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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Fuga da Regina Coeli - In attesa del decreto svuota­carceri, detenuti di buona vo­lontà si stanno prodigando per uno svuotamento fai-da-te

Fuga da Regina Coeli - In attesa del decreto svuota­carceri, detenuti di buona vo­lontà si stanno prodigando per uno svuotamento fai-da-te. Il problema del sovraffollamento è molto serio, siamo in piena emer­genza, bisognerà pure che qualcu­n­o cominci a rimboccarsi le mani­che. Un rumeno e un albanese, che risiedevano nella seconda se­zione di Regina Coeli, si sono offer­ti v­olontari e l’altra notte hanno li­berato un po’ di spazio, tagliando la corda. In senso più stretto, la corda l’hanno annodata come si usava una volta, un lenzuolo con l’altro, fino a raggiungere la lun­ghezza necessaria per calarsi pri­ma dal terzo al secondo piano, quindi dall’alto muro di cinta. Tanti saluti al pericoloso alba­nese Altin Hoxha, re delle rapine in villa (nel gennaio scorso quella dell’allenatore Serse Cosmi, a Perugia), e tan­ti saluti al rume­no Stefan Cu­snir, specializ­zato nel settore bancario: si so­no conosciuti in cella, hanno condiviso stes­si ideali e stessi progetti, in una notte favorevole hanno messo su la società di fuga. Erano le tre quando hanno rispo­sto all’ultima conta, già alle cin­que non c’erano più. Alle loro spal­le, come ormai si vede soltanto nelle vignette della «Settimana Enigmistica», la finestra della cel­la con le sbarre segate di fino. Il ca­polavoro è macchiato solo da un tragico errore di calcolo: un terzo socio dell’impresa, troppo largo per passare, ha dovuto salu­tarli, ferman­dosi a invidiar­li molto. Eravamo tutti concentrati sul­l’evasione degli spudorati di Corti­na, improvvisamente veniamo ca­tapultati sull’altro significato di questo bivalente vocabolo. Dalle carceri italiane si va e si viene con sempre più disarmante facilità: negli ultimi giorni, in quattro han­no tolto il disturbo. Già sembra di vedere i poveri direttori sul­l’uscio, come le mamme dei tem­pi andati, che urlano «questo car­cere non è un albergo». Il problema è penoso e risapu­to: i penitenziari sono pochi, mal tenuti, mal controllati. Che due tangheri riescano a scappare da Regina Coeli con i metodi dei loro colleghi ottocenteschi - forse in strada li attendeva una carrozza con sei cavalli pronti al galoppo - , che con gli attuali sistemi di con­trollo l’evasione stia diventando un azzardo ridicolo, tutto questo dovrebbe quanto meno preoccu­pare. Bisognerà pure che ce ne rendiamo conto, siamo con due piedi nel grottesco: mentre discu­tiamo di braccialetto elettronico, i detenuti fuggono ancora segan­do sbarre e annodando lenzuola, come nei film western, nel cuore di Roma. Naturalmente, si parla di fuga rocambolesca. Peccato che di ro­cambolesco sia rimasto ben po­co: evasioni come questa, al gior­no d’oggi, sono semplicemente ri­dicole ed umilianti. E di certo non sarà l’ultima. Ci si può giurare. Per contrastare le pulsioni dei nuovi Vidocq, mito e signore di tutte le evasioni, lo Sta­to italiano schiera difatti forze so­vrumane. I sindacati degli agenti rivelano che l’altra notte erano di turno due guardie su quattro pia­ni, là dove ne sarebbero previsti ot­to. Non solo: per disgraziata coin­cidenza, nella stessa sezione ci so­no 240 detenuti, contro i 120 previ­sti. Cioè, ricapitolando: dove i si­stemi di sicurezza impongono 8 agenti e 120 detenuti, noi schieria­mo 2 agenti e 240 detenuti. Poi la chiamano rocambolesca: siamo seri, come evasione è una scampa­gnata. Casualmente, i due sono at­t­errati proprio ai piedi di una garit­ta, dove da tempo non sale più nes­suno per carenze di organico. «A Regina Coeli i detenuti han­no superato la capienza massima raggiungibile, 1.180 presenti per 724 posti», spiega allarmato Leo Beneduci, segretario della sigla sindacale Osapp. «Eppure il vero problema riguarda la carenza di agenti: siamo sotto del 30 per cen­to ». Stando così le cose, l’unico nu­mero che continuerà a salire sarà quello delle evasioni. È una legge fisica: meno ostacoli si frappongo­no tra detenuto e libertà, più faci­le è cadere in tentazione e andar­sela a riprendere, questa perduta libertà. Poi, il film diventa sempre lo stesso: inchiesta della magistratu­ra, foto segnaletiche ovunque, po­sti di blocco e pattuglie sguinza­gliate, nella solita, romanzesca, «imponente caccia all’uomo». Un numero considerevole di uo­mini viene schierato a rimettere una pezza là dove lasciamo aper­te voragini. Somme imprecisate di soldi pubblici vengono spreca­te nella frenetica rincorsa. L’idea stessa di queste «imponenti cac­ce all’uomo», in epoche di crisi e di nuove tasse, di spread e di de­classamenti, aggiunge assurdo al­l’assurdo.