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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Nelle terre proibite dove Al Qaeda regna sul traffico di droga - Ha una faccia fine e superba da vecchio brigante, completamente grigie barba e sopracciglia, occhi che da un secondo all’altro possono essere crudeli oppure carezzevoli e dolci

Nelle terre proibite dove Al Qaeda regna sul traffico di droga - Ha una faccia fine e superba da vecchio brigante, completamente grigie barba e sopracciglia, occhi che da un secondo all’altro possono essere crudeli oppure carezzevoli e dolci. Lo seguono sempre quattro giovani, la scorta, e ti aspetti che dalle maniche ampie della «gandura» salti fuori il pugnale fissato al braccio, vecchia astuzia letale dei cosacchi del deserto. L’età breve la intuisci, dall’impazienza che mettono nei gesti, dai muscoli che guizzano sotto la pelle bruna: perché dietro i turbanti solo occhi d’avvoltoio, nerissimi, di una intensa diavolesca allegria. Vivono con pochissimo. Sono magri. Non escono dal Corano e dal deserto, questi tuareg. Isselmou ci ha portati nel cuore dell’Air, picchi azzurri, vulcani e basalti rifugio di briganti e di insorti. Ormai la pista biforca verso il confine con l’Algeria e altri innumerevoli deserti. Vuole mostrarci come su queste vie battute da uomini insonni e implacabili, refrattari al terrore e all’angoscia, si stendano le file di commerci e di lunghi intrighi. Cercavamo le tracce di al Qaeda e abbiamo compreso che è ovunque e in nessun luogo, come vuole la regola del terrore. Mille uomini si dice, non di più, su un territorio che è grande come mezza Europa, eppure ne leggi il potere e le trame ovunque. Siamo in terre proibite, ché l’esercito del Niger vieta di uscire dalla città di Agadez. Quando sono andato alla centrale di polizia per recuperare il passaporto sequestrato all’ingresso della città, ho chiesto se potevo spiccarmi dal blocco. Il comandante della «sicurezza del territorio», un nero del Sud, ha sibilato solo poche parole: «Non glielo consiglio». Siamo saliti, e catene di montagne ancora si allacciano e si sovrappongono e tutto è vuoto e silenzio. È lo splendore delle zone invariabili dove sono assenti lusinghe effimere, le foreste le verdure gli erbaggi, è lo splendore della materia quasi eterna. Eppure un «magazzino» di Isselmou è qui. Ci ha sfidati a trovarlo. Vediamo solo pietre. E invece dietro una piega è come se la montagna si aprisse: una grande cavità raccoglie, perfettamente allineate, file ordinate di taniche e imballaggi. «Ho decine di depositi così, anche più grandi che possono contenere un pick-up. Nel deserto utilizzo delle false tombe. Neppure i vostri aerei spia e i satelliti possono trovarli!». Isselmou vende semplicemente le coordinate «gps» dei suoi magazzini: i clienti pagano, si riforniscono e spariscono nel deserto per completare un altro tratto di strada. «Chi sono i tuoi clienti, Isselmou? Gli uomini di al Qaeda?». «Terroristi... contrabbandieri... chissà. Fratello: io non faccio domande, io sono un uomo d’affari, ho dei contatti, non chiedo certo perché vogliono attraversare il deserto di nascosto... non sono domande che allungano la vita e allargano il borsellino...». Siamo dunque su una delle piste della via della droga. Dieci pick-up, cinque portano la merce, gli altri sono la scorta, passano sulla pista che da quassù sembra rigata come da un erpice e si allontanano dritti verso Est, nella foschia della polvere. Ci sono decine di linee così, sottili come spaghi che legano il deserto alla mano dell’uomo. Ecco il grande affare di al Qaeda, insieme ai sequestri. La cannabis parte dal Marocco, la cocainada Dakar. La destinazione è l’Egitto, e poi l’Europa. In mezzo, un viaggio sulle lingue di sabbia e di roccia del Sahel, oltre il corso disseccato dell’Azouak che