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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Flotte di “love boat” alla conquista di oceani e mercati - L’ industria del divertimento sul mare è una delle più floride realtà del turismo mondiale, che continua a crescere, «stringendo», magari un po’ più faticosamente negli ultimi due anni rispetto ai precedenti, i venti della crisi

Flotte di “love boat” alla conquista di oceani e mercati - L’ industria del divertimento sul mare è una delle più floride realtà del turismo mondiale, che continua a crescere, «stringendo», magari un po’ più faticosamente negli ultimi due anni rispetto ai precedenti, i venti della crisi. Quella delle crociere è una macchina quasi perfetta. E’ l’esempio di come l’offerta genera la domanda, e non viceversa, sovvertendo le più semplici leggi dell’economia. Sono state infatti le compagnie di navigazione, e le loro potenti divisioni marketing, a creare i passeggeri. Allettandoli, invitandoli, incoraggiandoli ad imbarcarsi su un sogno. Che è diventato sempre più a buon prezzo ed è andato così a rosicchiare le quote di mercato di altri «divertimentifici», come i villaggi turistici, i resort maldiviani o caraibici e i più banali alberghi pluristellati. La storia delle crociere comincia subito dopo il tramonto dei transatlantici e l’avvento dei jet intercontinentali. Alcune compagnie, come ad esempio la Costa, trasformano le loro navi una su tutte, l’Eugenio C. - da «liner» in «love boat», e le «rotte del sole» diventano rotte delle vacanze. La vera svolta, però, arriva negli Anni Ottanta, quando Micky Arison, un israeliano naturalizzato statunitense, patron della Carnival Cruise Line (oggi megacorporation con 10 marchi, tra cui Costa, e oltre cento navi) ha l’intuizione delle «fun ship», nuove navi pensate per la famiglia, per la massa, per il divertimento e non per essere esclusivamente un prodotto di lusso. La crescita, essendo il mercato pressoché vergine, è esponenziale e si consolida nel successivo decennio. Poi, negli Anni Novanta, agli Stati Uniti e alle crociere nei Caraibi e Bahamas, si aggiungono nuove mete come il Mediterraneo, che fanno impennare i risultati aziendali. La crociera diventa così un grande business. E la sua buona salute quasi un miracolo. Qualche cifra? Il settore delle love boat ha fatto registrare una crescita media annuale dell’8% dal 1994 ad oggi. Il numero degli ospiti di bordo (globale) è passato dai 400 mila degli Anni Settanta ai 18,8 milioni del 2010 (con l’obiettivo dichiarato di raggiungere quota 25 milioni nel 2015). Il mercato attuale, sempre complessivo, conta su 11 milioni di clienti nel Nord America, 5,5 milioni in Europa e 2,2 milioni nel resto del mondo (solo in Europa il settore nel 2010 ha generato 35,2 miliardi di euro in beni e servizi e 300 mila posti di lavoro). Artefici del proprio successo, sono state le stesse compagnie di navigazione, che mai come in questi ultimi dieci anni hanno promosso il prodotto con nuove formule, hanno creato nuovi clienti (crociera non è più sinonimo di anziani), e varato navi sempre più ricche di spazi, comfort, attrazioni, spettacoli (dalla piscina che consente di fare surf alla palestra di roccia alta trenta metri ai simulatori di una monoposto di Formula Uno); sempre più grandi e moderne. E, soprattutto, sulle quali hanno applicato economie di scala che hanno consentito l’abbattimento dei costi fissi: ecco perché gli armatori sono riusciti ad aggredire il mercato con tariffe sempre più basse (da 481 euro a persona 12 notti in Grecia e Turchia, una delle ultime offerte per maggio di Royal Caribbean). Un business che non sembra destinato a fermarsi. Nonostante la recessione globale, sono in arrivo da qui al 2016 sedici nuove navi, che contribuiranno ad aumentare i posti letto a disposizione (460 mila nel 2010, 500 mila previsti nel 2012); nuovi itinerari (sono 536 i porti per crociere nel pianeta, 200 in Europa), nuovi servizi e nuove aree dove giocare la «battaglia navale», come l’Oceania e l’Oriente (223 le crociere in Cina nel 2010, quasi raddoppiate rispetto al 2009). Il perché è presto detto: il tasso di penetrazione delle crociere, vale a dire la percentuale dei clienti effettivi sul totale della popolazione, è ancora basso, Negli Stati Uniti è del 3,4%, in Europa dell’1,1% (l’Italia, con 5,4 milioni di passeggeri in transito nel 2010 su un totale europeo di 25,2 milioni, è la nazione che detiene la fetta più grossa del traffico continentale). Valori che rispetto ad altri settori del turismo mettono a disposizione un potenziale di clientela ancora enorme (in 30 anni, dal 1980 al 2010, 190 milioni di persone hanno fatto una crociera) e che dunque spingono i motori delle compagnie. Certo, qualcuno non ce la fa. Riducendo al minimo i costi fissi, se gli armatori non riescono a fare «il pieno» di passeggeri per ogni viaggio e, soprattutto, se non riescono ad incassare un importo adeguato di «extra» (dalla vendita di alcolici, bevande varie, persino l’acqua; boutique di bordo, casinò), fanno presto a «saltare». Su 100 marchi esistenti, il 71% dell’offerta mondiale oggi è prodotto da tre soli gruppi (Carnival, Royal Caribbean, Star Cruises-NCL), che di fatto hanno inglobato, acquistato, accorpato, annullato molti altri marchi. Una guerra spietata, dietro la scia bianca e i sorrisi del personale delle love boat.