricchezze che il mondo offriva, nella natura e nell´arte, nelle sensazioni, nell´emozione, nel pensiero, nella lingua e anche il regalo di queste ricchezze, se li animiamo di tutta la nostra attenzione e immaginazione… E la sua generosità nei confronti dei lettori equivale e riproduce e paga omaggio a ciò che egli percepisce essere la generosità del nostro mondo». Questa è un´iterazione necessaria. È infatti ora di togliere enfasi al Nabokov presunto freddo, crudele, oscuro, che intimidisce, in buona parte creato dal mito (un mito creato come una specie di meccanismo di difesa, forse, dai lettori che si sentono minacciati dalla forza della sua penetrazione). Nabokov era un celebratore. E il segreto della sua prosa è la sua divina leggerezza. Boyd ci dice che Maria (1920), primo romanzo di Nabokov, si intitolò provvisoriamente Happiness, felicità, (proprio come il personaggio de Il dono ha intenzione di scrivere un manuale pratico intitolato How to be happy, come essere felici). Numerosi dei suoi primi racconti brevi – Dei, Beneficienza, Una lettera mai arrivata in Russia – sono poco più che inni di stupore alla felicità dell´esistenza. «Nella vita e in generale sono di mente ottimista e allegro in modo quasi indecente». La tristezza e la depressione (come dice Boyd) sono soltanto per «i ridicoli distratti, privi di spirito di osservazione». A ventidue anni Nabokov spedì alla madre una breve poesia, a riprova del fatto che «il mio umore è allegro come al solito. Se anche dovessi vivere fino a cent´anni, il mio animo andrebbe ancora in giro in pantaloni corti». «Questa è estasi» scrive in Parla, ricordo (è a caccia di farfalle) e «dietro l´estasi c´è qualche altra cosa che è troppo difficile spiegare. È come un vuoto momentaneo nel quale accorre tutto ciò che io amo». Verso la fine di quel libro discorre delle «cose migliori della vita» (essere genitori all´interno di un matrimonio armonioso, avere una natura intelligente e – cosa sorprendente – l´ozio), e così conclude: «"Battaglia per la vita" davvero! La maledizione della battaglia e la dura fatica portano l´uomo a ritornare alla bestia, all´ossessione dell´animale che grugnisce ossessivamente mentre è alla ricerca di cibo… Lavoratori di tutto il mondo, disperdetevi! I vecchi libri hanno torto. Il mondo è stato creato di domenica». Nel caso in cui ce ne fossimo dimenticati: la gran parte di ciò che abbiamo ereditato da Nabokov ci è giunta sotto forma di fiction. Qui, naturalmente, Boyd ha le sue preferenze. Egli gravita verso il Nabokov insegnante o insegnabile, quello allusivo, quello dei giochi di parole, quello molto agitato, quello del periodo compreso tra la fine degli anni Cinquanta e i Settanta, quello autoindulgente. Oltretutto, egli è fedele all´approccio interpretativo, e afferma, per esempio, di aver "risolto l´enigma" di Cose trasparenti, e confessa (alquanto simpaticamente) di non "capire" ancora Lolita. Tra i non addetti ai lavori, questo tipo di lettura deduttiva è sparito da una generazione. Non leggiamo più i romanzi per chiarirli o comprenderli. E chissà se lo abbiamo fatto in passato. Nelle pagine di Boyd si trova un´utile distinzione, riconosciuta come palesemente "artificiosa" ma insolitamente utile, tra il Nabokov stilista e il Nabokov narratore. In realtà si potrebbe considerare Nabokov da un´ottica completamente diversa e dividere il corpus delle sue opere in: a) ciò che è nato dal genio, e b) ciò che è nato dal talento. Per genio intendiamo quella facoltà accordata da Dio di percepire ed esprimere le cose, mentre per talento intendiamo la tecnica e tutte le qualità che possono essere incluse in quella che chiamiamo Arte. Talvolta predomina il talento, come in quelle due melodiche farse crudeli, L´incantatore e Risata nel buio. Altre volte, come in quelle due aspiranti grandi opere che sono Il dono e Ada o ardore, il genio si sovraccarica e il talento avvizzisce e muore (la stessa cosa accade in Finnegan´s Wake). Molto dipende da ciò che uno comprende di queste due distopiche satire, I bastardi e Invito a una decapitazione, ma sembrerebbe che in una decina circa di romanzi di Nabokov (e includiamo qui Cose trasparenti), il talento e il genio siano in un equilibrio pressoché perfetto. Il racconto deliziosamente amaro Labbra contro labbra (1932) si apre con un aspirante scrittore chino alla sua scrivania. Se Nabokov – molto sagacemente e teneramente – dà al suo attempato protagonista, Il´ja Borisovic, che coltiva la passione della scrittura un briciolo di genio («le