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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Se Fantozzi batte la «filosofia aziendale» - All’inizio fu Fantozzi, impiega­to di una fantomatica Mega Ditta a incarnare il disagio e i tic del col­letto bianco italiano: sopraffatto dalle incombenze e dalle vessazio­ni di colleghi e superiori, era tanto infelice quanto destinato a un ine­luttabile fallimento professiona­le

Se Fantozzi batte la «filosofia aziendale» - All’inizio fu Fantozzi, impiega­to di una fantomatica Mega Ditta a incarnare il disagio e i tic del col­letto bianco italiano: sopraffatto dalle incombenze e dalle vessazio­ni di colleghi e superiori, era tanto infelice quanto destinato a un ine­luttabile fallimento professiona­le. Poi in soccorso di tutti i Fantoz­zi d’Italia sono arrivate dagli Usa nuove pratiche e filosofie azienda­li, per dare alle risorse umane un volto meno disumano. Tutto ha avuto inizio quando nei corridoi della Mega Ditta è echeggiata la parola «braistor­ming »: la tempesta di cervelli che ha promesso di strappare il travet dalla monotonia e di scatenare la creatività in azienda. E così al mot­to di «facciamo brainstorming» per decenni si sono susseguite estenuanti riunioni che oltre alla creatività hanno scatenato i più bassi istinti. Insieme all’impres­sione di sprecare del tempo. Adesso Nicholas Khon e Steven Smith della «British psicology so­ciety » ci vengono a dire che quel dubbio coltivato in silenzio, è tutt’ altro che infondato: è molto me­glio lavorare da soli. Ne è convinto anche Nicola Zanella che si occu­pa di formazione e consulenza aziendale e ha scritto un libro dal titolo esplicito: Il brainstorming è una grande caxxata . «La creativi­tà non nasce dal brainstorming ­spiega - le soluzioni più innovati­ve nascono nelle aziende che han­no una conoscenza diretta dei clienti e del mercato». È la rivinci­ta del pragmatismo sulle elucu­brazioni dei cervelli murati vivi in sala riunioni. Ma il brainstorming non è l’uni­ca pratica d’importazione che ha fatto breccia nelle aziende italia­ne: proprio quando i dipendenti, tramortiti dallo sforzo creativo, hanno iniziato a rimpiangere la corrazzata Potempkin, è arrivato il colpo di grazia: il problem sol­ving, quel processo per risolvere positivamente situazioni proble­matiche. Se a scandire la giornata di Fantozzi erano la sveglia e il caf­fè, la barba e il bidet, adesso gli im­perativi sono altri: focalizzare, analizzare, risolvere, ed eseguire. Partendo da un assunto: analizza­re la soluzione migliore a un pro­b­lema può essere di per sé un gros­so problema. Non stupisce quindi che ci si perda per strada: «In effet­ti,- spiega Zanella- con il problem solving si rischia di perder di vista il punto d’arrivo e il panorama glo­bale. Molto meglio sopperire con l’intuito che permette di prendere decisioni efficaci in poco tempo». E che non è destinato a passare di moda. Ma il destino ha tenuto in serbo al ragionier Ugo altre amare sor­prese, se possibile ancor più tragi­comiche. Una di queste è il team building, quell’attività di gruppo studiata per aumentare lo spirito di squadra. Di certo deve aver suscitato po­co entusiasmo la prova di motiva­zione che nel 2010 ha visto prota­gonisti alcuni agenti immobiliari romani finiti in ospedale con i pie­di ustionati per aver partecipato ad una passeggiata di gruppo sui carboni ardenti. La coppa ciclisti­ca Cobram in effetti faceva meno danni. Qualcosa però è cambiato: «Le società oggi- ci spiega il consu­lente - non possono permettersi di mandare in barca a vela alcuni dipendenti perché ritrovino la mo­tivazione smarrita, mentre ne li­cenziano altri ». Più del team buil­ding poté la crisi. Questa pratica però ha portato con sé un altro doloroso corolla­rio sotto il cui peso l’ amor proprio di Fantozzi rischia di schiantarsi: è l’attività del trainer aziendale che affianca i dipendenti nel lavo­ro quotidiano per osservare le lo­ro dinamiche e organizza le attivi­tà di gruppo per dare una sferzata di motivazione e di coesione alla squadra. Un tempo si chiamava organizzazione Filini, adesso si di­ce coaching. «Se ne fa un gran par­­lare, ma - assicura Zanella - sono davvero poche le aziende che ri­chiedono questo tipo di servizio». Insomma più che una pratica è una moda. O magari, proprio co­me la crocefissione in sala men­sa, soltanto uno spau­racchio. Fantoz­zi ne sarà con­tento, ma non si illu­de: soprav­vissuto alla ferocia dei colleghi e ai carboni ar­denti, sa che la Mega Ditta esplo­rerà presto nuove frontiere. Non gli rimane che attraversarle inforcando con fierezza la sua bici da corsa. Come sempre alla bersagliera.