coprono ossa smisurate di mostri scomparsi; e poi i cordoni di dune del gran Ténéré lunghe mille chilometri. Il traffico lo controllano alcuni arabi mauretani in contatto con i narcos messicani, i tuareg sono i marinai indispensabili per attraversare il mare di sabbia e di roccia, Aqmi - al Qaeda nel Maghreb islamico - rastrella, come gli antichi briganti, i diritti di passaggio e si fa ricca. Aqmi non ha tentato di imporsi con la forza, non ne ha i mezzi e gli uomini. Ha infiltrato i meccanismi del Sahel e ne è parte, si acquatta nel polverone di uomini dai cento sotterfugi per sopravvivere, si nutre di corruzione («In Mali puoi comprare una caserma intera con i soldati dentro, se hai i soldi...»). I terroristi, poligami, sposano ragazze delle tribù del deserto, intessono legami familiari più forti dell’interesse e della fede. Ora che colpire in occidente è diventato difficile, si torna al «nemico vicino», le rivoluzioni arabe aprono straordinarie possibilità di infiltrazione dal deserto verso Nord. Ancora incontri sulla pista della droga, in una valle nascosta dove le voci risvegliano strane vibrazioni in quel mondo di pareti secche, lunghi echi inattesi in quel nulla sonoro. Sarkin è appena tornato da un «passaggio» senza intoppi, somministra i suoi ricordi senza amnesie. È uno dei tuareg che avevano accettato, per far soldi, l’invito ad arruolarsi lanciato da Gheddafi; era nella «guardia nera» degli africani. «A leggere il contratto sarei diventato ricco. Ma Gheddafi ci ha fregati, l’esercito si è disfatto, non c’era più nessuno che pagasse. Contro i ribelli ho combattuto, sì, era una guerra alla pari. Quando i Rafales francesi hanno cominciato a bombardare mi sono detto: il mio patto con Gheddafi è finito». La Libia lo tenta, di nuovo. Molti suoi compagni sono già tornati, i nuovi padroni offrono il doppio della paga del Colonnello, i tuareg serviranno per la nuova guerra. Di qua della frontiera non c’è che miseria. E i milioni di dollari che erano destinati al reinserimento dei mercenari? Sono finiti nelle tasche dei governanti. Tornare ad Agadez dopo questi silenzi fa impressione. La voce del muezzin, voce alta chiara, mette i brividi e fa pregare, canta salmodiando al dio dell’Islam che è anche il dio dei grandi deserti. Qui non c’è la piccola umanità assetata di mance delle città nere del Sud, è un bivacco dove i tuareg aspettano tempi migliori che non vengono mai. Ahmed Auagaya è un uomo grande, che tira certe occhiate che sembrano sassate. Era un ufficiale, nel 2007 ha disertato per guidare l’ultima ribellione tuareg. Dirige un’associazione, Croisade, che mobilita la società civile per ottenere giustizia dal governo sudista. «Il fanatismo religioso non ci riguarda, noi preghiamo con un occhio ai nostri cammelli, pronti a smettere se vediamo che qualcuno scappa. Possiamo eliminare Aqmi, il deserto è nostro. Ma c’è qualcuno, i governi di Niger e Mali, che preferisce tenersi i terroristi che concedere armi e potere ai tuareg». Il Niger, dopo un calvario di dispotismi, è appena approdato alla democrazia, miracolo raro cui ha contribuito la straordinaria diplomazia «privata» di sant’Egidio. Ma gli uomini del deserto gridano che qui a Nord le ingiustizie piovono ancora come gragnola. Delle rendite delle miniere di uranio di Arlit ai tuareg arrivano solo briciole, l’integrazione promessa degli ex ribelli nelle forze di sicurezza si è subito fermata. E poi c’è Areva, il colosso francese che sfrutta le miniere, uno Stato nello Stato. Ahmed sfoga rabbia nel confessarci la sua grande pena: «Un giorno non ci saranno più tuareg, uccisi dalle radiazioni, mentre il Nord si riempie di neri che Areva e il governo trasferiscono per farli lavorare nelle miniere. Ci hanno portato via la terra per scavare l’uranio e ora non abbiamo neppure il diritto di lavorarci».