descrizioni della natura e delle emozioni gli riuscivano con sorprendente facilità»), non gli concede però neppure un pizzico infinitesimale di talento (...). È un luogo comune affermare che Nabokov fu benedetto da una quantità sovrabbondante di genio. Sì. E fu fortunato anche da avere una quantità sovrabbondante di talento. I suoi passaggi da una scena all´altra e da un punto di vista a un altro, i suoi ritmi, le sue modulazioni, il suo saper gestire la scena, i suoi cambiamenti di prospettiva sempre tenuti sotto controllo, la sua libertà dalle sviste, la sua sicurezza del ritmo: ogni cosa risulta alquanto scorrevole. All´inizio Labbra contro labbra ti colpisce per la sua poco credibile dimostrazione di empatia: come è possibile che Nabokov, tra tutte le persone, abbia sognato di farsi strada nella testa di un uomo che non sa scrivere? Ma ci sono giorni in cui ogni scrittore si sente come Il´ja Borisovic. Come ci ricorda Boyd, un´unica frase di Lolita (il ricordo pregevole ma difficilmente indispensabile del barbiere di Kasbeam nel capitolo 16) costò allo scrittore un intero mese di lavoro. «Le mie matite durano più a lungo delle loro gomme» disse Nabokov in Intransigenze. «Ho riscritto – spesso più volte – ogni singola parola che ho pubblicato». Il panegirico giustamente è considerato la più sciocca e oziosa di tutte le forme letterarie. Nel nostro tentativo di valutare il febbrile fulgore di Nabokov, con i suoi «spasmi distanti di illuminazione silente», non abbiamo nulla da ostentare se non il nostro impotente soggettivismo. Quello e la citazione. Ecco dunque una parentesi personale o "biografica". Il sottoscritto (che da giovane ha lavorato a questo periodico per tre anni, ed è sempre memore delle sue convenzioni), il sottoscritto scrittore, dicevo, di recente ha tenuto un corso sui "primi romanzi" – tra i quali Lady Margot di Waugh, L´uomo in bilico di Bellow, Addio, Columbus di Roth, e L´incanto del lotto 49 di Pynchon. Quantunque ciascuno di questi virginei viaggi contenga i rimbombi e le accelerazioni delle cose in arrivo, soltanto un romanzo su otto e soltanto una frase su migliaia di frasi infonde l´impressione concreta che qualcosa di ultraterreno annunci il proprio arrivo. Il romanzo è Maria (1926) e la frase (che curiosamente contiene un errore tecnico, ovvero la ripetizione di "scuotere"), si trova a pagina 113: «I treni neri passavano rimbombando, scuotendo le finestre della casa; con una scrollata spettrale di spalle scuotevano il carico, sollevando montagne di fumo che saliva verso l´alto, offuscando il cielo notturno». Gli attenti espatriati russi, nei dimessi ma dinamici ambienti letterari della capitale tedesca, avrebbero ansiosamente atteso il secondo romanzo dell´oscuro "V. Sirin". Aprendolo, si sarebbero immediatamente resi conto che il "treno nero" era davvero giunto a destinazione (ed era anzi in procinto di ripartire, in perfetto orario). Re, donna, fante (1928) – storia di omicidio, follia e decadenza – inizia così: «La grande lancetta nera è ancora ferma, ma già in procinto di compiere il movimento che effettua ogni minuto; lo scatto resiliente metterà in moto un mondo intero. Il quadrante dell´orologio lentamente si sposterà, pieno di disperazione, disprezzo e noia, e uno alla volta i pilastri di ferro inizieranno a passare, reggendo la volta della stazione come ciechi atlanti; la banchina inizierà a muoversi, portando via in un viaggio sconosciuto mozziconi di sigaretta, biglietti usati, piccole chiazze di luce solare e sputo; un carrello per i bagagli scivolerà all´indietro, con le ruote immobili; sarà seguito da un´edicola dei giornali, con seducenti copertine di riviste appese ovunque – fotografie di bellezze nude grigio perla; e poi persone, persone, persone sulle banchine in movimento, persone che staranno muovendo i loro stessi piedi nondimeno restando ferme, andando avanti a gran passi e nondimeno arretrando in un sogno agonizzante pieno di uno sforzo incredibile, nausea, una debolezza cotonosa nei polpacci… L´intera vecchia città avvolta dalla rosea foschia mattutina dell´autunno si muove anch´essa; la grande statua nella piazza, la scura cattedrale, le insegne dei negozi, i cappelli a cilindro, un pesce, la bacinella di rame di un barbiere. Non c´è modo di fermare il mondo adesso». Quello era il mondo che Nabokov era determinato a vedere – nelle parole di Maria, suo primo romanzo che spicca in modo peculiare per la sua serenità – "con sguardo fresco, adorante". Traduzione di Anna Bissanti © , 2011