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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Obama si prepara al blitz israeliano in Iran - Israele si arma e l’America tre­ma. A Washington lo chiamano il paradosso Iran

Obama si prepara al blitz israeliano in Iran - Israele si arma e l’America tre­ma. A Washington lo chiamano il paradosso Iran. Quel che a parole suona come un grattacapo è in re­altà un incubo strategico. Un incu­bo da cui nessuno al Pentagono o alla Casa Bianca sa come liberar­si. Israele,il miglior alleato medio­rientale – la nazione a cui Washin­gt­on non ha mai lesinato finanzia­menti e forniture militari ­non risponde più, si rifiuta di far sapere se e come in­tenda colpire l’Iran. Il nervosismo america­no nasce innanzitutto da alcune recenti dichiarazio­ni uff­iciali dei vertici di Ge­rusalemme. «La sicurezza non si basa solo sulla capa­cita di difendersi, ma an­che sulla capacità di attac­care », ha ricordato lo scor­s­o 31 ottobre il primo mini­stro israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso alla Knesset. E il 5 novem­bre il presidente Shimon Peres ha aggiunto che l’ipotesi di un raid è «sem­pre più probabile». La decisione iraniana di spostare tutti i laboratori per l’arricchimento del­l’uranio in una base segreta scava­ta nel cuore di una montagna non contribuisce certo a rasserenare gli animi. La mossa iraniana, an­nunciata nei giorni scorsi, viene considerata una delle cosiddette «linee rosse» capaci di scatenare l’intervento dello Stato ebraico. Per evitare sorprese Washin­gton, secondo il Wall Street Jour­nal , ha già messo a punto un pia­no d’emergenza per fronteggiare le conseguenze dell’intervento militare israeliano. Per compren­dere le preoccupazioni america­ne basta dare un’occhiata ad una cartina geografica. Dopo un raid degli aerei con la stella di Davide, l’Iran potrebbe non solo colpire lo Stato ebraico utilizzando i missili di Hezbollah, ma anche attaccare le basi a stelle e strisce in Afghani­stan o tenere nel mirino quelle in Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita, oltre che lanciare una serie di at­tentati contro il personale civile americano in Irak, Paese sempre più instabile dove ancora ieri un kamikaze ha ucciso 53 sciiti. Non più tardi di ieri la Suprema Guida iraniana Alì Khamenei ha attribuito agli americani la re­sponsabilità per l’eliminazione di uno scienziato nucleare ucciso con tutta probabilità da sicari del Mossad. In caso di raid israeliano la reazione non sarebbe diversa. Anche perché questo garantireb­b­e una più vasta possibilità di rap­presaglia. L’ambasciata e le altre sedi diplomatiche in Irak dove ­dopo il ritiro militare - lavorano circa 15mila fra tra diplomatici, di­pendenti federali e contractor so­no, da questo punto di vista, gli ob­biettivi più vulnerabili. Proprio per questo il Pentago­n­o ha inviato una seconda portae­rei nel Golfo Persico e ha messo in stato d’allerta i 15mila militari di­spiegati in Kuwait e considerati la principale forza di deterrenza nei confronti della Repubblica Islami­ca. Washington sta inoltre posizio­nando altri disp­ositivi militari e ac­celerando il trasferimento di armi e aerei ai principali alleati nella re­gione tra i quali gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. E mentre l’America si prepara al peggio, la diplomazia dello Sta­to ebraico si guarda bene dal tran­quillizzarla. «La politica del no­stro governo è far sì che tutte le op­zioni restino sul tavolo. È cruciale – ha fatto sapere l’ambasciatore israeliano a Washington, Michel Oren - che Teheran prenda tutto questo molto seriamente».